giovedì 19 settembre 2013

Prosopopea e Storielle

NON UNA PAROLA SU MAX E SALVO

Intervento del:   18 settembre 2013

Audizione del Capo di Stato Maggiore della Difesa presso le Commissioni 3ª (Affari Esteri, Emigrazione), 4ª (Difesa) e 14ª (Politiche dell'Unione Europea) del Senato

Indagine conoscitiva sulle linee programmatiche e di indirizzo italiane in relazione al prossimo Consiglio Europeo sulla Difesa che avrà luogo nel mese di dicembre 2013


Signori Presidenti, Senatore Casini, Senatore Latorre e Senatore Chiti, Onorevoli Senatori della terza, quarta e quattordicesima Commissione del Senato,
ringrazio per questa convocazione su un tema di grande attualità, che ritengo rivesta particolare importanza, non solo e non tanto per le Forze Armate, ma per il futuro della nostra Nazione e della stessa Europa.
Pur prendendo le mosse da diverse prospettive le numerose audizioni intervenute sullo specifico tema, da parte di eminenti personalità delle Istituzioni – nazionali e comunitarie – del mondo accademico e dell’Industria, hanno posto in evidenza un comune obiettivo: un’Europa più forte, più solidale e più coesa, anche nel settore della Difesa.
Questo obiettivo non è stato indicato come una delle possibili opzioni, bensì come un’esigenza prioritaria alla luce dell’attuale congiuntura economica e dell’evoluzione dello scenario geo-strategico.
Proprio da questo ultimo aspetto vorrei partire per illustrare le linee programmatiche nazionali in relazione al Consiglio di dicembre.
Cercherò inoltre di essere sintetico, sia per non ripetere quanto è stato già illustrato, sia per riservare più spazio ad eventuali quesiti ed approfondimenti da parte Loro.
L’Alleanza Atlantica ha garantito all’Europa oltre mezzo secolo di sicurezza e stabilità soprattutto, occorre riconoscerlo, grazie alla deterrenza esercitata dal potere militare USA, ma anche grazie alla compattezza dell’Alleanza ed ai suoi efficaci meccanismi decisionali.
Il legame transatlantico è dunque fondamentale, ma la NATO poggia su due pilastri, quello nordamericano (Stati Uniti e Canada) e quello Europeo che, dopo la caduta del “muro”, ha registrato un rapido allargamento verso est (fino a 28 Nazioni), politicamente vincente, ma in un certo senso penalizzante per il processo decisionale, senza contare la Turchia che, nel cosiddetto “pilastro europeo”, rappresenta una discontinuità non irrilevante.
Un legame dunque che poggia su due pilastri di diversa consistenza politico-militare: uno solido, compatto, relativamente snello e dotato di piena autonomia operativa – quello Americano – ed uno più pesante, ma più fragile e frammentato – quello costituito dai Paesi Europei – che in più dispone di capacità militari pregiate molto limitate a fronte di un ridondante complesso logistico e di forze tradizionali, quindi con un’autonomia operativa molto più limitata dalla carenza dei cosiddetti “assetti abilitanti”: quelle capacità pregiate che rendono possibile l’impiego efficace dello strumento militare in ogni condizione.
Gli stessi Americani vengono oggi a chiedere all’Europa, o meglio agli alleati europei, un contributo maggiore e più qualificato al comune sforzo di stabilizzazione internazionale della NATO. Dunque “More Europe for a better NATO”, perché un’Europa più forte è un “valore
aggiunto” anche per l’Alleanza Atlantica.
Lo scenario geo-strategico sul quale ci affacciamo, per quello che possiamo prevedere, è inoltre sensibilmente diverso da quello che si era delineato dopo la caduta del muro e dopo l’11 settembre 2001, ovvero quello caratterizzato dalla cosiddetta “guerra asimmetrica”.
La crisi libica, il risveglio arabo, soprattutto la crisi siriana e quella egiziana mostrano questa evoluzione verso forme di confronto tra grandi potenze e tra potenze emergenti (mi riferisco in particolare all'area dell’Oceano Indiano e del Pacifico - strategica anche per l’Italia e l’Europa - vista la comune dipendenza dall'importazione di materie prime e dall'esportazione di prodotti di trasformazione).
Un confronto non più basato su dinamiche asimmetriche che richiama piuttosto all'attualità, in forme certamente diverse dal passato, il cosiddetto “Grande Gioco” politico-militare-diplomatico dell’era precedente al confronto bipolare e riporta alla ribalta un ruolo dello strumento militare spesso trascurato in questi ultimi anni, ovvero la deterrenza.
In sintesi è giunto il momento di cominciare a pensare a come “prevenire” piuttosto che “gestire” le ricadute delle crisi internazionali.
La deterrenza politico-militare non funziona nella guerra al terrorismo o asimmetrica perché le tattiche e le strategie in uso non sono tra loro comparabili, ma mi domando se la luce che oggi intravediamo alla fine del tunnel siriano si sarebbe potuta ottenere soltanto con lo strumento della diplomazia, ovvero se la deterrenza esercitata da alcune potenze non abbia invece portato a più miti consigli tutte le forze in gioco.
E la deterrenza per essere credibile deve poggiare su tre fattori, due di ordine militare ed uno politico: CAPABILITY (ovvero le capacità militari utili a conseguire l’obiettivo) e CAPACITY(ovvero la quantità disponibile ed usabile di tali capacità) – le ho dette in inglese perché in italiano queste due caratteristiche sono genericamente comprese nel termine CAPACITÀ.
Il terzo fattore, quello politico, è però quello fondamentale e condizionante i primi due, perché indicativo della determinazione e della volontà di usare lo strumento militare per il raggiungimento di determinati obiettivi.
L’indirizzo politico nell'impiego dello strumento militare è dunque un prerequisito che caratterizza oggi la difficoltà di realizzare una comune difesa europea.
Mi auguro di sbagliare, ma oggi si guarda con eccessiva fiducia alla prospettiva che il Paese, grazie appunto alla “difesa europea”, possa destinare minori risorse finanziarie per l’operatività delle Forze Armate (risorse di esercizio e funzionamento) e per il loro ammodernamento inteso ad assicurarne l’interoperabilità con gli alleati (risorse di investimento).
Una comune difesa europea potrà infatti ottimizzare la spesa, ma il nostro contributo dovrà necessariamente essere all'altezza del ruolo che l’Italia intende giocare nel contesto europeo anche in relazione alle nostre capacità tecnologiche e operative.
Una seconda riflessione, eminentemente politica, riguarda il respiro strategico dell’Europa.
Se si immagina un respiro politico-strategico di livello globale si deve presupporre uno strumento militare in grado di operare in tutti quegli scenari dove l’Europa politica ed economica già opera, superando quindi la dimensione regionale del “vecchio continente”.
Un onere questo che può essere ripartito tra le Nazioni, ma che implica due tipologie di “costi”: un costo “finanziario” (indubbiamente rilevante, soprattutto per i 5-6 paesi maggiormente industrializzati) ed un costo “politico” legato alla perdita di parte della sovranità nazionale, nel momento in cui le capacità operative vengono condivise a livello comunitario.
Certamente, nel medio-lungo periodo, sussistono margini di miglioramento nell'impiego delle risorse finanziarie (ed aggiungerei anche umane), legati però non tanto alle capacità ed alla qualità dell’ipotetico strumento militare europeo, quanto alla riduzione delle ridondanze di alcuni assetti e soprattutto all'integrazione delle attuali sovrastrutture tecnico-logistiche e burocratico-amministrative comunitarie.
Ma è soprattutto sulle capacità militari europee “esprimibili” che bisogna incentrare la discussione.
Proprio in questa ottica il nostro Ministro della Difesa, nel corso della audizione dello scorso 31 luglio, ha evidenziato la necessità di un “Libro Bianco” della Difesa europea, un “riferimento” comune che indirizzi anche le scelte nazionali.
Un quadro di riferimento che possa orientare non solo le scelte in ambito comunitario ma anche quelle nazionali, al fine di non erodere alcune rilevanti capacità del nostro strumento militare che sono disponibili in Europa in misura assai limitata.
L’Europa infatti non dispone delle capacità che le assicurano una più ampia autonomia di azione ed una pari dignità strategica rispetto all'alleato trans-atlantico.
Ma per invertire questa tendenza è necessario superare le logiche esclusivamente nazionali per indirizzare in modo più coordinato ed in termini di complementarietà le risorse e le conseguenti capacità.
Questo è lo scenario di riferimento del prossimo Consiglio Europeo sulla Difesa.
Il Consiglio di Dicembre è dunque un’opportunità unica per un concreto rafforzamento della Politica di Sicurezza e Difesa Comunitaria (PSDC), un argomento sul quale molto si è dibattuto ma poco si è realizzato, soprattutto in relazione al rapido ed imprevedibile evolvere dello scenario strategico di quest’ultimo lustro.
Per la verità qualche piccolo passo in avanti è stato compiuto, tanto sul piano normativo, attraverso la costituzione del EEAS (Servizio Europeo di Azione Esterna), che su quello operativo, con l’avvio di numerose operazioni civili o militari e con risultati nel complesso soddisfacenti, ma con ampi margini di miglioramento, sia in termini di flessibilità e reattività del meccanismo decisionale, sia di maggiore sinergia nell’impiego coordinato - se non integrato - delle capacità militari e di quelle civili.
Un approccio interdisciplinare (“comprensive” secondo la dottrina NATO) che proprio l’Unione Europea, per sensibilità politica e retaggio storico-culturale può - meglio di ogni altro - mettere al servizio della Comunità Internazionale.
È sintomatico infatti che mentre le operazioni a guida NATO o di coalizioni ad hoc (le cosiddette “Coalition of the Willing”), vengono avviate sin dalle fasi iniziali della crisi, le operazioni a guida UE si sono limitate a svolgere un ruolo di gestione “post crisi”, con un atteggiamento defilato sullo scenario internazionale.
Occorre cioè “più Europa”, intendendo che dobbiamo chiedere che le istituzioni europee si muovano “verso politiche realmente comuni o quantomeno coordinate”, (come affermato dal Ministro MAURO) quindi cooperare con maggior determinazione per un disegno comune.
Ben consapevole dell’impervietà di questo percorso, con grande concretezza e senso di responsabilità, l’Italia ha proposto numerose iniziative, mirate a ciò che si ritiene tecnicamente fattibile e concretizzabile nel breve/medio periodo e per una crescita delle capacità di difesa europee in assonanza con i requisiti dell’Alleanza Atlantica.
La collaborazione fra Ministero Affari Esteri e Ministero della Difesa ha dato quindi il via a un proficuo processo di condivisione di idee e di iniziative, intese a fornire ai Partners europei proposte concrete per lo svolgimento del Consiglio di dicembre.
La prima tappa di questa collaborazione ha visto l’elaborazione del documento programmatico “More Europe. Spending and arranging better to shoulder increased responsabilities for International peace and security”, che ha riscosso una generalizzata condivisione anche da Paesi, come il Regno Unito, notoriamente poco inclini a cambiamenti dello status quo.
Il documento evidenzia alcuni requisiti fondamentali, sintetizzabili nelle «cinque C»: impegno politico (commitment) per un ruolo internazionale coerente con la dimensione socio-economica, inclusione di strumenti civili e militari nelle strategie di intervento (comprehensiveness) quale vantaggio comparativo del “sistema Europa”, capacità militari coerenti agli scenari di prevedibile impiego, connettività, per non duplicare quanto già esiste in ambito NATO e cooperazione, per acquisire nuovi partners, concordi nel perseguire un modello “condiviso” di sicurezza internazionale.
In relazione poi al successo riscosso del seminario internazionale “More Europe on Defense”, organizzato a Roma il 14 e 15 marzo 2013, è stato elaborato, sempre in forma congiunta Esteri-Difesa, il documento “Possible deliverables for the European Council on Defence”, che ripercorre le tematiche di “More Europe” affrontandole in maniera più concreta ed “operativa”.
Le azioni proposte afferiscono alle tre aree delineate nelle conclusioni del Consiglio Europeo del 2012 e propedeutiche al Summit di dicembre (“Aumento dell'efficacia, visibilità e impatto della PSDC”; “Potenziamento e sviluppo delle capacità civili e militari” e ”Rafforzamento dell'industria europea della Difesa”).
Il documento prevede, in particolare, una revisione collettiva delle Priorità di Sicurezza Europea, ricercando il giusto equilibrio tra i legittimi interessi strategici nazionali, alla luce dei rischi, delle minacce e delle vulnerabilità di ciascuna nazione.
Tale processo dovrebbe portare alla realizzazione del già citato “Libro bianco per la Difesa Europea”, quale riferimento di base e indirizzo strategico-operativo per lo sviluppo delle capacità comuni e per una “convergenza” verso criteri di complementarietà.
Sul piano operativo oltre a proposte per rafforzare il livello di integrazione tra componenti militari e civili delle strutture deputate alla gestione delle crisi è anche ipotizzata la revisione del concetto dell’European Battle Group, finalizzato ad un suo più efficace e flessibile dispiegamento.
Vi è poi un approccio integrato per la formazione e l’addestramento nell'ambito della Sicurezza e Difesa Europea, ipotizzando una maggiore cooperazione tra le diverse istituzioni degli Stati membri che si occupano di formazione militare, attraverso una rete di collegamenti (European Security and Defence College – una sorta di “Erasmus” militare).
Un’enfasi particolare viene data all’evoluzione delle capacità militari europee attraverso il Capability Development Plan (CDP), uno strumento che va armonizzato con il NATO Defence Planning Process, ma che ha il pregio di individuare i settori capacitivi da sviluppare per colmare i gap comuni, ottimizzando le risorse disponibili e massimizzando la cooperazione fra gli Stati membri.
Ciò in diretta connessione con le iniziative Pooling & Sharing (UE) e Smart Defence (NATO), per stimolare ulteriormente la cooperazione tra i Paesi EU e la NATO (in un contesto caratterizzato dalla ridotta disponibilità di risorse finanziarie) ed in ossequio al sano principio di un unico pacchetto di forze disponibile per impegni internazionali (single set of Forces).
Infine, uno sguardo al comparto industriale della difesa.
Una base industriale europea più coesa e meno virulenta nella competizione interna è un obiettivo importante anche per il rilancio della nostra economia.
È evidente che la competizione focalizzata sul “prodotto”, ovvero sui mezzi militari che vengono immessi sul mercato internazionale, senza coordinamento (nonostante gli sforzi dell’Agenzia Europea della Difesa - l’EDA), non aiuta questo processo.
In questo quadro un concreto passo in avanti è sotteso del progetto italiano denominato “matrice delle tecnologie abilitanti”, una sorta di coordinamento a livello nazionale ed europeo (EDA) per lo sviluppo coordinato di tecnologie specifiche piuttosto che di prodotti finiti.
Ciò apre il campo a maggiori prospettive ed opportunità di finanziamento a livello europeo soprattutto per quei progetti polivalenti che trovano applicazione sia in ambito civile che militare.
Infatti la “dualità” di impiego civile-militare interessa non solo i sistemi complessi (ad esempio le capacità satellitari), ma anche singole componenti tecnologiche di sistemi e mezzi terrestri, navali, aeronautici, spaziali o delle comunicazioni che, prese singolarmente, non possono certamente classificarsi come “militari”.
Su tutte queste basi è anche stato concordato un documento presentato congiuntamente dai Ministri della Difesa di Italia, Spagna e Portogallo nello scorso mese di agosto, in preparazione all'incontro ministeriale informale svoltosi a Vilnius (in Lituania), il 5 e 6 settembre.
A Vilnius, l’Italia ha in particolare ribadito l’importanza di una chiara e condivisa Strategia Marittima di Sicurezza Europea. Una priorità per l’Italia e per l’Europa, alla luce dei recenti eventi che hanno interessato la sponda sud del Mar Mediterraneo (in Tunisia, Egitto, Libia e Siria), che hanno provocato e continuano a provocare/favorire movimenti migratori ed altri traffici illeciti (droga/armi), con il rischio di pregiudicare la stabilità economico-sociale dell’intera area e con potenziali minacce alla sicurezza delle rotte commerciali.
Al riguardo la Difesa ha già elaborato un contributo di pensiero che, a seguito della necessaria condivisione in ambito interministeriale vista la multidisciplinarità della materia, verrà presto presentato a livello europeo.
Ulteriori iniziative più dettagliate si stanno sviluppando su questi temi.
Molte delle proposte sopra elencate hanno già sortito un primo effetto positivo e destato interesse nei nostri interlocutori europei tant'è che nei numerosi documenti informali circolati nell'ultimo periodo emergono (anche in maniera esplicita), le stesse tematiche, sostenute dalle nostre considerazioni.
Anche l’importante rapporto in vista del Consiglio Europeo sulla Difesa, pubblicato a fine luglio dall'Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Lady Ashton, rispecchia in buona sostanza il pensiero e gli intendimenti italiani.
Naturalmente tanto attivismo intellettuale non è fine a se stesso e non costituisce un punto di arrivo.
Di certo non possiamo ritenerci appagati per aver fornito idee e proposte che, seppur valide, a nulla servono se non vengono effettivamente supportate dagli altri Stati membri e sostenute da azioni concrete.
Per questo è stato definito un percorso che ci accompagnerà fino all'importante appuntamento di dicembre per proseguire con le iniziative del semestre di presidenza italiana dell’UE.
Avviandomi alla conclusione consentitemi una notazione personale.
Poche settimane fa ricorrevano i 50 anni dal discorso di Martin Luther KING dinanzi al Lincoln Memorial di Washinghton: la celebre frase “I have a dream”.
Mi auguro che anche il “sogno europeo”, quel grande progetto politico avviato negli anni 50 da statisti illuminati quali Adenauer, De Gasperi e Schuman, quali Giorgio La Pira e Altiero Spinelli, possa un giorno realizzarsi pienamente, con la nascita degli “Stati Uniti
d’Europa”.
Un giorno che auspico non lontano perché la storia ci incalza sempre più pressantemente.
Non un percorso facile (e al momento forse utopistico), perché la rinuncia ad una parte della sovranità nazionale in un settore fondante della stessa identità nazionale e statuale, quale la Difesa, richiede coraggio, fiducia e lungimiranza.
Ma furono proprio queste le qualità umane che guidarono le scelte dei “padri” ispiratori e fondatori di quella che oggi è l’Unione Europea. Quelle stesse doti dovranno guidare anche le scelte dei futuri Parlamenti europei. Perché, come ha sottolineato il Ministro Mauro: “…un’Europa che non sia un attore della difesa, che non sia un attore della pace e della guerra è marginale e destinata all'insuccesso”. Il Premio Nobel per la pace assegnato all'Unione lo scorso anno non è solo un riconoscimento “formale”, ma rappresenta anche una precisa responsabilità ed uno stimolo ad andare oltre, a superare il concetto di sicurezza legato alla “assenza di conflitti”, verso nuove forme di condivisione delle responsabilità. Una difesa “europea” veramente integrata passa è vero attraverso la complementarietà e l’integrazione degli strumenti militari disponibili, ma non può prescindere dalla condivisione delle politiche di difesa nazionali. Condividere la sovranità tra le Nazioni significa, in prospettiva, più sovranità in un mondo globalizzato, perché una difesa europea davvero integrata vale molto di più della sommatoria delle difese di 28 paesi!
Con ciò concludo il mio intervento, ringrazio per l’attenzione e rimango a disposizione per ulteriori approfondimenti.

lunedì 16 settembre 2013

Per ricordare

Oriana Fallaci

SOS1307264Oriana Fallaci (Firenze, 29 giugno 1929 – Firenze, 15 settembre 2006) è stata una scrittrice, giornalista e attivista italiana. Fu la prima donna in Italia ad andare al fronte in qualità di inviata speciale. Come scrittrice, con i suoi dodici libri ha venduto venti milioni di copie in tutto il mondo.
La Fallaci è deceduta a Firenze il 15 settembre 2006 a 77 anni, dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute dovuto al cancro che da anni l’aveva colpita. Era suo preciso desiderio morire nella città in cui era nata: «Voglio morire nella torre dei Mannelli guardando l’Arno dal Ponte Vecchio. Era il quartier generale dei partigiani che comandava mio padre, il gruppo di Giustizia e Libertà. Azionisti, liberali e socialisti. Ci andavo da bambina, con il nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata». Per permetterle di ritornare in Italia in modo riservato Silvio Berlusconi le mise a disposizione un aereo privato. Non fu possibile però, data l’inadeguatezza del luogo ad ospitare una persona in precario stato di salute, far alloggiare la Fallaci nella torre del Mannelli. La scrittrice è stata ricoverata nella clinica Santa Chiara, dove poi morì.
Oriana Fallaci è sepolta nel cimitero degli Allori, di rito evangelico, ma che ospita anche tombe di atei, musulmani e ebrei, a Firenze nel quartiere del Galluzzo, nella tomba di famiglia accanto ad un cippo commemorativo di Alekos Panagulis, suo compagno di vita. Con la bara sono stati sepolti una copia del Corriere della Sera, tre rose gialle e un Fiorino d’Oro (premio che la città di Firenze, con grandi polemiche, non aveva voluto conferirle), donatole da Franco Zeffirelli.
Per sua espressa volontà, larga parte del suo grande patrimonio librario è stato donato, insieme ad altri cimeli come lo zaino usato dalla scrittrice in Vietnam, alla Pontificia Università Lateranense di Roma, il cui rettore era allora monsignor Rino Fisichella, amico personale della scrittrice, che stette vicino in punto di morte alla giornalista fiorentina. Nell’annunciare la donazione Fisichella ha definito questo come l’ultimo regalo a papa Benedetto XVI per il quale la scrittrice nutriva «una autentica venerazione».
Il romanzo che la Fallaci aveva smesso di scrivere dopo gli attentati dell’11 settembre è stato pubblicato il 30 luglio 2008. Il libro, intitolato Un cappello pieno di ciliege, è una saga familiare che attraversa la storia italiana dal 1773 al 1889.

domenica 15 settembre 2013

I GRUPPI

Gli "altruisti" invisibili.




Riassumendo per sommi capi:-
Diciannove mesi fa, a seguito della nota vicenda che coinvolse due Militari del Battaglione S. Marco, alcuni pensarono bene di creare dei gruppi di sostegno su facebook con lo scopo di tenere informati, creare discussioni e aggiornamenti sulla vicenda.
Credo che uno dei primi fra tutti, uno in particolare, essendo vicino alle Famiglie, sia geograficamente che per conoscenza, ottiene un successo significativo registrando, in poco tempo, oltre 65.000 iscritti.
Questo gruppo venne fondato da Andrea Lenoci che nominò amministratrici della pagina alcune donne che tutt'ora ricoprono tale incarico con grande capacità di moderatrici e gestione.
Al gruppo venne dato il nome di "Ridateci i nostri Leoni" il quale portò sul web discussioni, appelli, petizioni, considerazioni più o meno valide interessando una vasta gamma di persone non che molti alti ufficiali, graduati e militari delle varie armi in congedo o ancora in servizio.
Va detto che vi erano anche contrasti e opinioni divergenti ma sempre all'insegna del dialogo e della correttezza (non senza qualche infiltrato che usava linguaggio scurrile che veniva gentilmente allontanato).
Andrea, per quel che ricordo, non partecipava molto ma era sempre presente quando il tema trattato riscuoteva l'interesse generale o quando si cercava di organizzare manifestazioni pubbliche (e ne sono state organizzate tante) a favore della causa dei nostri Fucilieri.
Ma noi Italiani abbiamo una strana mentalità; sempre pronti a schierarci con chi dimostra coraggio, abnegazione, determinazione, rettitudine e alti valori morali per poi, lentamente, perdere interesse quando vi sono difficoltà o quando il tutto contrasta con i nostri interessi usuali.
Non conosco le ragioni che hanno spinto Andrea ad abbandonare il  gruppo da lui stesso creato, in uno sfogo, un giorno, mi scrisse che per la causa aveva perso  alcune persone che considerava Amiche e una serie di altri motivi personali ma, indubbiamente, ha lasciato la sua impronta di rettitudine, onestà e alti valori di moralità.
Forse molti dovrebbero considerare dogmatico l'esempio di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone;
Non tutti sono portati ad accettare le regole, le leggi, le imposizioni e cercano i modi per aggirare questi ostacoli finendo, inevitabilmente, nella categoria dei "furbetti" mentre coloro che si attengono agli insegnamenti ricevuti dai loro padri e nonni subiscono inevitabilmente rassegnati.
Un solo benevolo appunto devo muovere a tutti gli iscritti del gruppo "Ridateci i nostri Leoni":
Nessuno, e dico NESSUNO, ha più menzionato o ricordato o rivolto un pensiero ad ANDREA  LENOCI esempio di altruismo disinteressato che ha permesso, con la sua iniziativa, l'incontro di tante persone che fanno propri i principi di  amor di patria che tutti dovrebbero avere.
Grazie Andrea




mercoledì 11 settembre 2013

IL PD E L'ISLAM

Siria: Islamico con frequentazioni nel Pd partecipa a esecuzione sommaria


Parliamo di Haisam detto Abu Omar, legato alla famiglia di Nour Dachan presidente emerito dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, la famigerata UCOII che è dietro alla costruzione di tutte le moschee italiane. La stessa associazione alla quale, solo qualche giorno fa, Kyenge ha promesso l’8 per 1000.  E Nour Dachan ha interessanti frequentazioni con il Pd, nel quale con altri, sponsorizza lo Ius Soli e la cosiddetta rete G2, quella delle ‘seconde generazioni’ alla Balotelli.



E’ lo stesso Dachan immortalato in compagnia di Bersani ad una manifestazione romana insieme ad altri 10 “attivisti” legati al “Coordinamento dei siriani liberi di Milano”  che avevano attaccato l’ambasciata siriana nella capitale -  video; qui il terrorista rilascia dichiarazioni dopo la sua scarcerazione; qui l’attacco all’ambasciata ripreso dagli stessi e caricato sui canali degli oppositori siriani in Italia.
Siamo sinceramente stupefatti. Non tanto che il Pd frequenti certi ambienti, visto che alcuni di questi personaggi li hanno perfino spediti in Parlamento – o al governo – ma del fatto che assassini a sangue freddo che quello immortalato nel video del NYT possano girare liberamente in Italia.
Quanti dei ‘migranti’ che i nostri crocerossini della GC accolgono a braccia – e gambe – aperte sono della stessa stoffa di Haisam detto Abu Omar, arrestato a Roma e poi rilasciato e ora in Siria a sparare alla nuca di soldati inginocchiati?

Il terrorismo in Siria dei ‘nuovi italiani’


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Haisam detto Abu Omar arrestato e subito dopo rilasciato a Roma il 10 febbraio 2012 dopo che insieme ad Ammar Bacha , legato alla famiglia di Nour Dachan presidente emerito dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, immortalato in compagnia di Bersani ad una manifestazione romana e altri 10 “attivisti” legati al “Coordinamento dei siriani liberi di Milano” avevano attaccato l’ambasciata siriana nella capitale come si puo vedere in questo video; qui il terrorista rilascia dichiarazioni dopo la sua scarcerazione; qui l’attacco all’ambasciata ripreso dagli stessi e caricato sui canali degli oppositori siriani in Italia.
Dopo quei fatti, i militanti “pro democrazia” furono identificati, interrogati e infine ascoltati dal giudice monocratico Marina Finiti che li ha rinviati a giudizio per direttissima il 15 marzo 2012 imponendo loro l’obbligo di firma, essendo infatti indagati per danneggiamento aggravato, violazione di domicilio e violenza privata aggravata. Quest’ultima imputazione si riferiva all’aggressione dei due vigilanti in servizio all’interno dell’ambasciata.
Intanto a Roma il ginecologo Feisal al Mohammed dissidente siriano capitolino a capo dell’Unione dei coordinamenti per il sostegno della rivoluzione in Siria, dopo essere stato avvertito da una telefonata alle sei del mattino dei “fratelli milanesi”, si occupo’ anche della loro difesa, rintracciando gli avvocati Simonetta Crisi e Amedeo Boscaino.
Qui in seguito i commenti della giornalista anconetana e figlia del presidente emerito dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia: “Il prossimo 15 marzo a Roma verrà giudicato il gruppo di attivisti per i diritti umani in Siria che il 10 febbraio scorso ha assalito l’ambasciata di Damasco nella capitale italiana. Il gesto, dall’alto valore simbolico, è stato fatto in nome del diritto alla vita del popolo siriano ed è stato dedicato alle donne, ai bambini, ai giovani, all’intero popolo, che sta pagando con la vita la scelta della libertà e della democrazia. L’ambasciata siriana rappresenta il governo siriano, quindi coloro che stanno massacrando il nostro popolo e, di conseguenza, non rappresenta chi crede nel diritto alla sacralità della vita umana. La bandiera dell’indipendenza, invece, ci rappresenta, mi rappresenta, rappresenta il futuro di pace e libertà della Siria. Asmae Dachan”.
Dopo il 15 marzo non si hanno notizie certe sull’esito della sentenza delle autorità italiane ma poco dopo come si puo’ notare in questo video alcuni dei 12 attivisti si recarono in Siria per imbracciare le armi al fianco dei terroristi che la insanguinano con i loro massacrando la popolazione civile.
Nel video ottenuto dal “The New York Time” girato vicino Idlib in Siria nell’aprire 2013  dove si vedono sette uomini a torso nudo, inginocchiati e con la faccia rivolta verso il suolo. Dietro di loro, altri nove uomini tra i quali si può notare sulla sinistra Haisam “Abu Omar”, vestiti e armati di ak-47 che rivolgono contro i corpi dei sette. Inizia così il video che un ex ribelle siriano ha fatto recapitare al New York Timesalcuni giorni fa. Le immagini mostrano in diretta l’esecuzione di sette soldati dell’esercito di Assad. Nelle immagini si vede il leader di questo commando, il trentasettenne Abdul Samad Issa, ordinare ai suoi compagni l’uccisione dei sette ufficiali.
Ci chiediamo come le autorità italiane abbiano permesso la fuga di questo terrorista dal proprio territorio nazionale permettendoli di continuare a commettere crimini.

sabato 7 settembre 2013

PER MEGLIO CAPIRE

I RETROSCENA POLITICI DELL'INDIA



Come efficacemente spiegato dall’ex diplomatico indiano M.K. Bhadrakumar (Church and the State in Kerala) la Chiesa cattolica stava svolgendo un ruolo fondamentale nel tentare di risolvere l’intricata questione, dal momento che esistono importanti risvolti politici e sociali. L’Italia stava affrontando la problematica con il supporto diplomatico della Santa Sede, mediante il cardinale di Kochi Mar George Alencherry, capo della Chiesa siro-malabarese, nominato porporato a Roma proprio il 18 febbraio scorso da Papa Benedetto XVI. 
E’ curioso il fatto che il cardinale, malgrado sostenesse la versione indiana dell’avvenuta uccisione dei due pescatori, definita come un tragico errore, ha ammonito il capo di governo del Kerala a non agire precipitosamente. A poche ore dall’accaduto, infatti, Chandy sosteneva la necessità di giudicare i due soldati italiani nel Kerala mediante la legge indiana anche nel caso in cui lo scontro fosse avvenuto in acque internazionali. 
Atteggiamento aggressivo pochi giorni dopo mutato in una politica più accorta.

Malgrado le strumentalizzazioni politiche interne all'India e il fermo della polizia locale dei due marò, non sono certo da biasimare gli indiani irritati per l’uccisione di due loro connazionali, per ora l’unica certezza dell’intera vicenda. Da una parte e dall'altra c’è una forte emotività per l’accaduto e i sentimenti anti-indiani in Italia, così come anti-italiani in India sono ingiustificabili. Inoltre, la comunità cristiana cattolica del Kerala potrebbe vedere acuirsi le divisioni socio-politiche al suo interno. Ad ogni modo, prima di stabilire delle sentenze, date per certe da una parte e dall'altra, sarebbe necessario favorire in primo luogo una chiara indagine dell’accaduto per fugare qualsiasi dubbio. Gli eccessi di nazionalismo rappresentano in questo frangente il pericolo maggiore, mentre i canali diplomatici attivati sembrano andare nella giusta direzione, con tempi comunque certamente lunghi. Pare, inoltre, che la consegna dei due marò sia avvenuta mediante l’accondiscendenza del console italiano a Mumbai, Giampaolo Cutillo, in modo tale da evitare ulteriori screzi e problematiche maggiori di fronte all'opinione pubblica indiana e alle comunità dei villaggi lungo la costa.

LA GIURISPRUDENZA INTERNAZIONALE 


Perché l’India contesta la giurisdizione italiana sull'accaduto e per quale motivo Nuova Delhi non riconosce l’immunità di Latorre e Girone?

Come detto, la posizione indiana è contraria al diritto internazionale. Dal punto di vista giuridico, l’India esercita giurisdizione in ragione del presunto verificarsi dei fatti all'interno delle proprie acque territoriali. Premesso che la circostanza è probabilmente non veritiera, in ogni caso nulla sarebbe cambiato per il diritto internazionale: il regime di immunità dello Stato straniero (e dei suoi organi) dalla giurisdizione dello Stato del foro, infatti, si applica anche per i fatti commessi nel territorio dello Stato del foro. Credo che Nuova Delhi conosca il diritto internazionale e sia cosciente di essere dalla parte del torto ai sensi del diritto internazionale; temo anche, però, che la situazione politica interna e la forte risonanza mediatica della vicenda in India impediscano, perlomeno al momento, al governo centrale di Nuova Delhi di esercitare le dovute e forti pressioni sulle Autorità dello Stato del Kerala affinchè liberino e riconsegnino i due marò all’Italia.

Alcuni media, a proposito dell’immunità dei due soldati italiani, hanno riferito del mancato riconoscimento dell’India del Vessel Protection Detachement. Ci potrebbe spiegare in che cosa consiste l’accordo sul VDP?

In risposta al dilagante fenomeno della pirateria (in particolare, proprio nell’Oceano Indiano), gli Stati, sia unilateralmente che multilateralmente, forniscono scorte armate (composte di militari, come nel caso dei marò, o di private contractors) a protezione delle navi mercantili. Si tratta evidentemente di attività dello Stato esercitate iure imperii (e non iure privatorum) in risposta ad un fenomeno (quello della pirateria) considerato anche dal Consiglio di Sicurezza come minaccioso per la pace e la sicurezza internazionale. Dinanzi ad un simile contesto politico-giuridico internazionale, il riconoscimento o meno da parte dell’India degli accordi multilaterali VDP (che servono, tra le altre cose, ad organizzare, a livello multilaterale, le scorte armate sulle navi mercantili) non ha alcuna rilevanza giuridica. Conta e prevale il regime giuridico internazionale di immunità che si applica senza alcun dubbio all’attività di contrasto della pirateria.Come giudica l’operato delle autorità italiane? Vi sono stati errori da parte dell’equipaggio della “Enrica Lexie”?

La ricostruzione della vicenda è ancora non del tutto certa. Secondo le dichiarazioni rese in Senato dal nostro Ministro degli Affari Esteri il 13 marzo, la nave italiane sarebbe stata indotta dalle Autorità indiane ad entrare nelle acque territoriali con un “sotterfugio” (così il Ministro nella sua informativa). In pratica, le Autorità indiane (la polizia locale ed il centro di coordinamento della sicurezza in mare di Bombay) avrebbero comunicato alla nave di avere catturato dei sospetti pirati e avrebbero quindi chiesto alla nave di attraccare nel porto di Kochi per poter poi procedere al riconoscimento, da parte dei marò, dei sospetti. A quel punto, sia l’armatore che le Autorità italiane, per corrispondere giustamente all'esigenza di cooperazione internazionale anti pirateria, avrebbero autorizzato la deviazione dalla rotta prestabilita e, così, l’ingresso nelle acque territoriali indiane. Una volta a terra, però, le Autorità indiane procedevano a fermare i due marò italiani. Trattandosi di un inganno, credo che le responsabilità delle Autorità italiane (nel caso il Comando operativo interforze del Ministero della Difesa in Italia) e dell’armatore della nave siano minime, se non addirittura inesistenti.

A livello giuridico quale ruolo può assumere l’Unione Europea, visto che l’Italia ha recentemente chiesto il suo intervento?

L’Unione Europea può e deve esercitare le dovute pressioni politiche e diplomatiche per indurre l’India al pieno rispetto del diritto internazionale. In prospettiva, si potrebbe anche ragionare, nel caso la situazione non si sbloccasse e, addirittura, si arrivasse ad un processo nei confronti dei due marò, sull'adozione di contromisure (le c.d. “sanzioni”) di natura politica, diplomatica e commerciale.

Perché allora la U:E: non è intervenuta a favore dell'Italia.

Probabilmente l'Italia non è stata molto incisiva E’ necessario che India e Italia risolvano la questione a livello diplomatico per evitare delle possibili ripercussioni nei rapporti bilaterali, tradizionalmente molto buoni. In una fase storica in cui vi è l’emergere dell’India come potenza economica e soprattutto il consolidarsi dell’organismo rappresentato dal BRICS, sarebbe controproducente per gli interessi italiani già attivi nel Subcontinente rendere negativo il rapporto con Nuova Delhi. L’India non è più il paese di un secolo fa, è necessario prestare attenzione alle dinamiche interne per evitare conclusioni affrettate, così come non è opportuno utilizzare una politica troppo aggressiva verso la terza economia asiatica. Da un punto di vista economico l’Italia si trova in una situazione in cui non può fare a meno di aprire nuove opportunità con la controparte rappresentata dall’India.

E’ plausibile il ricorso a una sorta di arbitrato internazionale? In che modo si potrebbe risolvere la vicenda e in quanto tempo?

Certamente è plausibile e, anzi, consigliabile. L’Italia dovrà, il prima possibile, sollevare la questione dinanzi ad un tribunale internazionale perché vengano accertati i fatti e, di conseguenza, le rispettive posizioni e responsabilità giuridiche di diritto internazionale. Nel frattempo, però, la questione deve essere risolta sul piano politico-diplomatico ottenendo (mediante le opportune pressioni e contromisure ed il prima possibile) il rilascio dei due marò. Poi sarà il momento dei tribunali.


mercoledì 4 settembre 2013

TERMOPILI ITALIANE

Quello che ci insegna la Storia

Tristi considerazioni vengono in questo periodo di vacanze nel quale, nonostante la crisi e il pianto dei più, nessuno sembra voler rinunciare.
Posti alle spalle tutti i problemi, caricati bagagli, ombrelloni e lettini via di corsa in cerca di relax,  riposo e divertimento ma quando finisce la vacanza tornano più stressati di prima e poca voglia di riprendere il solito vivere quotidiano.
E in questo frangente i pochi rimasti sembrano essere come Leonida e i suoi Opliti che affrontarono Serse alle Termopili nonostante gli Efori (magistrati Supremi) non volessero la guerra.
E sconfortante vedere le pagine dei sostenitori di Max e Salvo scarne di commenti e opinioni, su qualche migliaio di persone, che compongono i vari gruppi, tra luglio e Agosto ne ho contate approssimativamente  ca. 200 e la solita decina che postava anche sui siti Indiani.
La storia si ripete;  Tanti che urlano sdegno, indignazione, improperi a governo, ministri e vertici Militari ma se viene indetta una manifestazione a favore dei nostri fucilieri pochi aderiscono.
Posso capire molti di loro, magari non militari, che altri problemi quotidiani si inseriscono durante il percorso e, forse, sono più gravi che non la causa comune  ma non coloro che, addirittura, volevano un intervento o un' azione di forza  per riportare in Italia Max e Salvo.
Tutto questo non riguarda solo un Gruppo ma ben 16 (tanti ne ho contati) per non parlare di quelli politici che, all'inizio, sembrava dovessero capovolgere l'Italia e il parlamento.
Facendo un rapido calcolo, e per difetto, sono più di 8oo.ooo persone che si sono dichiarate a favore dei nostri Fucilieri di Marina, sulle varie pagine e gruppi, e quindi mi sorge spontanea una domanda:-
Tutti in Ferie?
Perso l'interesse per una vicenda che da troppo tempo ci tiene impegnati?
Iscritti Fantasma?
Si era proposto di riunire i vari gruppi per una azione comune ma mi sorge il dubbio che nessuno voglia cedere il proprio protagonismo e la propria identità e ci stiamo avvicinando al comportamento politichese che, quando non si è d'accordo su certe linee, uno esce dal partito per fondarne un'altro.
Bene, Sparta non si arrende, continueremo a difendere le Termopili Italiane  contro il Serse Indiano confidando che altri si uniscano alla lotta.





venerdì 30 agosto 2013

DIRITTO INTERNAZIONALE







CASO ENRICA 

LEXIE










Riassumendo brevemente l'accaduto vediamo di trarre considerazioni di Diritto.
Verso la metà di febbraio del 2012, due fucilieri della marina militare italiana, appartenenti al Battaglione San Marco, dopo varie segnalazioni ottiche e sonore, sparavano colpi di dissuasione in aria e davanti ad  una imbarcazione che si stava avvicinando con presumibili intenzioni di abbordaggio. 
Nello stesso giorno un'altra petroliera Greca, la Olimpic Flair denunciava il tentativo di abbordaggio da parte di due imbarcazioni.
Sono state fatte delle dichiarazioni secondo cui i due pescatori indiani non sono stati uccisi dai due Fucilieri, ma dalle forze di sicurezza di un’altra petroliera che si trovava nello stesso luogo. Altra dichiarazione, secondo la quale la presenza italiana rappresenta il prodotto della prassi affaristica illecita ed il tentativo di tenere lontano il made in Italy dall'India per favorire i gruppi politici locali e contrastare l'odiata "Italiana" Sonia Gandi.
Ci sono anche questioni attinenti l’esatta locazione dove è avvenuto l’incidente, se si è consumato nella acque internazionali oppure nelle acque interne dell’India. Dopo l’incidente, le autorità indiane non hanno esitato a fermare la petroliera Enrica Lexie, battente bandiera italiana, convincendola ad entrare nel porto di Kochi, dove hanno proceduto al fermo dei due Fucilieri per interrogarli e, dopo aver valutato le responsabilità su chi ha sparato, accusarli del reato di omicidio.
Le autorità italiane, a loro volta, hanno posto in risalto il fatto che l’India non aveva alcuna giurisdizione in merito all'accaduto e non hanno contestato subito la completa estraneita dei Militari di scorta ribadendo, quindi, che solo l’Italia aveva la esclusiva giurisdizione sui propri organi ufficiali che operavano per la sicurezza dell’Enrica Lexie e questo in base ad un principio generale storicamente e comunemente riconosciuto dall'ordinamento internazionale – e, da ultimo, sancito nell'articolo 87 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 – secondo cui nelle acque internazionali lo Stato della bandiera è il solo soggetto normalmente legittimato ad esercitare poteri coercitivi nei confronti delle navi iscritte nei propri registri.
Qui si inserisce anche la responsabilità di chi ha ordinato lo sbarco dei due Fucilieri consegnandoli di fatto a chi non aveva titolo per procedere al fermo di due Militari in missione.
Le autorità indiane facevano presente alle autorità italiane che spettava a loro l’esercizio della giurisdizione, in base al loro ordinamento interno. Il luogo dove è avvenuto l’incidente costituisce il punto cruciale per comprendere la natura della controversia tra i due soggetti di diritto internazionale. A parere delle autorità italiane, visto che la petroliera Enrica Lexie si trovava in alto mare al momento dell’accaduto, le Corti indiane non erano competenti nel giudicare i due marò, secondo il diritto internazionale.
Questa disputa tra i due Stati opera alcuni differenti punti: il primo, se l’esercizio di giurisdizione da parte dell’India viene inibito dalle rilevanti norme di diritto internazionale generale; il secondo, se l’inseguimento e il fermo della Enrica Lexie in acque internazionali era ammissibile; e, il terzo, se questo priva i tribunali interni indiani ad applicare la loro giurisdizione.
Il primo punto può essere risolto dando uno sguardo alle fonti standard del diritto internazionale generale come, a titolo di esempio, i trattati e la consuetudine. Classicamente lo jus cogens o, meglio, il diritto internazionale consuetudinario disciplina l’esercizio della giurisdizione secondo cui ciascuno Stato potrebbe esercitarla in ogni momento, tranne dove si presenta una norma che la vieta. Su questo punto si espresse già la Corte Permanente di Giustizia Internazionale, prima della nuova Corte Internazionale di Giustizia, la quale affrontò un simile caso nel 1927, sottolineando che lo Stato nazionale della nave, dove ci furono anche dei morti, aveva tutto il diritto di esercitare la giurisdizione perché il reato si consumò sul territorio di quello Stato, visto che la nave era, in un certo senso, considerato lembo territoriale.
Questo principio trova la sua recente espressione nello jus cogens noto come il principio del fine territoriale. Gli altri principi del territorio sono quello soggettivo, quello della nazionalità attiva, della personalità passiva, dell’universalità, della protezione e, possibilmente, quelli degli effetti dottrinali. Gli Stati, pertanto, sono liberi di limitare l’esercizio della propria giurisdizione mercé, inter alia, accordi internazionali siglati.
Gran parte degli Stati, che costituiscono la vita della società internazionale, dopo la decisione della Corte Permanente di Giustizia Internazionale inerente l’affare Lotus tra Francia e Turchia del 1927, si sono riuniti a Montego Bay nel 1982 per dar vita alla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, firmandola ed invertendo la decisione dell’affare Lotus. 
Si menzioni il fatto che sia il governo italiano che quello indiano hanno ratificato e firmato questo trattato del 1982, per cui sono a tutti gli effetti vincolati ad esso. 
L’articolo 97 paragrafo 1 della Convenzione di Montego Bay sul Diritto del Mare enuncia che in caso di abbordo o di qualunque altro incidente di navigazione nell'alto mare, che implichi la responsabilità penale o disciplinare del comandante della nave ovvero di qualunque altro membro dell'equipaggio, non possono essere intraprese azioni penali o disciplinari contro tali persone, se non da parte delle autorità giurisdizionali o amministrative dello Stato di bandiera o dello Stato di cui tali persone hanno la cittadinanza. Questo articolo va applicato esclusivamente ai casi di collisione ed incidenti di navigazione nelle acque internazionali, ad esclusione di altri eventuali casi. La Convenzione di Montego Bay sul Diritto del Mare inibisce l’esercizio di giurisdizione su atti che cagionano una collisione che avviene su una altra nave battente bandiera di un altro Stato, fondandosi, pertanto, sul principio oggettivo territoriale.
La norma generale inerente la giurisdizione in acque internazionali è sancita nell’articolo 92, secondo cui le navi battono la bandiera di un solo Stato e, salvo casi eccezionali specificamente previsti da trattati internazionali o dalla presente Convenzione, nell'alto mare sono sottoposte alla sua giurisdizione esclusiva. Purtroppo, questa norma non specifica in modo netto la giurisdizione penale su atti che avvengono su una nave e si concludono su di un’altra nave. Essa fa riferimento soltanto alla giurisdizione sulle navi e si riferisce, in larga misura, all’autorità di fermare la nave nelle acque internazionali e di condurre l’attività di polizia giudiziaria a bordo. Sempre l’articolo 92 può essere letto per comprendere l’esclusione della applicazione all’approccio dell’obiettivo territoriale della giurisdizione, facendo riferimento ai casi eccezionali. Il problema di quest’approccio sta nel fatto che, secondo la teoria oggettiva, lo Stato nazionale della nave, dove è stato commesso il crimine, non esercita la giurisdizione sulla nave in cui il crimine ha avuto il suo inizio. L’India ha sempre ritenuto di dover esercitare il proprio diritto di considerare crimini quelle attività che si manifestano o si sono manifestati, se pur parzialmente, sul suo territorio. Il contenuto della norma, presente nell’articolo 92, indica come prevenire gli Stati dall’esercizio della giurisdizione su eventi che accadono a bordo di una nave in acque internazionali e che batte la bandiera di un altro Stato. In aggiunta, va sottolineato che la norma, di cui all’articolo 97, inerente la collisione, sarebbe superflua, se l’articolo 92 fosse intesa come esclusione della competenza giurisdizionale in tutti i casi, dove il reato viene commesso a bordo di un’altra nave.

Gli estensori della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare non tennero in considerazione o, meglio, esclusero la giurisdizione solamente nei casi di collisione ed incidenti di navigazione, asserendo, in conclusione, che in altri casi la giurisdizione è consentita.
Estendere la giurisdizione indiana su reati che vengono commessi su navi che battono bandiera indiana è conforme con l’attuale prassi giurisdizionale riguardanti i reati che hanno il loro inizio nel territorio di uno Stato e sono commessi o parzialmente compiuti nel territorio di un altro Stato. Le Corti indiane andrebbero intese come aventi la giurisdizione sui due Fucilieri basata sulla mancanza di ogni esplicita inibizione della Convenzione di Montego Bay del 1982 sull’esercizio del principio dell’obiettivo territoriale ed il fatto che la prassi giurisdizionale attuale di solito sostiene l’esistenza di alcune giurisdizioni in determinati casi.
Competente a prescrivere comportamenti è, ovviamente, una questione separata dal se perseguire o meno la petroliera Enrica Lexie in acque internazionali, ed era consentito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. Questo secondo problema concerne l’autorità di uno Stato di trattenere una nave in acque internazionali. L’articolo 111 paragrafo 1 della Convenzione di Montego Bay del 1982 enuncia che è consentito l’inseguimento di una nave straniera quando le competenti autorità dello Stato costiero abbiano fondati motivi di ritenere che essa abbia violato le leggi e i regolamenti dello Stato stesso. L’inseguimento deve iniziare quando la nave straniera o una delle sue lance si trova nelle acque interne, nelle acque arcipelagiche, nel mare territoriale, oppure nella zona contigua dello Stato che mette in atto l’inseguimento, e può continuare oltre il mare territoriale o la zona contigua solo se non e` interrotto

L'analisi effettuata dal Perito Giudiziario Luigi di Stefano, oltre che confutare tutte le prove iniziali addotte dalle autorità del Kerala,  spiega dettagliatamente e pone in evidenza tutti questi aspetti.
L’esatta locazione della petroliera italiana Enrica Lexie, al momento dell’inseguimento iniziato – se al di là del mare territoriale –, può essere considerato come un violare i diritti nella zona dell’alto mare, in cui la nave italiana si trovava in quel momento. Nonostante tutto, alcune cose possono essere evidenziate con certezza. Le autorità indiane non avevano alcun diritto di inseguire la nave Enrica Lexie, visto che i presunti atti di omicidio sono avvenuti oltre il loro mare territoriale e, quindi, in aree non soggette alla sovranità dello Stato indiano. Contrariamente, a parere di chi scrive, essi avevano pienamente il diritto e l’autorità di fermare la nave battente bandiera italiana, solamente se l’incidente fosse accaduto nelle loro acque territoriali. A maggior ragione, visto che la nave italiana era stata trattenuta in modo inappropriata nel porto di Kochi per alcuni mesi – il suo rilascio è avvenuto agli inizi del mese di maggio –, le autorità indiane sono in dovere nel risarcirla per ogni perdita giornaliera. Ciò è sancito proprio nel paragrafo 8 dell’articolo 111, sempre della Convenzione di Montego Bay del 1982, secondo cui una nave che abbia ricevuto l’ordine di fermarsi o sia stata sottoposta al fermo fuori dal mare territoriale in circostanze che non giustificano l’esercizio del diritto di inseguimento verrà indennizzata di ogni eventuale perdita o danno conseguente a tali misure. Ma questo non ha ancora risolto il problema della giurisdizione indiana circa la detenzione dei due fucilieri della marina militare, che sono tuttora, anche se in parte liberi, in attesa della decisione dell’alta Corte indiana per il loro via dal territorio indiano.
L’ultima problematica concerne la questione inerente i tribunali indiani se sono autorizzati ovvero abbiano titolo a processare i due  fucilieri della marina militare italiana  per l’accusa di omicidio, in cui si suppone pure che l’India abbia violato una serie di norme di diritto internazionale proprio attraverso il fermo della petroliera battente bandiera italiana e l’arresto dei due organi ufficiali. La risposta dell’India non può che sembrare positiva come questione di diritto. Sebbene non viene dibattuto, generalmente, il procedimento giudiziario di un individuo sarà legale anche nel momento in cui quella persona sia stata data in custodia alla Corte indiana con strumenti illeciti. La Camera straordinaria del Tribunale cambogiano, ad esempio, ha esplicitamente riconosciuto tale dottrina, mentre il Tribunale internazionale per i crimini di guerra in Ruanda ne ha già dibattuto. 
Non pare esserci, di conseguenza, una parte del diritto internazionale che possa regolare il modus con cui poter esercitare la giurisdizione a causa di questo presunto arresto illegale. La presenza di questi nuclei militari a bordo si attiene anche alla risoluzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, la quale invita tutti gli Stati a contribuire al contrasto della pirateria al largo delle coste somale e nell’Oceano indiano. Le autorità italiane hanno insistito sul problema che, sulla base dei principi del diritto internazionale, la giurisdizione sul caso appartiene unicamente all’ordinamento giudiziario italiano, perché i fatti sono avvenuti in un’azione antipirateria, come pure quest’azione è stata compiuta in alto mare su una nave battente bandiera italiana e anche per il fatto che ne sono stati protagonisti militari italiani, organi ufficiali dello Stato italiano.
L’incidente avvenuto in acque internazionali tra la petroliera battente bandiera italiana ed il peschereccio indiano viene dipinto come una specie di giallo internazionale.

Alla luce di queste considerazioni si può ragionevolmente pensare che nessun giudice Indiano, forte degli insegnamenti del diritto anglosassone , non può non valutare tutte le norme indicate e quindi pronunciare una sentenza assolutoria per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, mentre la responsabilità delle decisioni, da qualsiasi livello siano pervenute, sono esclusivamente dei vertici di comando sia politico che Militare (indipendentemente da chi li ha comunicati) in primis di chi è al vertice della catena.

mercoledì 28 agosto 2013

Ramstein

quella strage 26 anni fa

Era il 28 agosto 1988, cosi' cambio’ la storia delle acrobazie aeree 



Ramstein, quella strage 25 anni fa
L'incidente a Ramstei
Un attimo, uno schianto, un bagliore, tre frecce impazzite che precipitano e sul campo rimangono settanta morti e 346 feriti: è il drammatico bilancio dell'incidente aereo di Ramstein, in Germania, accaduto il 28 agosto 1988, venticinque anni fa, nel quale fu coinvolta la Pattuglia acrobatica nazionale (Pan). E' stato il più pesante e tragico incidente della storia in una esibizione acrobatica aerea. Era una domenica soleggiata di fine estate. Nella base statunitense di Ramstein, al confine con la Francia, era in corso un'esibizione aerea. Le Frecce tricolori erano le più attese. Il programma procedeva senza intoppi. Poi il dramma.
Nell'espletamento dei 'cardioide', una delle figure più rappresentative delle Frecce, il 'solista', (Pony 10, in gergo tecnico), il tenente colonnello Ivo Nutarelli, arriva troppo presto all'intersezione con i colleghi ed è collisione. Il suo Aermacchi MB-339 colpisce in pieno il capoformazione (Pony 1), il tenente colonnello Mario Naldini, che a sua volta 'tocca' 'Pony 2', il capitano Giorgio Alessio. I tre aerei diventano altrettante palle di fuoco, delle frecce impazzite e incontrollabili. Pony 1 si schianta su una corsia stradale al fianco della pista. Naldini non fa in tempo ad azionare il sedile eiettabile.

Anche il capitano Alessio finisce la sua tragica corsa sulla pista e nell'impatto il suo aereo esplode. La traiettoria più tragica è però quella di Pony 10. Dopo l'impatto, l'Aermacchi di Nutarelli piomba sulla folla che ancora non si era resa conto di quello che stava accadendo. Sul terreno rimangono 67 morti e centinaia di feriti. Una strage. Il tutto in sette, lunghissimi, secondi. Sulla strage di Ramstein (la base aerea americana da allora non ha più ospitato manifestazioni aeree) si sono susseguite le ipotesi più fantasiose. Molti parlano e parlarono di complotto, di sabotaggio. Proprio Nutarelli e Naldini, infatti, come appurò la commissione per la strage di Ustica, si erano alzati in volo la sera del 27 giugno 1980 dall'aeroporto di Grosseto e intercettarono il DC9 dell'Itavia.
Il sabotaggio di Ramstein, secondo queste ipotesi, sarebbe stato architettato per togliere di mezzo eventuali testimoni. Difficile, ovviamente, assecondare questa tesi a causa anche della sproporzione tra fini e mezzi e cioè che si dovesse cagionare una catastrofe - con modalità peraltro incerte nel conseguimento dell'obiettivo - per eliminare due testimoni. Ramstein fu piuttosto un tragico errore. Nutarelli, forse il solista più preparato che mai le Frecce abbiano avuto, arrivò in anticipo all'intersezione con i colleghi. Forse, come sostennero altre tesi, perché accecato dal sole. Se ne accorse tanto che, per rallentare la corsa, estrasse i carrelli, ma non poté evitare l'impatto del suo Aermacchi.
Oltre ai tre piloti delle Frecce, sul colpo morirono 51 spettatori e altri 16 nelle settimane successive. Negli ospedali della zona vennero soccorse, per ustioni di vario grado, centinaia di persone: uomini, donne, bambini, giovani ed anziani. Da allora il volo acrobatico non è stato più lo stesso. Vennero adottare severissime misure di sicurezza. Oggi le 'figure' non possono più essere fatte sopra il pubblico che deve stare a svariate centinaia di metri dall'esibizione.
Sono cambiati anche i parametri delle Frecce e delle altre Pattuglie acrobatiche che hanno più 'aria' per le singole figure. In Friuli, dove il volo acrobatico è nato e dove le Frecce sono di casa, il dramma di Ramstein fu come un colpo al cuore. Difficile da smaltire. Ai funerali dei tre piloti tutta la città di Udine si fermò. Furono migliaia i presenti al tempio ossario di Piazzale XXVI luglio. Nessuno, però, pensò mai di 'chiudere' l'esperienza, di fermare a terra le Frecce che tuttora sono amate, rispettate e apprezzate per il loro lavoro 'di pubblicizzazione' dell'eccellenza italiana nel mondo.

lunedì 26 agosto 2013

E vogliono entrare in Europa

Gli esuli umiliati a Pola

Volevano ricordare la strage di Vergarolla, ma alcuni titini e la polizia hanno fatto sparire lo striscione. Un rappresentante dell'ambasciata italiana in Croazia non è intervenuto



Un gruppetto di esuli umiliati e costretti, in modi spicci, a togliere di mezzo uno striscione che chiede “Giustizia per i ventimila italiani infoibati e uccisi in Istria, Fiume e Dalmazia” fra il 1943 e dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Nostalgici di Tito che gridano “viva il comunismo” e “morte ai fascisti” contro i “provocatori” con lo striscione durante la manifestazione che ricorda una terribile strage di italiani sulle spiagge di Pola. Gli organizzatori della locale Comunità italiana e gli esuli del Libero comune di Pola in esilio inviperiti dal fuori programma con lo striscione. L’incaricato d’affari dell’ambasciata italiana a Zagabria, Marco Salaris, che non batte ciglio e si guarda bene dall’intervenire.
Il tutto ripreso in un video inviato a il Giornale, che dimostra come sia ancora lunga e delicata la strada della riconciliazione con i nostri vicini appena entrati in Europa. Il 18 agosto è stato commemorato a Pola l’eccidio di Vergarolla. Lo stesso giorno del 1946 alcune mine marine in disuso saltarono in aria sulla spiaggia istriana gremita da famiglie di italiani. Fra 80 e 100 le vittime, ma solo 64 vennero identificate. Dietro la strage c’erano gli agenti dell’Ozna, la polizia segreta di Tito, che voleva dare un sanguinoso segnale all’unica città istriana, a maggioranza italiana, ancora sotto controllo inglese. L’eccidio di Vergarolla, gli infoibamenti e le violenze dei titini provocarono l’esodo di oltre 200mila italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia.
Da qualche anno il ricordo viene celebrato assieme dalla principale associazione degli esuli polesani e dai rimasti della minoranza italiana in segno di riconciliazione. Alla manifestazione  era presente anche l’Assessore alle Finanze della Regione Friuli Venezia Giulia, Francesco Peroni.
Un gruppetto di sette esuli “ribelli” guidati da Romano Cramer si è presentato con un paio di bandiere italiane e lo striscione bianco a caratteri neri per chiedere giustizia per gli infoibati, una verità storica senza ombra di dubbio. “La nostra era una manifestazione pacifica - spiega Cramer - A Trieste sono sfilati i sostenitori di Tito  con bustine  e stelle rosse anche sulle bandiere italiane a festeggiare l’occupazione della città (40 giorni di terrore nel maggio-giugno 1945 nda) senza che nessuno poliziotto intervenisse per fermarli. Noi, invece, siamo stati u Gli esuli del Libero comune di Pola la pensano diversamente. Secondo un loro rappresentante “il momento ed il luogo erano sbagliati. E’ l’unica occasione in cui noi ed i croati ricordiamo delle vittime italiane del periodo titino. E stavamo arrivando anche  a far mettere sul monumento i nomi di tutti i morti identificati. Dopo questa sceneggiata siamo punto e a capo”.
Le immagini del video parlano chiaro. Contro lo striscione della discordia, che chiede solo “giustizia per gli infoibati” intervengono subito i rappresentanti della Comunità italiana di Pola. Secondo gli esuli “ribelli”  sostenendo che avrebbe compromesso la strada della “rappacificazione e riconciliazione fra i popoli”.
Delle guardie private in maglietta blu, assoldate dagli organizzatori della manifestazione, sono riprese mentre si fanno avanti per bloccare il fuori programma, ma sembrano titubanti. Ad un certo punto una voce fuori campo, in italiano, di qualche nostalgico di Tito del posto tuona: “Viva il comunismo”. I passanti e qualche turista si stupiscono, ma capiscono ben poco. Il clima si surriscalda e parte il vecchio slogan “morte ai fascisti” rivolto agli esuli con lo striscione. Alla manifestazione ufficiale davanti al cippo che ricorda la strage, pur con una formula poco chiara, fanno suonare il silenzio e gli animi sembrano calmarsi.
Le note dell’omaggio ai caduti non si sono ancora spente, quando si fa avanti un deciso poliziotto croato in borghese, che controllava la manifestazione. Un tipo corpulento, con la maglietta a righe, che viene spalleggiato dalle guardie private e con modi bruschi fa arretrare gli esuli “ribelli” ed arrotolare a forza lo striscione.
Non proprio un encomiabile biglietto da visita per la Croazia in Europa. Salaris, l’incaricato d’affari dell’ambasciata presente ufficialmente alla celebrazione non muove un dito. Gli esuli ribelli  sospettano addirittura che abbia avallato l’intervento della forza pubblica. Sul sito della nostra rappresentanza diplomatica a Zagabria non si fa alcun cenno all’ “incidente”, ma si sottolinea “la ritrovata fratellanza tra popoli europei, suggellata quest’anno dall’ingresso della Croazia nell’Unione Europea”