venerdì 30 agosto 2013

DIRITTO INTERNAZIONALE







CASO ENRICA 

LEXIE










Riassumendo brevemente l'accaduto vediamo di trarre considerazioni di Diritto.
Verso la metà di febbraio del 2012, due fucilieri della marina militare italiana, appartenenti al Battaglione San Marco, dopo varie segnalazioni ottiche e sonore, sparavano colpi di dissuasione in aria e davanti ad  una imbarcazione che si stava avvicinando con presumibili intenzioni di abbordaggio. 
Nello stesso giorno un'altra petroliera Greca, la Olimpic Flair denunciava il tentativo di abbordaggio da parte di due imbarcazioni.
Sono state fatte delle dichiarazioni secondo cui i due pescatori indiani non sono stati uccisi dai due Fucilieri, ma dalle forze di sicurezza di un’altra petroliera che si trovava nello stesso luogo. Altra dichiarazione, secondo la quale la presenza italiana rappresenta il prodotto della prassi affaristica illecita ed il tentativo di tenere lontano il made in Italy dall'India per favorire i gruppi politici locali e contrastare l'odiata "Italiana" Sonia Gandi.
Ci sono anche questioni attinenti l’esatta locazione dove è avvenuto l’incidente, se si è consumato nella acque internazionali oppure nelle acque interne dell’India. Dopo l’incidente, le autorità indiane non hanno esitato a fermare la petroliera Enrica Lexie, battente bandiera italiana, convincendola ad entrare nel porto di Kochi, dove hanno proceduto al fermo dei due Fucilieri per interrogarli e, dopo aver valutato le responsabilità su chi ha sparato, accusarli del reato di omicidio.
Le autorità italiane, a loro volta, hanno posto in risalto il fatto che l’India non aveva alcuna giurisdizione in merito all'accaduto e non hanno contestato subito la completa estraneita dei Militari di scorta ribadendo, quindi, che solo l’Italia aveva la esclusiva giurisdizione sui propri organi ufficiali che operavano per la sicurezza dell’Enrica Lexie e questo in base ad un principio generale storicamente e comunemente riconosciuto dall'ordinamento internazionale – e, da ultimo, sancito nell'articolo 87 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 – secondo cui nelle acque internazionali lo Stato della bandiera è il solo soggetto normalmente legittimato ad esercitare poteri coercitivi nei confronti delle navi iscritte nei propri registri.
Qui si inserisce anche la responsabilità di chi ha ordinato lo sbarco dei due Fucilieri consegnandoli di fatto a chi non aveva titolo per procedere al fermo di due Militari in missione.
Le autorità indiane facevano presente alle autorità italiane che spettava a loro l’esercizio della giurisdizione, in base al loro ordinamento interno. Il luogo dove è avvenuto l’incidente costituisce il punto cruciale per comprendere la natura della controversia tra i due soggetti di diritto internazionale. A parere delle autorità italiane, visto che la petroliera Enrica Lexie si trovava in alto mare al momento dell’accaduto, le Corti indiane non erano competenti nel giudicare i due marò, secondo il diritto internazionale.
Questa disputa tra i due Stati opera alcuni differenti punti: il primo, se l’esercizio di giurisdizione da parte dell’India viene inibito dalle rilevanti norme di diritto internazionale generale; il secondo, se l’inseguimento e il fermo della Enrica Lexie in acque internazionali era ammissibile; e, il terzo, se questo priva i tribunali interni indiani ad applicare la loro giurisdizione.
Il primo punto può essere risolto dando uno sguardo alle fonti standard del diritto internazionale generale come, a titolo di esempio, i trattati e la consuetudine. Classicamente lo jus cogens o, meglio, il diritto internazionale consuetudinario disciplina l’esercizio della giurisdizione secondo cui ciascuno Stato potrebbe esercitarla in ogni momento, tranne dove si presenta una norma che la vieta. Su questo punto si espresse già la Corte Permanente di Giustizia Internazionale, prima della nuova Corte Internazionale di Giustizia, la quale affrontò un simile caso nel 1927, sottolineando che lo Stato nazionale della nave, dove ci furono anche dei morti, aveva tutto il diritto di esercitare la giurisdizione perché il reato si consumò sul territorio di quello Stato, visto che la nave era, in un certo senso, considerato lembo territoriale.
Questo principio trova la sua recente espressione nello jus cogens noto come il principio del fine territoriale. Gli altri principi del territorio sono quello soggettivo, quello della nazionalità attiva, della personalità passiva, dell’universalità, della protezione e, possibilmente, quelli degli effetti dottrinali. Gli Stati, pertanto, sono liberi di limitare l’esercizio della propria giurisdizione mercé, inter alia, accordi internazionali siglati.
Gran parte degli Stati, che costituiscono la vita della società internazionale, dopo la decisione della Corte Permanente di Giustizia Internazionale inerente l’affare Lotus tra Francia e Turchia del 1927, si sono riuniti a Montego Bay nel 1982 per dar vita alla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, firmandola ed invertendo la decisione dell’affare Lotus. 
Si menzioni il fatto che sia il governo italiano che quello indiano hanno ratificato e firmato questo trattato del 1982, per cui sono a tutti gli effetti vincolati ad esso. 
L’articolo 97 paragrafo 1 della Convenzione di Montego Bay sul Diritto del Mare enuncia che in caso di abbordo o di qualunque altro incidente di navigazione nell'alto mare, che implichi la responsabilità penale o disciplinare del comandante della nave ovvero di qualunque altro membro dell'equipaggio, non possono essere intraprese azioni penali o disciplinari contro tali persone, se non da parte delle autorità giurisdizionali o amministrative dello Stato di bandiera o dello Stato di cui tali persone hanno la cittadinanza. Questo articolo va applicato esclusivamente ai casi di collisione ed incidenti di navigazione nelle acque internazionali, ad esclusione di altri eventuali casi. La Convenzione di Montego Bay sul Diritto del Mare inibisce l’esercizio di giurisdizione su atti che cagionano una collisione che avviene su una altra nave battente bandiera di un altro Stato, fondandosi, pertanto, sul principio oggettivo territoriale.
La norma generale inerente la giurisdizione in acque internazionali è sancita nell’articolo 92, secondo cui le navi battono la bandiera di un solo Stato e, salvo casi eccezionali specificamente previsti da trattati internazionali o dalla presente Convenzione, nell'alto mare sono sottoposte alla sua giurisdizione esclusiva. Purtroppo, questa norma non specifica in modo netto la giurisdizione penale su atti che avvengono su una nave e si concludono su di un’altra nave. Essa fa riferimento soltanto alla giurisdizione sulle navi e si riferisce, in larga misura, all’autorità di fermare la nave nelle acque internazionali e di condurre l’attività di polizia giudiziaria a bordo. Sempre l’articolo 92 può essere letto per comprendere l’esclusione della applicazione all’approccio dell’obiettivo territoriale della giurisdizione, facendo riferimento ai casi eccezionali. Il problema di quest’approccio sta nel fatto che, secondo la teoria oggettiva, lo Stato nazionale della nave, dove è stato commesso il crimine, non esercita la giurisdizione sulla nave in cui il crimine ha avuto il suo inizio. L’India ha sempre ritenuto di dover esercitare il proprio diritto di considerare crimini quelle attività che si manifestano o si sono manifestati, se pur parzialmente, sul suo territorio. Il contenuto della norma, presente nell’articolo 92, indica come prevenire gli Stati dall’esercizio della giurisdizione su eventi che accadono a bordo di una nave in acque internazionali e che batte la bandiera di un altro Stato. In aggiunta, va sottolineato che la norma, di cui all’articolo 97, inerente la collisione, sarebbe superflua, se l’articolo 92 fosse intesa come esclusione della competenza giurisdizionale in tutti i casi, dove il reato viene commesso a bordo di un’altra nave.

Gli estensori della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare non tennero in considerazione o, meglio, esclusero la giurisdizione solamente nei casi di collisione ed incidenti di navigazione, asserendo, in conclusione, che in altri casi la giurisdizione è consentita.
Estendere la giurisdizione indiana su reati che vengono commessi su navi che battono bandiera indiana è conforme con l’attuale prassi giurisdizionale riguardanti i reati che hanno il loro inizio nel territorio di uno Stato e sono commessi o parzialmente compiuti nel territorio di un altro Stato. Le Corti indiane andrebbero intese come aventi la giurisdizione sui due Fucilieri basata sulla mancanza di ogni esplicita inibizione della Convenzione di Montego Bay del 1982 sull’esercizio del principio dell’obiettivo territoriale ed il fatto che la prassi giurisdizionale attuale di solito sostiene l’esistenza di alcune giurisdizioni in determinati casi.
Competente a prescrivere comportamenti è, ovviamente, una questione separata dal se perseguire o meno la petroliera Enrica Lexie in acque internazionali, ed era consentito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. Questo secondo problema concerne l’autorità di uno Stato di trattenere una nave in acque internazionali. L’articolo 111 paragrafo 1 della Convenzione di Montego Bay del 1982 enuncia che è consentito l’inseguimento di una nave straniera quando le competenti autorità dello Stato costiero abbiano fondati motivi di ritenere che essa abbia violato le leggi e i regolamenti dello Stato stesso. L’inseguimento deve iniziare quando la nave straniera o una delle sue lance si trova nelle acque interne, nelle acque arcipelagiche, nel mare territoriale, oppure nella zona contigua dello Stato che mette in atto l’inseguimento, e può continuare oltre il mare territoriale o la zona contigua solo se non e` interrotto

L'analisi effettuata dal Perito Giudiziario Luigi di Stefano, oltre che confutare tutte le prove iniziali addotte dalle autorità del Kerala,  spiega dettagliatamente e pone in evidenza tutti questi aspetti.
L’esatta locazione della petroliera italiana Enrica Lexie, al momento dell’inseguimento iniziato – se al di là del mare territoriale –, può essere considerato come un violare i diritti nella zona dell’alto mare, in cui la nave italiana si trovava in quel momento. Nonostante tutto, alcune cose possono essere evidenziate con certezza. Le autorità indiane non avevano alcun diritto di inseguire la nave Enrica Lexie, visto che i presunti atti di omicidio sono avvenuti oltre il loro mare territoriale e, quindi, in aree non soggette alla sovranità dello Stato indiano. Contrariamente, a parere di chi scrive, essi avevano pienamente il diritto e l’autorità di fermare la nave battente bandiera italiana, solamente se l’incidente fosse accaduto nelle loro acque territoriali. A maggior ragione, visto che la nave italiana era stata trattenuta in modo inappropriata nel porto di Kochi per alcuni mesi – il suo rilascio è avvenuto agli inizi del mese di maggio –, le autorità indiane sono in dovere nel risarcirla per ogni perdita giornaliera. Ciò è sancito proprio nel paragrafo 8 dell’articolo 111, sempre della Convenzione di Montego Bay del 1982, secondo cui una nave che abbia ricevuto l’ordine di fermarsi o sia stata sottoposta al fermo fuori dal mare territoriale in circostanze che non giustificano l’esercizio del diritto di inseguimento verrà indennizzata di ogni eventuale perdita o danno conseguente a tali misure. Ma questo non ha ancora risolto il problema della giurisdizione indiana circa la detenzione dei due fucilieri della marina militare, che sono tuttora, anche se in parte liberi, in attesa della decisione dell’alta Corte indiana per il loro via dal territorio indiano.
L’ultima problematica concerne la questione inerente i tribunali indiani se sono autorizzati ovvero abbiano titolo a processare i due  fucilieri della marina militare italiana  per l’accusa di omicidio, in cui si suppone pure che l’India abbia violato una serie di norme di diritto internazionale proprio attraverso il fermo della petroliera battente bandiera italiana e l’arresto dei due organi ufficiali. La risposta dell’India non può che sembrare positiva come questione di diritto. Sebbene non viene dibattuto, generalmente, il procedimento giudiziario di un individuo sarà legale anche nel momento in cui quella persona sia stata data in custodia alla Corte indiana con strumenti illeciti. La Camera straordinaria del Tribunale cambogiano, ad esempio, ha esplicitamente riconosciuto tale dottrina, mentre il Tribunale internazionale per i crimini di guerra in Ruanda ne ha già dibattuto. 
Non pare esserci, di conseguenza, una parte del diritto internazionale che possa regolare il modus con cui poter esercitare la giurisdizione a causa di questo presunto arresto illegale. La presenza di questi nuclei militari a bordo si attiene anche alla risoluzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, la quale invita tutti gli Stati a contribuire al contrasto della pirateria al largo delle coste somale e nell’Oceano indiano. Le autorità italiane hanno insistito sul problema che, sulla base dei principi del diritto internazionale, la giurisdizione sul caso appartiene unicamente all’ordinamento giudiziario italiano, perché i fatti sono avvenuti in un’azione antipirateria, come pure quest’azione è stata compiuta in alto mare su una nave battente bandiera italiana e anche per il fatto che ne sono stati protagonisti militari italiani, organi ufficiali dello Stato italiano.
L’incidente avvenuto in acque internazionali tra la petroliera battente bandiera italiana ed il peschereccio indiano viene dipinto come una specie di giallo internazionale.

Alla luce di queste considerazioni si può ragionevolmente pensare che nessun giudice Indiano, forte degli insegnamenti del diritto anglosassone , non può non valutare tutte le norme indicate e quindi pronunciare una sentenza assolutoria per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, mentre la responsabilità delle decisioni, da qualsiasi livello siano pervenute, sono esclusivamente dei vertici di comando sia politico che Militare (indipendentemente da chi li ha comunicati) in primis di chi è al vertice della catena.

mercoledì 28 agosto 2013

Ramstein

quella strage 26 anni fa

Era il 28 agosto 1988, cosi' cambio’ la storia delle acrobazie aeree 



Ramstein, quella strage 25 anni fa
L'incidente a Ramstei
Un attimo, uno schianto, un bagliore, tre frecce impazzite che precipitano e sul campo rimangono settanta morti e 346 feriti: è il drammatico bilancio dell'incidente aereo di Ramstein, in Germania, accaduto il 28 agosto 1988, venticinque anni fa, nel quale fu coinvolta la Pattuglia acrobatica nazionale (Pan). E' stato il più pesante e tragico incidente della storia in una esibizione acrobatica aerea. Era una domenica soleggiata di fine estate. Nella base statunitense di Ramstein, al confine con la Francia, era in corso un'esibizione aerea. Le Frecce tricolori erano le più attese. Il programma procedeva senza intoppi. Poi il dramma.
Nell'espletamento dei 'cardioide', una delle figure più rappresentative delle Frecce, il 'solista', (Pony 10, in gergo tecnico), il tenente colonnello Ivo Nutarelli, arriva troppo presto all'intersezione con i colleghi ed è collisione. Il suo Aermacchi MB-339 colpisce in pieno il capoformazione (Pony 1), il tenente colonnello Mario Naldini, che a sua volta 'tocca' 'Pony 2', il capitano Giorgio Alessio. I tre aerei diventano altrettante palle di fuoco, delle frecce impazzite e incontrollabili. Pony 1 si schianta su una corsia stradale al fianco della pista. Naldini non fa in tempo ad azionare il sedile eiettabile.

Anche il capitano Alessio finisce la sua tragica corsa sulla pista e nell'impatto il suo aereo esplode. La traiettoria più tragica è però quella di Pony 10. Dopo l'impatto, l'Aermacchi di Nutarelli piomba sulla folla che ancora non si era resa conto di quello che stava accadendo. Sul terreno rimangono 67 morti e centinaia di feriti. Una strage. Il tutto in sette, lunghissimi, secondi. Sulla strage di Ramstein (la base aerea americana da allora non ha più ospitato manifestazioni aeree) si sono susseguite le ipotesi più fantasiose. Molti parlano e parlarono di complotto, di sabotaggio. Proprio Nutarelli e Naldini, infatti, come appurò la commissione per la strage di Ustica, si erano alzati in volo la sera del 27 giugno 1980 dall'aeroporto di Grosseto e intercettarono il DC9 dell'Itavia.
Il sabotaggio di Ramstein, secondo queste ipotesi, sarebbe stato architettato per togliere di mezzo eventuali testimoni. Difficile, ovviamente, assecondare questa tesi a causa anche della sproporzione tra fini e mezzi e cioè che si dovesse cagionare una catastrofe - con modalità peraltro incerte nel conseguimento dell'obiettivo - per eliminare due testimoni. Ramstein fu piuttosto un tragico errore. Nutarelli, forse il solista più preparato che mai le Frecce abbiano avuto, arrivò in anticipo all'intersezione con i colleghi. Forse, come sostennero altre tesi, perché accecato dal sole. Se ne accorse tanto che, per rallentare la corsa, estrasse i carrelli, ma non poté evitare l'impatto del suo Aermacchi.
Oltre ai tre piloti delle Frecce, sul colpo morirono 51 spettatori e altri 16 nelle settimane successive. Negli ospedali della zona vennero soccorse, per ustioni di vario grado, centinaia di persone: uomini, donne, bambini, giovani ed anziani. Da allora il volo acrobatico non è stato più lo stesso. Vennero adottare severissime misure di sicurezza. Oggi le 'figure' non possono più essere fatte sopra il pubblico che deve stare a svariate centinaia di metri dall'esibizione.
Sono cambiati anche i parametri delle Frecce e delle altre Pattuglie acrobatiche che hanno più 'aria' per le singole figure. In Friuli, dove il volo acrobatico è nato e dove le Frecce sono di casa, il dramma di Ramstein fu come un colpo al cuore. Difficile da smaltire. Ai funerali dei tre piloti tutta la città di Udine si fermò. Furono migliaia i presenti al tempio ossario di Piazzale XXVI luglio. Nessuno, però, pensò mai di 'chiudere' l'esperienza, di fermare a terra le Frecce che tuttora sono amate, rispettate e apprezzate per il loro lavoro 'di pubblicizzazione' dell'eccellenza italiana nel mondo.

lunedì 26 agosto 2013

E vogliono entrare in Europa

Gli esuli umiliati a Pola

Volevano ricordare la strage di Vergarolla, ma alcuni titini e la polizia hanno fatto sparire lo striscione. Un rappresentante dell'ambasciata italiana in Croazia non è intervenuto



Un gruppetto di esuli umiliati e costretti, in modi spicci, a togliere di mezzo uno striscione che chiede “Giustizia per i ventimila italiani infoibati e uccisi in Istria, Fiume e Dalmazia” fra il 1943 e dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Nostalgici di Tito che gridano “viva il comunismo” e “morte ai fascisti” contro i “provocatori” con lo striscione durante la manifestazione che ricorda una terribile strage di italiani sulle spiagge di Pola. Gli organizzatori della locale Comunità italiana e gli esuli del Libero comune di Pola in esilio inviperiti dal fuori programma con lo striscione. L’incaricato d’affari dell’ambasciata italiana a Zagabria, Marco Salaris, che non batte ciglio e si guarda bene dall’intervenire.
Il tutto ripreso in un video inviato a il Giornale, che dimostra come sia ancora lunga e delicata la strada della riconciliazione con i nostri vicini appena entrati in Europa. Il 18 agosto è stato commemorato a Pola l’eccidio di Vergarolla. Lo stesso giorno del 1946 alcune mine marine in disuso saltarono in aria sulla spiaggia istriana gremita da famiglie di italiani. Fra 80 e 100 le vittime, ma solo 64 vennero identificate. Dietro la strage c’erano gli agenti dell’Ozna, la polizia segreta di Tito, che voleva dare un sanguinoso segnale all’unica città istriana, a maggioranza italiana, ancora sotto controllo inglese. L’eccidio di Vergarolla, gli infoibamenti e le violenze dei titini provocarono l’esodo di oltre 200mila italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia.
Da qualche anno il ricordo viene celebrato assieme dalla principale associazione degli esuli polesani e dai rimasti della minoranza italiana in segno di riconciliazione. Alla manifestazione  era presente anche l’Assessore alle Finanze della Regione Friuli Venezia Giulia, Francesco Peroni.
Un gruppetto di sette esuli “ribelli” guidati da Romano Cramer si è presentato con un paio di bandiere italiane e lo striscione bianco a caratteri neri per chiedere giustizia per gli infoibati, una verità storica senza ombra di dubbio. “La nostra era una manifestazione pacifica - spiega Cramer - A Trieste sono sfilati i sostenitori di Tito  con bustine  e stelle rosse anche sulle bandiere italiane a festeggiare l’occupazione della città (40 giorni di terrore nel maggio-giugno 1945 nda) senza che nessuno poliziotto intervenisse per fermarli. Noi, invece, siamo stati u Gli esuli del Libero comune di Pola la pensano diversamente. Secondo un loro rappresentante “il momento ed il luogo erano sbagliati. E’ l’unica occasione in cui noi ed i croati ricordiamo delle vittime italiane del periodo titino. E stavamo arrivando anche  a far mettere sul monumento i nomi di tutti i morti identificati. Dopo questa sceneggiata siamo punto e a capo”.
Le immagini del video parlano chiaro. Contro lo striscione della discordia, che chiede solo “giustizia per gli infoibati” intervengono subito i rappresentanti della Comunità italiana di Pola. Secondo gli esuli “ribelli”  sostenendo che avrebbe compromesso la strada della “rappacificazione e riconciliazione fra i popoli”.
Delle guardie private in maglietta blu, assoldate dagli organizzatori della manifestazione, sono riprese mentre si fanno avanti per bloccare il fuori programma, ma sembrano titubanti. Ad un certo punto una voce fuori campo, in italiano, di qualche nostalgico di Tito del posto tuona: “Viva il comunismo”. I passanti e qualche turista si stupiscono, ma capiscono ben poco. Il clima si surriscalda e parte il vecchio slogan “morte ai fascisti” rivolto agli esuli con lo striscione. Alla manifestazione ufficiale davanti al cippo che ricorda la strage, pur con una formula poco chiara, fanno suonare il silenzio e gli animi sembrano calmarsi.
Le note dell’omaggio ai caduti non si sono ancora spente, quando si fa avanti un deciso poliziotto croato in borghese, che controllava la manifestazione. Un tipo corpulento, con la maglietta a righe, che viene spalleggiato dalle guardie private e con modi bruschi fa arretrare gli esuli “ribelli” ed arrotolare a forza lo striscione.
Non proprio un encomiabile biglietto da visita per la Croazia in Europa. Salaris, l’incaricato d’affari dell’ambasciata presente ufficialmente alla celebrazione non muove un dito. Gli esuli ribelli  sospettano addirittura che abbia avallato l’intervento della forza pubblica. Sul sito della nostra rappresentanza diplomatica a Zagabria non si fa alcun cenno all’ “incidente”, ma si sottolinea “la ritrovata fratellanza tra popoli europei, suggellata quest’anno dall’ingresso della Croazia nell’Unione Europea”

mercoledì 21 agosto 2013

Il cortocircuito tra Roma e Delhi



Sulla vicenda dei due Fucilieri italiani trattenuti in India 
 
La vicenda dei due Militari Massimiliano Latorre e Salvatore Girone è stata vissuta in Italia come una crisi di prima grandezza nella nostra politica estera. Nelle cancellerie e nelle opinioni pubbliche di altri paesi, anche amici e alleati, l’attenzione è stata tutto sommato distratta. Il governo indiano l’ha considerata come una crisi di rilevanza secondaria e la stampa del paese l’ha spesso relegata nelle pagine interne.
Eppure, ci sarebbe stato più di un motivo per occuparsene in maniera diversa: la crisi dei marò ha messo in luce aspetti che presentano per l’insieme delle relazioni internazionali implicazioni potenzialmente rilevanti. Si è parlato molto di pena di morte intorno a questa vicenda, in Italia: in parte per una preoccupazione reale, e in parte non minore per una tattica negoziale che si riteneva – erroneamente a mio avviso – potesse indurre a unatteggiamento più costruttivo le autorità indiane.
La prassi giudiziaria indiana la prevede solo in casi definiti “the rarest of the rare” (nel più estremo fra i casi estremi) e l’ambiguità della formula è stata sempre interpretata in maniera restrittiva a Delhi. L’ultima esecuzione ha riguardato il terrorista pakistano, unico sopravvissuto dei responsabili della strage di Bombay del 2008. Pensare che un tribunale indiano potesse condannare a morte degli appartenenti alle forze armate di un paese amico, per di più membro della NATO, significa non valutare correttamente i meccanismi decisionali e le logiche di influenza della politica indianaQuello che preme sottolineare qui, tuttavia, non è tanto il fatto che le possibilità di una sentenza capitale siano giuridicamente improbabili e politicamente astratte, quanto che il tema della pena di morte sia entrato in questa vicenda mettendo a nudo esitazioni e ritardi nella battaglia per la sua messa al bando.
L’Italia è da sempre all’avanguardia nel campo abolizionista.
L’India invece ha dimostrato una forte ritrosia, votando in genere contro le risoluzioni societarie, in nome del diritto a una sovranità interna che rifiuta vincoli automatici, indipendentemente dal fatto che la pena venga applicata o meno. Che tutto ciò non abbia colpito più di tanto la comunità internazionale costituisce una manifestazione abbastanza evidente dell’effettivo livello di attenzione su questo tema. Diverso e non meno grave è stato il divieto imposto al nostro ambasciatore di lasciare il territorio indiano. All’ambasciatore italiano in India e accreditato anche in Nepal gli sarebbe stato di fatto impossibile esercitare le sue funzioni, con un’evidente lesione degli interessi italiani, nel caso di una qualche urgenza nei nostri rapporti con quel paese.
Che la sanzione imposta dalle autorità indiane abbia costituito una chiara violazione delle immunità diplomatiche sancite dalla Convenzione di Vienna, è di tutta evidenza. Le stesse ragioni addotte per cancellare il provvedimento sono apparse inaccettabili, nella misura in cui accreditavano ulteriormente l’ipotesi che si fosse agito in presenza di un fumus di reato.
Abbiamo espresso sollievo quando all’ambasciatore Mancini è stata restituita la libertà di movimento.
Forse avremmo dovuto anche, se non di più, ribadire l’indignazione.
La mossa indiana avrebbe dovuto provocare una protesta ben più forte, e soprattutto generalizzata: le parole imbarazzate della Ue, la presa di distanza di fatto delle Nazioni Unite e l’indifferenza di molti paesi alleati, non sono state tanto o solo un danno per la credibilità dell’Italia (che pure c’è stato).Hanno lasciato intravedere la possibilità di una deriva che ci si augura non abbia a verificarsi ma che, in caso contrario, sarebbe difficile arginare e getterebbe nel caos la dinamica dei rapporti internazionali. I due marò erano impegnati in una azione di protezione antipirateria e questo, quali che siano state le modalità, resta un punto centrale. La Enrica Lexie è stata attirata in porto dalle autorità indiane con la scusa di collaborare all’identificazione di presunti pirati appena catturati (stando a quanto è stato riferito all’epoca e mai smentito). Si è trattato di uno stratagemma illegittimo che ha fatto perno sulla buonafede italiana in quello che si riteneva un impegno comune a entrambi. Il danno fatto all’Italia avrebbe giustificato una ben più decisa reazione, ma soprattutto si è creato un vulnus all’impegno della comunità internazionale di stroncare sotto l’egida dell’Onu il flagello della pirateria. Quale altra nave risponderà mai a richieste di cooperazione del genere in futuro?
Il rischio è quello che una campagna voluta dalle Nazioni Unite, la cui efficacia si basa sull’adozione di norme uguali per tutti, finisca per naufragare nella confusione, o al massimo di divenire preda della logica del più forte come unico parametro di comportamenti e reazioni. La pirateria è un problema serio; i nostri marò potrebbero anche avere commesso degli errori (personalmente ne dubito), ma azioni come quella indiana possono avere un effetto dirompente sull’intero sistema di prevenzione.
C’è chi ha visto nell’azione del governo indiano la riprova della rivendicazione, da parte dei “giganti emergenti”, del diritto di riscrivere le regole di comportamento sin qui vigenti, a seguito del rovesciamento delle linee d’influenza tradizionali del rapporto Nord-Sud, in un mondo globalizzato e sempre meno unipolare. È la lettura di quanti hanno ritenuto inevitabile per l’Italia prendere una posizione sostanzialmente rinunciataria davanti a pretese sicuramente infondate. Nulla di più potenzialmente pericoloso: resta da dimostrare se l’atteggiamento indiano sia stato figlio di una mentalità da Superpotenza saldamente introiettata, o se non si sia trattato di una nuova manifestazione di insicurezze antiche, quelle di un paese che vorrebbe convincersi di essere grande, ma non vi riesce del tutto, e reagisce rompendo il paniere delle regole che per altri versi vorrebbe poter determinare. L’India è un paese emergente, ma non ancora emerso del tutto.
Quale che sia la lettura giusta, resta il fatto che il mutamento degli equilibri globali richiederà una assunzione di responsabilità tanto da parte dei “nuovi grandi” come delle potenze tradizionali, più o meno declinanti, per fissare i paletti di un nuovo recinto condiviso.
È possibile, e forse anche probabile, che Latorre e Girone vengano condannati dal tribunale indiano che li dovrà giudicare. Non importa a che tipo di pena: resterebbe il fatto che due membri delle forze armate italiane, in servizio di Stato nell’interesse di una campagna voluta dalle Nazioni Unite, avrebbero subito una condanna penale e che questa condanna l’Italia avrebbe di fatto accettata. C’è davvero da riflettere su cosa ciò significherebbe in termini di capacità del nostro paese di avere una proiezione internazionale all’altezza non so se delle sue ambizioni, ma di certo del suo ruolo e delle sue responsabilità.





lunedì 19 agosto 2013

Quando il "gregge" NON sa

MES(ESM):un trattato Europeo che tutti dovrebbero conoscere....


IL POPOLO SOVRANO

Provate a chiedere e verificate voi stessi quante persone, su 10, sappiano dirvi cosa sia il MES.
Penso pochissime, ad ogni modo, ovunque vi troviate nel mondo, spero stiate Benissimo e al sicuro, insieme a Persone che vi amano. 
Cercate sempre, per quanto possibile, soprattutto nei momenti più bui e disperati, di resistere all'impulsività e alla violenza, altrimenti chi vi cerca, chi ha bisogno di voi, potrebbe non riconoscervi.
E io so che molti di Voi sono persone profonde e sensibili.
E in questo mondo dove la superficialità sembra farla da padrone, voi siete il vero motivo per cui il mondo resta azzurro e continua a girare.
Se non fosse per persone come voi, questo pianeta sarebbe da tempo una landa desertica e radioattiva.

Ma veniamo alla riflessione di cui in premessa ovvero cerchiamo di capire insieme cosa sia il MES (ESM), il meccanismo di stabilità europea, un organismo sovranazionale che tutti dovrebbero conoscere ma che come vi ho anticipato, da quanto sto verificando e da come voi stessi potete verificare chiedendo in giro, pochissimi sono invece al corrente.
Come state per apprendere, più che una riflessione, questa volta, il presente post è un accorato invito che rivolgo a Tutti.
Quando dico Tutti, intendo proprio TUTTI.
Non ha importanza che mi stimiate od odiate. NON dovete credere in me ma in voi stessi.
Ormai solo le persone in malafede, quelle stolte o quelle palesemente corrotte, o che sono state disinformate da certi disonesti con patetici e flebili tentativi cercano di negare l'evidenza.
Assodato quanto la fiducia in voi stessi e nel vostro futuro sia importante, sicuramente comprenderete quanto sia vitale, ai fini di aumentare la fiducia in voi stessi, conoscere almeno quelle cose che accadono a certi livelli di potere, soprattutto quando le conseguenze di tali decisioni politiche prese da politici che sono all'atto pratico vostri mandatari (siete voi, almeno sulla carta... che li avete eletti...) e quindi fanno ricadere su di voi le responsabilità delle loro decisioni qualsiasi esse siano...
E comunque vadano le cose,  questi signori, comunque prendono lo stipendio.
Non si tratta di 400 euro al mese.. no.. e neanche di mille... qui si parla di decine di migliaia di euro, di immunità di vario genere e bonus che gli consente di usufruire di tanti beni in modo gratuito o comunque estremamente scontato.
E ovviamente i loro stipendi glieli pagate voi...
Vi hanno abituato dalla nascita a credere che fosse giusto.
Ma è davvero così?
L'art.1 della Costituzione dice che il Popolo è Sovrano.
Popolo Sovrano siete TUTTI VOI cittadini nessuno escluso.

E allora perché ci sono poteri che comandano al posto vostro e quando chiedete loro di aiutarvi, a meno che non siate loro amici diretti o parenti, vi lasciano in mezzo a una strada o in mezzo a guai, spesso in cui ci siete finiti proprio a causa delle loro negligenze e per disperazione?

Ora per poter entrare a conoscenza di certi argomenti quali ad esempio proprio il MES, occorre sia attenzione da parte vostra (ed è difficile a causa della quantità di problemi quotidiani che siete obbligati ingiustamente ad  affrontare) sia attenzione da parte dei notiziari che diano le dovute informazioni alla popolo su argomenti che lo riguarda... soprattutto quando tocca le sue tasche... le VOSTRE tasche, i vostri sudati risparmi e di conseguenza il vostro futuro.

Purtroppo nel caso del MES, tutto questo non è accaduto.
I telegiornali e i notiziari radiofonici infatti non gli hanno dedicato sufficiente attenzione: ed è questo il motivo per cui di questo Meccanismo Europeo di Stabilità ben pochi conoscono ancora oggi l'esistenza.

Ora però la divulgazione di argomenti che ritenete meritevoli di essere spiegati e insegnati ai vostri amici, diventa vostro compito.
Potrei dirvi direttamente io come stanno le cose, ma poiché alcuni articoli di questo importante trattato riguardano il Vostro imminente futuro, ritengo sia Vostro diritto e dovere di cittadini Italiani ed Europei, leggerli e comprenderli personalmente.

Qualora vi troviate qualcosa che effettivamente riduca la vostra sovranità, è possibile chiedere democraticamente ai politici competenti di modificare il trattato secondo quanto riterrete più opportuno. Inoltre , per chi ha tempo e volontà di conoscere quello che lo aspetta, sembrerebbe, che il sito ufficiale del Consiglio Europeo abbia pubblicato anche la versione italiana del trattato.
Invito quindi TUTTI i cittadini europei a leggerlo con Calma e Attenzione in ogni sua singola riga:

http://www.european-council.europa.eu/media/582889/08-tesm2.it12.pdf  (italiano)
http://www.european-council.europa.eu/media/582311/05-tesm2.en12.pdf (inglese)

giovedì 15 agosto 2013

Italia e islamismo

I DANNI DELLA SINISTRA

Chi c'e' dietro al Ministro Kienge...?


Post di Floriano Stevens



Il piano strategico e' di creare un Partito islamico in Italia, l'entrata in politica della Kienge' e' stata voluta dal P.D. che in modo ingenuo puntava sull'accaparrarsi il voto degli stranieri presenti in Italia che sono gia' piu' di 5.000.000 e la maggioranza e' islamica. Kienge' nel 2002 fonda l'associazione interculturale DAWA (in lingua swahili: magia) con l'aiuto dell' on. Khalid Chaouchi (deputato del P.D.) di origine marocchina islamico che fa parte della Consulta per l'Islam italiano prendono e stringono contatti con la Lega musulmana mondiale. Iniziano a collaborare entrambi con l'U.C.O.I.I. (Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia) La presente Associazione è il prodotto della fusione di varie organizzazioni precedentemente esistenti, come i siriani e palestinesi, dell' Unione degli Studenti Musulmani in Italia (USMI) organizzazione, alcune organizzazioni islamiche femminili come l'Islam Donne e il contributo di alcuni individui, come Hamza Roberto Piccardo , ex militante di Autonomia Operaia convertito all'Islam e di fatto direttore della casa editrice Libreriaislamica.it (precedentemente conosciuto come "Al Hikma").Kienge' ha contatti forti anche con La Consulta per l'Islam italiano che è un organismo di carattere consultivo del Ministero dell'Interno formato da alcuni personaggi ritenuti autorevoli rappresentanti dell’Islam in Italia.Istituita con decreto nel 2005 dall'allora Ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, è stata confermata nel 2006 dal nuovo ministro degli interni Amato, Inizialmente la presidenza era stata assunta da Nour Dachan , leader della componente siriano della Fratellanza Musulmana , e la Segreteria di Ali Abu Shwaima , leader della componente palestinese della stessa organizzazione; successivamente tale carica è andata a Roberto Piccardo convertitosi anche lui all'islam.- Collaborano attivamente anche con il Co.Re.Is. (Comunità Religiosa Islamica), Sezione italiana della Lega musulmana mondiale, U.I.O. (Unione islamica in Occidente, di cui Mario Scialoja, italiano, ambasciatore a riposo e' direttore della Sezione italiana della Lega musulmana mondiale). Kienge' crea anche l' ANOLF L'Associazione è presente in tunisia,( 98% musulmani)in marocco,( 97% musulmani)senegal (92% musulmani) ed e' distribuita e organizzata capillarmente su tutto il territorio nazionale con uffici Regionali (20),le Sezioni Provinciali (101) e Territoriali (10)Tra pochi anni il ministro Kienge' si stacchera' dal P.D. e con il potere che avra' politicamente acquisito formera' un partito Musulmano che nel frattempo potra' contare su un bacino di circa 7.500.000 di voti, con i finanziamenti che gli verranno concessi facilmente dal Mondo Arabo potra'.......lascio a Voi la previsione....

Allora, mi chiedo:- che sia il caso di copiare il modello Putin?


Considerando che le premesse, che si realizzi quanto postato da Stevens, ci sono tutte  e
che il nostro buonismo ci penalizza indiscutibilmente sarebbe opportuno mettere un freno
a tutto questo.
Non si può lasciare che quello che hanno costruito i nostri Nonni e i nostri Padri venga stravolto da una congregazione di incompetenti capaci solo di interessarsi a problemi di casta e non ai bisogni reali degli Italiani.
Prima che la cosa sia irreversibile tocca a noi dire BASTA!
Tocca a noi "popolo sovrano" arginare tutto questo prima che si finisca come gli Egiziani.
Bisogna guardare oltre i Partiti e assumerci le nostre responsabilità (perché, se siamo a questo punto, lo dobbiamo a noi stessi).
Tocca agli "Italiani Veri" RINNOVARE COMPLETAMENTE  istituzioni, magistratura, vertici militari e tutto quell'apparato burocratico che strangola il nostro paese ma sino a quando restiamo inermi a guardare non possiamo lamentarci aspettando che altri risolvano il nostro problema.





















giovedì 8 agosto 2013

COME ALLUNGARE I TEMPI

Il Diritto è Indiano?





l’MHA  ha rigettato le tre opzioni che l’Italia aveva offerto per tentare di risolvere in modo ragionevole e soddisfacente (solo per noi) il problema sollevato dagli inquirenti indiani circa l’ottenimento delle testimonianze degli altri quattro Fucilieri non indagati, che si trovavano a bordo della Enrica Lexie con Latorre e Girone. E’ nota la pretesa degli indiani di interrogare nuovamente i 4 fucilieri, nonostante questi abbiano già reso le loro deposizioni all’epoca dei fatti (alle autorità del Kerala) e che siano stati interrogati numerose altre volte nel corso del sequestro della Lexie nel porto di Kochi, durato quasi due mesi ma essendo, le indagini, ripartite da zero quelle dichiarazioni sono state inficiate di qui il legittimo diritto della NIA di riascoltare i quattro testi per la nuova   fase istruttoria. Tra l’altro, essendo il Ministero degli Interni indiano titolare dell'inchiesta (su sentenza della Suprema Corte), non può agire in altro modo se non chiedere il rispetto dell'Affidavit firmato da noi per sbloccare il rilascio della Lexie e quindi evitare un inestricabile ginepraio dell’intera vicenda.
Comunque, nella circostanza l’Italia non ha dimostrato spirito collaborativo per venire incontro alle esigenze degli indiani, proponendo tre alternative: l’invito rivolto ad una delegazione di magistrati e di inquirenti indiani a venire a raccogliere le testimonianze ritenute indispensabili qui in Italia, a Roma; oppure di ricorrere ad un sistema di video-conferenza tra le parti; od ancora, ottenere le dichiarazioni richieste per iscritto con una rogatoria internazionale secondo prassi giuridiche consolidate. Ma, come detto, nessuna di queste tre soluzioni è stata ritenuta soddisfacente da parte degli indiani, che ancora una volta hanno tenuto a sottolineare che “fintanto che non otterrà queste dichiarazioni testimoniali la NIA, National Investigation Agency, non potrà concludere la fase inquirente, rimandandosi così sine die la possibilità di istruire un processo equo e rapido ai due Fucilieri”. In pratica un vero ricatto. La visita in Italia è stata esclusa perché secondo loro non permetterebbe l’applicazione del CrPC (Criminal Procedure Code) peculiare dell’India. La video conferenza non va bene perché filtra l’aspetto emozionale del rapporto diretto e non crea i presupposti per stabilire un feeling tra inquirenti e testi , mentre la rogatoria è stata esclusa perché darebbe luogo a richieste reiterate di approfondimenti e chiarimenti delle fredde affermazioni ricevute per iscritto, che solo con un processo interattivo diretto di domande-risposte si può sperare di potere ottenere.
La più immediata conseguenza di questa ennesima impasse, al di là dei messaggi improntati ad irresponsabile ed infondato ottimismo della Bonino e del suo vice Staffan De Mistura, è che si complica maledettamente in India la posizione dei due Militari italiani trattenuti sotto l’accusa di omicidio di due pescatori indiani. Le indagini che la Corte Suprema indiana aveva affidato alla NIA lo scorso mese di aprile insieme ad un termine perentorio di 60 giorni per condurle a termine sono infatti giunte ad un punto morto. Dapprima c’era stato il pretesto della necessità di riprodurre tutta la documentazione, atti, rilievi della polizia, verbali di deposizioni e di testimonianze, con ciascun atto scritto come capitava in una delle quattro lingue possibili, ovvero malayalam, hindi, italiano ed inglese, in una unica lingua comprensibile a tutti, cioè l’inglese. Questo ha comportato la richiesta della NIA, accettata dalla Corte di New Delhi, di poter sforare il termine dei 60 giorni per la conclusione della fase istruttoria e per la produzione del relativo FIR, First Investigations Report, in assenza del quale non può essere avviata la fase di istruzione del processo con la formulazione esatta dei capi d’accusa, o la dichiarazione del non luogo a procedere, a seconda delle conclusioni raggiunte sulla base degli elementi probatori emersi e presi in considerazione. Queste ulteriori lungaggini accettate supinamente dagli addetti ai lavori appaiono particolarmente gravi alla luce dei nuovi elementi acquisiti di recente e che rafforzano ulteriormente il convincimento dell’estraneità dei Fucilieri ai fatti loro contestati.
Un primo elemento,  riguarda l’ora in cui i Militari hanno sparato colpi di avvertimento in acqua per dissuadere un barchino di pirati, le 16.15 circa, che differisce di oltre 5 ore dall'ora che il comandante del peschereccio aveva indicato come quella dell’aggressione da parti di ignoti, cioè le 21.30 circa, nella quale aveva avuto luogo la sparatoria che ha causato la morte dei due pescatori. Un secondo elemento si è evidenziato nell'attenta rilettura delle dichiarazioni del procuratore generale della Corte Suprema di New Delhi Goolam E. Vanhavati. Questi ammette esplicitamente due cose: la prima era già nota ed è l’ammissione che l’incidente è avvenuto in acque territoriali internazionali, come l’Italia ha sempre sostenuto, ma ciò nonostante la Corte Suprema ancora non si è pronunciata in merito al quesito di competenza giurisdizionale sollevato da parte italiana che, giustamente, rivendica il diritto di rinviare a giudizio i due Fucilieri, se ne ricorrono gli estremi.
La seconda è una questione sfuggita ai più, inclusi tra questi non soltanto i distratti ministri del governo italiano di prima e di adesso, ma pare persino gli avvocati del collegio di difesa dei nostri Militari. Allo stato delle cose, i due Fucilieri sono ufficialmente accusati di “aver sparato contro un peschereccio indiano, causando la morte di due membri di equipaggio scambiati per pirati”. Ora noi ovviamente non siamo per niente esperti di diritto penale indiano, ma questa formulazione del capo d’accusa lascia chiaramente intendere l’attribuzione ai due Fucilieri, posto, ma non concesso che siano stati loro a sparare al St Antony, della volontà non di offendere, ma di difendersi legittimamente da individui ritenuti per il loro atteggiamento sospetto come pericolosi e determinati pirati, non certo degli innocui pescatori. In altri termini, questa accusa dovrebbe tradursi nel riconoscimento della legittima difesa personale, che resta tale anche quando solo fondatamente presunta e non inficiatile neanche nelle circostanze in cui a posteriori si venga a rilevare l’oggettiva inesistenza di una minaccia immediata, grave e reale all’incolumità propria e di altre persone poste sotto la propria tutela. Ovvio che in questo caso ci si aspetti che l’accusa di omicidio venga fatta decadere e che ai Marò venga immediatamente restituita la libertà personale, inclusa quella di rientrare in Italia. L’altra alternativa plausibile è che, proprio a causa dell’aver scambiato i pescatori per pirati, come dato per acquisito dagli stessi inquirenti indiani, l’accusa di omicidio venga derubricata in quella di omicidio colposo, mentre non regge più quella di omicidio volontario che è contraddittoria ed incongruente con l’accertata ignoranza dei Marò che si trattasse di pescatori, perché tutto in quelle circostanze ha concorso a fare ritenere che si trattasse di pirati.
Volendo metterci nei panni del PM, le accuse dovrebbero essere ridimensionate, oscillando tra l’eccesso di legittima difesa e l’omicidio colposo, reati per i quali il periodo di detenzione preventiva, arrivato a 18 mesi, sta ormai abbondantemente superando l’eventuale pena che si può ragionevolmente presumere che possa essere comminata nel caso, che appare assai remoto allo stato dei fatti, di riconosciuta colpevolezza dei Marò. Tra l’altro le famiglie delle vittime sono già state risarcite con 150mila euro ciascuna, per cui hanno rinunciato alla costituzione di parte civile, mentre quella richiesta dallo stato del Kerala è stata ritenuta inammissibile. Per queste ragioni, l’allungamento dei tempi di indagine diviene ogni giorno di più intollerabile ed insopportabile, ancorché assolutamente non giustificato. Eppure sembra che da questo punto di vista la situazione stia letteralmente precipitando. Per risolvere il problema della traduzione in inglese dei documenti, alla NIA era stata concesso lo spostamento dei termini per la produzione del FIR al 1 agosto, ma questa data ci è inesorabilmente scivolata alle spalle senza che nulla di nuovo si sia verificato.

A tale proposito, si deve ricordare che anche gli stessi Latorre e Girone erano stati convocati come testi, e pur potendosi allontanare sulla Lexie già in rotta verso il Corno d’Africa, preferirono essere collaborativi prestandosi a rientrare a Kochi per aiutare la polizia indiana in una azione che era stata definita di contrasto alla pirateria. Sappiamo tutti poi come sia andata a finire in quella sciagurata occasione, con i due disponibili Fucilieri Italiani passati proditoriamente dal banco dei testimoni a quello degli imputati, e di qui direttamente in cella. E'  comprensibile che l’italia si sia rifiutata di “consegnare” anche gli altri 4 Fucilieri, seppure richiesti solo come testimoni, che non rischiano a loro volta di essere accusati e trattenuti in arresto dagli indiani. Ora però non dimentichiamo che se vogliamo veramente che ci sia la conclusione della indagine e dell’istruttoria, un minimo di fiducia dobbiamo concederlo, è pur sempre una eventualità da annoverare nell'ambito dei possibili sviluppi della vicenda.
In conclusione, noi stiamo facendo gli indiani  e loro stanno facendo di peggio. Intanto si astengono da qualsiasi presa di posizione circa il conflitto di giurisdizione che dovrebbero riconoscere all’Italia secondo diritto internazionale, con ciò addirittura impedendo che il caso possa essere affrontato con l’atteggiamento positivo di volerlo risolvere. Poi si inventano ostacoli che non esistono, come quello della traduzione in inglese che ha comportato l’allungamento di due mesi dei tempi concessi per la predisposizione del Rapporto conclusivo sulle indagini.

C’è un nervo scoperto nella politica estera dell’India, l’ambizione più volte manifestata di essere cooptata nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU per meglio tutelarsi nei confronti di temibili potenze come la Cina e la Russia, o da nemici giurati come il Pakistan e lo Sri Lanka. E’ di ieri la notizia dell’uccisione di 5 soldati indiani lungo il cosiddetto Loc (Line of control) nel settore Poonch del Kashmir-Jammu della contrastata linea di confine con il Pakistan, morti per le quali l’India nulla può rivendicare se non lamentarsene. L’Italia è tra quelli che ha sempre sostenuto la candidatura dell’India, ora sarebbe giunto il momento di fargliela pesare. Per entrare nel CdS l’India si può scordare il voto della Cina, e forse pure quello della Russia, mentre Francia e Regno Unito non paiono impazienti di dare il loro consenso. L’Italia potrebbe minacciare l’India di schierarle contro non solo i suoi nemici dichiarati, ma tutti i Paesi alleati in ambito europeo e mondiale, Stati Uniti compresi. Di fronte ad una prospettiva del genere, forse, l’India scenderebbe  a più miti propositi e la faccenda dei Fucilieri si risolverebbe più in fretta.

lunedì 5 agosto 2013

IL VERO VOLTO DELLA SINISTRA

Da Almirante a Craxi chi tocca la sinistra muore

Il leader del Msi fu accusato di stragismo, quello del Psi distrutto per aver messo i comunisti nell'angolo. Da 20 anni nel mirino c'è Berlusconi



Vorrei conoscere la segreta legge in base alla quale chi si oppone alla sinistra è sempre un delinquente. Cito tre esempi principali, diversi per stile ed epoca, più altri casi paralleli. Quarant'anni fa il delinquente si chiamava Giorgio Almirante. Aveva ottenuto un gran successo elettorale, riempiva le piazze, spopolava in tv.
Perciò si decise che era un criminale, e dunque andava messo fuori legge col suo partito. Badate bene, il Msi in quella fase era meno fascista di prima, era in doppiopetto, era diventato destra nazionale, apriva a liberali e monarchici, aveva perfino partigiani. Ma allora risorse il fronte antifascista. La stessa criminalizzazione era avvenuta nel '60 quando l'Msi aveva svoltato in senso moderato, appoggiando un governo centrista, presto rovesciato da un'insurrezione violenta di piazza. L'antifascismo veniva sfoderato non quando si sentiva odore di fasci ma quando si sentiva odore di voti e di governo. Su Almirante piovvero stragi e accuse tremende, si creò un cordone sanitario per isolare la destra, la sua stampa e le sue idee, si favorì una scissione. La persecuzione finì quando il Msi tornò piccolo e innocuo. Le accuse di fascismo non risparmiarono neanche due combattenti antifascisti come Sogno e Pacciardi che erano però militanti anticomunisti. La campagna infame si accanì col Quirinale: Leone, eletto con i voti del Msi e senza quelli del Pci, fu massacrato e costretto a dimettersi, con accuse poi rivelatesi infondate.
Vent'anni fa il delinquente si chiamava Bettino Craxi, e la sua associazione a delinquere era non solo il Psi, ma il Caf, che comprendeva Andreotti e Fanfani vituperato anticomunista (poi sostituito da Forlani). Craxi aveva inchiodato il Pci all'opposizione, aveva conquistato la centralità del sistema politico, voleva modernizzare lo Stato. Eliminato.
Parallelamente Cossiga, da quando si emancipò dall'intesa consociativa che lo aveva eletto al Quirinale e cominciò a esternare contro i partiti, fu linciato, minacciato di impeachment, accusato di stragi e delitti. Fino a che Cossiga depose ogni progetto gollista e si limitò a esercitare l'arte del paradosso. Andreotti è un caso contorto ma anche lui diventò un delinquente solo quando smise di presiedere i governi consociativi.
Ora il delinquente si chiama Berlusconi, dopo un ventennio di caccia all'uomo.
Vi risparmio di farvi la storia del berluschicidio, vi esce ormai dalle orecchie. Dirò solo che rispetto agli altri lui ha l'aggravante tripla di essere ricco, di non essere un politico e di avere un grande elettorato. Con lui ci sono altri casi annessi (anche extrapolitici, come Bertolaso e don Verzè). Esempio? Il modello Lombardia di Formigoni&Cl, un sistema di potere analogo a quello delle coop rosse in Emilia, con le stesse ombre, ma con risultati di eccellenza in termini di amministrazione. Massacrato mentre le coop rosse furono risparmiate. Per la sanità la Lombardia fu indagata di pari passo con la Puglia di Vendola, ma con una differenza: la prima funzionava bene, la seconda no. Risultato: la prima fu sfasciata a norma di legge, la seconda no. Anche lì l'aggravante era il largo consenso recidivo a Formigoni.
Cos'hanno in comune i casi citati? Erano antagonisti della sinistra. E poi un'altra peculiarità: da Almirante a Pacciardi e Sogno, da Fanfani a Cossiga, a Craxi e a Berlusconi, volevano una repubblica presidenziale, bestia nera del Partito-Principe. Il mistero resta: come mai tutti coloro che si oppongono alla sinistra sono delinquenti, chi per eversione, chi per golpismo, chi per malaffare? C'è una spiegazione logica, scientifica a questa curiosa coincidenza? Cosa c'era di vero nelle accuse? Almirante era fascista, è vero, ed è pure vero che alcuni neofascisti erano violenti; ma Almirante e il suo partito non c'entravano nulla con stragi, assassini e violenze, di cui furono più vittime che artefici. Craxi navigò alla grande nel sistema delle tangenti, è vero, usò modi illeciti per finanziare la politica, ma la tangente fu inventata storicamente dalla sinistra dc parastatale e i finanziamenti illeciti, prima di Craxi riguardò la Dc, il Psi antecraxi, gli alleati, più i soldi che arrivavano da Mosca al Pci e le tangenti sull'import-export con l'est. Anche Berlusconi non è uno stinco di santo, ma se qualunque grande azienda italiana o qualunque grande partito italiano fosse setacciato, intercettato e perquisito con la stessa meticolosità, avrebbero trovato reati analoghi, anzi delitti peggiori e pure arricchimenti illeciti a spese del denaro pubblico. Appena si è scoperchiato l'affare Monte dei Paschi vedete cosa ne è venuto fuori, suicidi inclusi. Se avessero poi applicato il criterio usato per Berlusconi - il capo è colpevole degli illeciti compiuti nel suo regno - avremmo avuto in galera i due terzi del capitalismo nostrano e della partitocrazia.
A questo punto la conclusione è netta: o avete il coraggio di teorizzare l'iniquità razziale di chiunque si opponga alla sinistra, e dunque il nesso etico e genetico tra antisinistra e criminalità, o c'è qualcosa di turpe nella sistematica criminalizzazione del nemico. Certo, non tutti i giudici che si sono occupati di Berlusconi e dei casi precedenti erano di parte. Alcuni decisamente sì, erano di parte; altri invece erano solo nella parte, ovvero accettate quelle premesse non puoi che avere quelle conseguenze; si crea un meccanismo a cascata, una coazione a ripetere e a non contraddire le sentenze dei colleghi di casta.
Il punto era ridiscutere i presupposti dell'indagine, a partire dall'accanimento selettivo; e poi, a valle, porsi il problema della responsabilità, cioè considerare le conseguenze per l'Italia. I giudici non sono una vil razza dannata, sono nella media degli italiani: l'unica differenza è che solo loro dispongono di un potere assoluto, inconfutabile, irresponsabile. Che non risponde di sé né dei danni pubblici che arreca. La serra in cui fioriscono le sentenze è una Cupola editoriale-giudiziaria-finanziaria, benedetta da alcuni poteri transnazionali. Un allineamento di fatto, non un complotto premeditato; non è una congiura ma una congiuntura. La sinistra politica ne è solo il terminale periferico. 
Non sono affatto innocentista, ma l'esperienza mi conduce a una conclusione: ogni potere ha la sua fogna, in forme e misure diverse; ma alcune vengono portate alla luce e altre no.
Usciamo in fretta dalla seconda repubblica: non quella nata nel '94, ma quella abortita dal '68
.

PARTIGIANI ?

Sinistra lobotomizzata, cerebrolesa, giustizialista, affetta da amnesia ideologica conclamata

MORANINO 247956_4260000392558_84445054_n-300x187Quando la memoria fa difetto ci si può permettere di criticare tutti e tutto, d'altronde cosa ci si può aspettare da un partito che nell'arco di venti anni ha cambiato nome e simbolo numerose volte, come per cercare di nascondere i propri fallimenti e menzogne, e ha causato, più volte, la caduta di governi capaci per poi far credere al popolo che, loro, erano i custodi della verità, dell'onestà e della correttezza politica con fantasiosi teoremi ed ergendosi a paladini di categorie che in altri tempi subivano l'emarginazione generale.
Ai lobotomizzati cerebrolesi giustizialisti travestiti da garantisti, ai sinistronzi affetti da amnesia ideologica conclamata, ai sostenitori del regime illiberale giustizialista, ai cultori dell’odio a prescindere, oltre a dire loro che ormai la misura è colma, voglio ricordare che il loro compagno, partigiano, assassino, comunista, Francesco Moranino,  parlamentare del PCI, fu graziato dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat dopo essere stato condannato all’ergastolo per ben 7 omicidi.
Questi i fatti: 5 partigiani “bianchi”: Stazzera, Compasso, Francesconi, Scimone e Santucci, confidarono al compagno, partigiano, assassino, comunista “Gemisto” di voler raggiungere in Svizzera gli Alleati per costituire un gruppo partigiano autonomo, svincolato dai comunisti. Il compagno, partigiano, assassino, comunista, “Gemisto”, volle considerare questo intendimento come un tradimento.
Il compagno, partigiano, assassino, comunista, Francesco Moranino,  parlamentare del PCI, radunò una banda di di criminali antifascisti come lui, che in località Portula, uccisero tutti e cinque i partigiani “bianchi” e non contenti, con la vigliacceria nel proprio dna, massacrarono anche due delle loro mogli.
Ovviamente, il loro compagno, partigiano, assassino, comunista, Francesco Moranino,  parlamentare del PCI in forza della codardia che li contraddistingue, protetto dal Pci di Togliatti, fuggì prima del processo e della condanna in Cecoslovacchia (paese comunista loro amico).
Nel 1953 il Pci ebbe il coraggio di rieleggerlo deputato e lui ebbe l’arroganza, l’oltraggio di tornare in Italia.
Un anno e n giorno prima che io nascessi, il 27 gennaio del 55 la Camera dei Deputati per la prima volta nella storia della Repubblica, su richiesta della Procura di Torino votò l’autorizzazione all’arresto.
Il codardo, compagno, partigiano, assassino, comunista, Francesco Morarino,  parlamentare del PCI da buon codardo per evitare il carcere scappò di nuovo nel paese comunista amico, la Cecoslovacchia.
Il 22 aprile 1956 (non avevo neanche 3 mesi), a Firenze si svolse il processo in contumacia che lo condannò all’ergastolo per ben 7 omicidi.
Non è dato sapere come e perché, il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat lo graziò e lui il 27 Aprile 1965 felice e contento, come nulla fosse tornò in Italia.
Nella foto: Il graziato, compagno, partigiano, assassino, pluriomicida, comunista, Francesco Moranino, parlamentare del PCI.

venerdì 2 agosto 2013

ITALIANI: POPOLO O GREGGE

CERCASI STATO DI DIRITTO


Con una frase di Guglielmo il Taciturno: “Non occorre riuscire per perseverare, né sperare per intraprendere”. E adesso? “Tanti, troppi mesi dopo, sono ancora fermo lì…”. Si vorrebbe far battaglia, ma adesso persino il campo di battaglia è scomparso. “Siamo un paese che si è messo i pantaloni sotto le chiappe e se li tira su ogni volta che fa un passo”.
Il caso di Max e Salvo sta subendo una parentesi di silenzio dovuta alla risonanza mediatica della vicenda Berlusconi che rispecchia in pieno la dipendenza  politica di una certa magistratura consapevole di avere un potere capace di sovvertire la sovranità popolare.
A dare forza a questo tipo di Magistrati sono le contraddizioni tra Codice Penale, Codice Civile e Codice finanziario con articoli che danno ampio spazio all'interpretazione personale, alle teorie e alle supposizioni.
La condizione che si sta creando in Italia, penso, sia insostenibile per qualsiasi persona raziocinante e di buon senso.
Non è concepibile che una minoranza si faccia forza della condizione creata nel corso degli anni, con l'occupazione dei vertici del potere, per aggirare e sopraffare la maggioranza addormentata e incapace di reagire.
In effetti non si è mai visto un gregge di pecore che riesca a scacciare un .lupo o un branco di lupi ma ne subiscono passivamente le incursioni e, a volte, anche i cani che intervengono in difesa del gregge ne escono sconfitti.
Quale Stato lasciamo ai nostri giovani?
Che prospettive hanno?
Domande che tutti si pongono ma nessuno ha il coraggio di essere realista e dare una risposta sincera.
Dov'è lo Stato di "diritto" che tutela il cittadino nelle forme democratiche?
Dove sono le Istituzioni che salvaguardino l'operato delle Forze Armate e Forze dell'Ordine?
Evidentemente la nuova classe politica predilige la tutela degli immigrati, la tolleranza dei drogati, la clemenza con delinquenti e assassini o terroristi, il non fare l'interesse dei cittadini ma quello delle lobby, la persecuzione o rendere vano il lavoro delle forze dell'ordine, la tolleranza di uno sparuto gruppo di NO TAV
che causano danni enormi alla nostra economia; insomma tutto è permesso o tollerato dalle unioni gay alla strage, seppur accidentale, sulle strade.
E' a questo punto che mi domando:- ha ancora senso sentirsi Italiani?
Quanto possiamo durare a proteggere il gregge dall'attacco del branco?
In questo contesto non posso avere, o immaginare, una risposta ma la mia preoccupazione di Nonno mi consente di dire che non lascerò crescere i miei nipoti in Italia nonostante la mia ferma intenzione di adoperarmi ancora, con ogni mezzo,  per cercare di rendere la dignità e l'onore alla nostra bandiera e stranamente mi vengono in mente le parole pronunciate da una piccola grande donna la vedova dell'agente Vito Schifani della scorta di Falcone:-
“Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani – Vito mio – battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato – lo Stato… – chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.
Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro, ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… loro non cambiano… di cambiare, di cambiare… loro non vogliono cambiare… loro non cambiano, loro non cambiano!… di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete...........Beh...c'è qualcuno che può convincermi che in Italia è cambiato qualcosa e che sia stata fatta giustizia?

mercoledì 31 luglio 2013

Incomprensibile Gioco

SCACCO O STALLO?


Nonostante siano emersi elementi che scagionano i nostri Fucilieri del S. Marco, o quantomeno di dubbio sul loro coinvolgimento dei fatti concernenti il peschereccio S. Antony, non è comprensibile la posizione del Governo Italiano che continua a mantenere la linea iniziale impostata dal precedente esecutivo.
Dopo aver sbandierato "priorità, impegno e team di Luminari del diritto internazionale" con dichiarazioni attestanti un "processo rapido ed equo" i nostri illuminati politici hanno pensato bene di giocare un po a braccio di ferro sulla questione dell'interrogatorio degli altri quattro Fucilieri, pur sapendo che esiste un affidavit che li impegna a rispettare tale richiesta, con l'unico risultato di allungare i tempi delle indagini e indispettire la magistratura Indiana che, sulla parola data, ha un concetto di sacralità che forse noi non abbiamo più.
Ma alla luce delle analisi peritali, svolte dall'ottimo Luigi Di Stefano, il collegio difensivo dei Fucilieri (composto anche da avvocati Italiani) quantomeno dovevano subito richiedere, alla Suprema Corte, l'acquisizione agli atti di tale documentazione come controdeduzioni alle teorie dell'accusa.
Ma, forse, la difesa vuole tenere tale documentazione come asso nella manica o prendere spunto da essa per impostare una linea difensiva difficilmente confutabile dall'accusa anche se, si presume, che siano ormai tutti a conoscenza di questa, visto il massiccio invio fatto da alcuni sostenitori della causa di Latorre e Girone a giornali, Agenzie e TV Indiane,  per non citare la NIA e la Suprema Corte.
L'incognita è sapere se queste ultime abbiano preso in considerazione la cosa; voci non confermate dicono che sono state valutate dai dirigenti ma non si conosce la considerazione ottenuta.
Rimane il fatto che, ne il MAE ne il Governo Italiano abbiano rilasciato dichiarazioni in merito anzi continuano a sostenere la teoria di un processo "rapido ed equo come se ci fosse già un accordo col giudice Monocratico del Tribunale Speciale.
Ora bisogna dire che, continuando su questa linea, tra India e Italia la partita  è  in stallo e che se la NIA non dovesse  poter terminare il proprio compito le ripercussioni sarebbero tutt'altro che favorevoli per Latorre e Girone.
L'impressione che se ne ricava è che il nostro governo non voglia sostenere l'innocenza dei nostri ragazzi in primis De Mistura che ha sempre dichiarato "incidente" il fatto,  perdurando su una linea che si è rivelata dannosa e umiliante per noi,  quindi i leader dei dicasteri interessati che continuano a fare dichiarazioni fantasiose come se tutto fosse già risolto e non volendo ricorrere all'arbitrato internazionale dichiarando che i tempi si allungherebbero.
Insomma il buon Macchiavelli  rimarrebbe sbalordito di fronte a simili comportamenti ma, evidentemente, chi ricopre incarichi istituzionali non pensa ad agire con raziocinio e secondo i dettami del Diritto ma predilige favorire gli interessi economici. e dare risposte di comodo ad eventuali interrogazioni.
A nulla valgono le pressioni dei numerosi gruppi che chiedono, a gran voce, giustizia per Massimiliano e Salvatore, le petizioni firmate da migliaia di persone, gli appelli delle associazioni d'Arma, i nostri politici rimangono impassibili e non accennano minimamente a cambiare tattica con la fondata certezza che se subiscono una pesante sconfitta non è colpa loro ma di chi li ha preceduti, se invece la partita si chiuderà a nostro favore, prontissimi a sbandierare l'efficacia del metodo adottato e pavoneggiarsi per una vittoria tutta loro.