venerdì 27 settembre 2013

I BISNONNI DELLE FRECCE TRICOLORI

La nascita del volo acrobatico


25/09/2013 - Quella che di fatto viene comunemente considerata la nascita dell’acrobazia aerea in Italia, il primo atto di quella tradizione di cui oggi è erede il 313° Gruppo Addestramento Acrobatico “Frecce Tricolori”, è l’assunzione del comando del 1° Stormo Caccia da parte del Ten.Col. Rino Corso Fougier , il 1° giugno 1928 presso lo storico aeroporto di Campoformido – Udine, anche se il formale passaggio di consegna avverrà il 1° settembre. Pioniere e iniziatore del volo collettivo in Italia, Fougier è un valente aviatore, portatore di un’idea innovativa, per alcuni rivoluzionaria, quale l’importanza dell’acrobazia come parte indispensabile dell’addestramento del pilota militare. Secondo Fougier, infatti, per conseguire la massima efficacia nell’impiego bellico dell’aeroplano, un pilota militare deve prima acquisire sicurezza, padronanza, sensibilità e coordinazione in qualsiasi assetto di volo. Esattamente ciò che si ottiene attraverso il volo acrobatico.


Ma la neonata Regia Aeronautica fatica ad accettare questa nuova impostazione addestrativa che nei ranghi del 1° Stormo trova invece terreno fertile. Rimane memorabile la dimostrazione di acrobazia collettiva fornita nella primavera 1928 da tre piloti del Reparto, i Serg. Magg. Fruet, Lana e Pancera, che lanciano i loro biplani Fiat CR.1 in audaci looping in formazione nel cielo di Campoformido. Proprio a Fruet verrà affidato il delicato compito di selezionare, presso la scuola di volo, i giovani piloti, futuri “cacciatori”, da avviare all’addestramento acrobatico. Ma per superare la diffidenza e in qualche caso l’ostilità di chi addita i “ragazzi” di Campoformio come dei “saltimbanchi del cielo”, il piglio caparbio di Fougier avrà bisogno anche di un’occasione per guadagnare il definitivo sostegno della Forza Armata. L’occasione si presenta nel luglio del 1929, quando Italo Balbo in persona , in qualità di Sottosegretario all’Aeronautica, pensa ai ragazzi del 1° Stormo per arricchire la manifestazione che l’Aero Club d’Italia sta organizzando per domenica 14 sull’aeroporto del Littorio (Roma) per accogliere i due aviatori statunitensi Roger Williams e Lewis Jance, protagonisti del primo collegamento aereo tra il Nord America e Roma. Balbo si attende molto dal 1° Stormo, un’esibizione acrobatica in piena regola con sei aeroplani (un settimo sarà a terra, come riserva) chiamati ad eseguire un programma che gli uomini di Fougier dovranno mettere a punto e provare in appena ventiquattr’ore!




Il tutto con caccia nuovi di zecca, i Fiat CR.20, con i quali non hanno mai volato prima. L’esibizione del Littorio, neanche a dirlo, è un trionfo. Solo pochi mesi dopo, vede la luce una direttiva operativa della Regia Aeronautica che riconosce finalmente la validità del metodo di addestramento caldeggiato da Fougier. Il manipolo di “indisciplinati”, piloti del 6° Gruppo, si trasforma così in una scuola di acrobazia destinata negli anni a riscuotere entusiasmo e consenso in Italia e all’estero.

venerdì 20 settembre 2013

MA SIAMO TUTTI IMBECILLI? A DOMANDA RISPONDO:


SI’, SIAMO TUTTI IMBECILLI-E TANTO DI PIU’




Di Filippo Giannini 

So bene che chi scrive su questo argomento (il signoraggio) rischia la vita. Perché? Leggete avanti.

Quante volte ho confessato che di economia ne capisco poco. Tuttavia, quando in un giorno del 2003 mi fu chiesto di organizzare un MANIFESTO DEL XXI SECOLO, aderii con entusiasmo, con l’idea di riaccendere quella fiamma che animò tanti uomini e donne, in quel 14 novembre 1943, quando a Castelvecchio a Verona si celebrò il congresso del Partito Fascista Repubblicano. E in quel contesto vennero fissati i punti cardini di un Manifesto che avrebbe dovuto essere la premessa della nuova Costituzione dello Stato Repubblicano. Poi fummo sopraffatti dalla più grande coalizione liberal-capitalista e l’idea della socializzazione dello Stato andò a morte prima della nascita.

Ma torniamo al 2003. Quando mi fu affidato l’incarico contattai Rutilio Sermonti, Alberto Spera, Stelvio Dal Piaz, Carlo Morganti e, Manlio Sargenti che essendo lontano e piuttosto malato non poteva intervenire direttamente, tuttavia mi garantì l’assistenza. Tutti aderimmo con entusiasmo. Ho tralasciato di ricordare, a ragion veduta, la presenza attiva di Giacinto Auriti. Così nacque il Manifesto del XXI secolo. “Ho tralasciato”, come ho scritto, “a ragion veduta”, la collaborazione di Giacinto Auriti perché in quel periodo di economia ne capivo ancor meno di quanto ne capisco oggi. Quando questo maestro (Giacinto Auriti) mi parlava di signoraggio, non lo capivo e, probabilmente non capivo perché mi sembrava impossibile (come mi sembra impossibile ancora oggi) che una truffa di questa portata possa aver preso vita senza che gli organi di uno Stato, che si dice dei diritti e della libertà, non sia intervenuto (e ancora oggi non interviene) a bloccare quella che alcuni sostengono essere la più grande truffa mai perpretata.

Per essere più chiari riporto il Punto 13 delle Proposte ideali, voluto e imposto proprio dal (Grande) Giacinto Auriti: <Il popolo crea la ricchezza col proprio lavoro. La moneta nasce dunque di proprietà dei cittadini. Essa è di proprietà del popolo e la sovranità di essa appartiene al popolo>. Inutile ripetere che allora, in quel contesto, mi sembrava fissare un punto di grande ovvietà. Invece… Sì, invece approfondendo l’argomento ho cominciato (finalmente) a capire qualcosa.

Qualche giorno fa ho ricevuto una mail da Excalibur Italia contenente un articolo di Gianfredo Ruggiero, articolo dal quale riporto molti concetti.

Gianfredo Ruggiero inizia ricordando che all’origine del debito pubblico (chiamiamolo così, anche se questo è il frutto della grande truffa), che ha generato nei conti dello Stato una voragine in continuo aumento, vi è un meccanismo ben congeniato definito “signoraggio”. 

Facciamo ora un passo indietro e ricordiamo la nascita dell’IMI (Istituto Mobiliare Italiano), che nasce il 13 novembre 1931 IX E.F. e quella dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), costituito con R.D.L. 5/1933 XI E.F. avente finalità di ente finanziario di diritto pubblico; concepito per il risanamento e per la riorganizzazione del sistema finanziario e bancario italiano duramente provati dalla crisi del 1929. L’uno e l’altro, sempre organi pubblici: l’IMI e l’IRI concepiti per assicurare i finanziamenti di medio-lungo periodo (l’IMI), e l’IRI che acquisì le partecipazioni azionarie delle banche in difficoltà e i pacchetti di controllo delle banche stesse (1). A seguire fu elaborata, nell’ambito dell’IRI la legge di riforma bancaria del 1936 XIV E.F. Una prima parte della legge (che dovrebbe essere tuttora in vigore), legge che definì la Banca d’Italia ISTITUTO DI DIRITTO PUBBLICO e le affidò definitivamente la funzione di emissione (non più in concessione) della moneta e gli azionisti privati furono espropriati dello loro quote (2).

Poco dopo Adolf Hitler nazionalizzò la Deutsch Bank sull’esempio dell’Italia di Mussolini. E qualcuno ancora oggi si chiede del perché della Seconda Guerra mondiale!?

Torniamo ai meravigliosi giorni di oggi.

Partiamo dalla Banca d’Italia che non è la Banca dello Stato italiano in quanto è presente con un minuscolo 5,8%, e questo per giustificare, scrive Gianfredo Ruggiero, la definizione di Ente di Diritto Pubblico. Infatti i principali azionisti, tutti rigorosamente privati, sono (dati riportati dal citato articolo di Ruggiero): Intesa San Paolo (30,3%,), Unicredit (15,7%), Banco di Sicilia (6,3%), Assicurazioni Generali (6,3%), Cassa di Risparmio di Bologna 6,2%), Banca Carige (4%), Banca Nazionale del Lavoro (2,8%), Monte dei Paschi di Siena (2,5%), Fondiaria (1,25%), Allianz (1,3%) e altre banche di minore importanza.

Si tenga presente che la Banca d’Italia è ora una filiale della Banca Centrale Europea (BCE) anch’essa privata. Infatti i principali azionisti sono le banche centrali (private) europee, tra queste, appunto, la Banca d’Italia con il 14,57%. Scrive sempre Gianfredo Ruggiero: fatto paradossale è la presenza, tra i maggiori azionisti (e benefattori del signoraggio) con il 15,98%, della Banca d’Inghilterra che, oltretutto, non fa parte dell’Euro. Alla BCE è affidato il controllo dell’operato degli Istituti di Credito, in pratica le banche che controllano se stesse. Inoltre viene concesso il diritto esclusivo di stampare banconote, poi cedute al governo in cambio di titoli di debito pubblico (BOT, CCT, ecc,). In pratica l’entità del debito pubblico, da cui deriva la politica finanziaria di una Nazione, non la decidono i governi, bensì i mercati. Dato che coniare le monetine di metallo, ha un costo superiore alle banconote, queste sono a carico dello Stato.

Specifica Gianfredo Ruggiero; il meccanismo in sintesi è questo: la Banca d’Italia, che in questo caso si comporta come una semplice tipografia, stampa una banconota, ad esempio da 500 Euro, il cui costo di produzione è di circa 50 centesimi tra filigrana e inchiostro e la cede allo Stato, non al costo di produzione maggiorato del suo guadagno, come logica vorrebbe, bensì al valore nominale della banconota stessa: 500 Euro! Lo Stato per tutta la sua esistenza pagherà – quindi noi poveri imbecilli paghiamo - alle banche private gli interessi su delle monete che in teorie (macché teoria, in effetti) gli dovrebbero appartenere. Riassumendo: la nostra banconota da 500 Euro – la cosa vale per qualunque taglio – alla BCE è costata pochi centesimi di Euro, mentre al popolo italiano quel pezzetto di carta colorata senza alcun valore reale costa 500 Euro più gli interessi perenni.

Questa è l’origine del debito pubblico su cui, volutamente, non vi è alcuna informazione e dibattito. Pertanto: SE LO STATO SI RIAPPROPIASSE DEL DIRITTO DI STAMPARE MONETA, L’ITALIA NON AVREBBE DEBITI. La cosa, però, sarebbe estremamente poco probabile perché i partiti tutti sono ossequienti al sistema bancario di Wall Street.

Certo quanto stiamo per ricordare non servirà per giustificare la nostra imbecillità, anzi: anche i dollari stampati dalla privata Federal Reserve americana, sono anch’essi dei pezzi di carta colorata, privi di un reale valore. Questo perché dal 1971 l’America ha abolito l’obbligo della corrispondenza in oro per ogni banconota emessa.

Ci ricorda sempre Gianfredo Ruggiero: Nel 1944 (quindi a guerra non ancora conclusa, ma con un risultato scontato) i ministri delle finanze delle potenze prossime vincitrici della seconda guerra mondiale, si riunirono in conferenza a Bretton Woods (Usa) per concordare quale politica seguire in merito alla finanza ed economia. Di conseguenza furono fondate la Banca Mondiale (BIRS) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Inoltre al dollaro fu attribuito il ruolo di moneta di riferimento per gli scambi internazionali. Questo comportò l’impoverimento del resto del mondo. E ancora Nixon, constato che a Fort Knox di oro ne era rimasto ben poco, il 15 agosto 1971 a Camp David, annunciò con decisione unilaterale, di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Osserva Gianfredo Ruggiero: da allora le Banche centrali continuano, come se nulla fosse, a stampare moneta anche se prive di controvalore, in quanto non convertibile in oro. (3).

Allora sono tutti gangsters e truffatori?

Continuate a leggere.

Abramo Lincoln, sedicesimo presidente Usa fu assassinato il 15 aprile 1865; James Garfield ventesimo presidente fu ucciso il 19 settembre 1881; William McKinley, venticinquesimo presidente cadde colpito da due colpi di pistola esplosi dal polacco Leon Czolgosz e morì il 14 successivo; John F. Kennedy trentacinquesimo presidente, e questo episodio molti di noi ancora lo ricordano almeno per la ridicola ricostruzione del fatto, e per come furono condotte le inchieste, fu assassinato a Dallas il 22 novembre 1963. Cosa legava fra loro questi presidenti e da cosa dipendeva la loro morte violenta? Tutti, nel corso del loro mandato presidenziale, elaborarono (almeno i primi tre) l’idea di cambiare il sistema monetario americano estromettendo la privata Federal Reserve Bank dalla ricordata esclusività di emissione monetaria. A questi dobbiamo ricordare che John F. Kennedy, in pratica, l’aveva già messo in atto. Infatti il 4 giugno 1963, a pochi mesi dal suo assassinio, Kennedy autorizzò, con l’ordine esecutivo n° 11.110 di riconsegnare allo Stato americano il diritto della sovranità monetaria, estromettendo la Banca Centrale (FRB). Come ricordato il 22 novembre 1963 fu ucciso. Cinque mesi dopo, ricorda Gianfredo Ruggiero, le “banconote Kennedy” furono ritirate. Una nuova vittoria delle banche private.
Tutto ciò non fu solo virtù di alcuni presidenti Usa, perché anche in Italia, a parte l’iniziativa mussoliniana del 1936, dobbiamo ricordare che Aldo Moro con il DPR 20/6/1966 e 20/10/1967 e successiva autorizzazione regolata il 14/2/1974 autorizzò l’emissione delle 500 lire (serie Mercurio), che furono stampate direttamente dal Poligrafico dello Stato che affiancavano le 500 lire d’argento. 

Tutti sappiamo che fine ha fatto Aldo Moro.

Ma non è finito: l’ex questore di Genova Arrigo Molinari aveva “osato” citare in giudizio Bankitalia e la BCE per la truffa del Signoraggio. L’udienza fu fissata per il 5 ottobre 2005, ma fu assassinato a coltellate il 27 settembre 2005. Intervistato da un giornalista de Il Giornale poche ore prima della sua morte, ad una domanda, rispose: <Sta tutto scritto nei miei ricordi, riuniti ex articolo 700 del Codice di Procedura civile contro la Banca d’Italia e la Banca Centrale Europea per la così detta truffa del “Signoraggio”, consentita fin dal 1992>, L’intervistatore chiese: <Ricordiamo chi era, allora, il ministro del Tesoro>. La risposta di Arrigo Molinari: <Era un ministro sottile che ha permesso agli istituti di credito privati di impadronirsi del loro arbitro Bankitalia e quindi di battere moneta e di prestarla allo Stato stesso con tasso di sconto a favore delle banche private>.

Non chiedetemi che fine ha fatto questa iniziativa di Arrigo Molinari: non lo so!!!!

Concludo ricordando ancora Gianfredo Ruggiero, che sentenzia: <Con la prossima scomparsa della moneta fisica soppiantata dalla moneta elettronica, la nostra dipendenza dal sistema bancario-finanziario sarà totale, come immenso sarà il loro potere. Su questi argomenti a livello politico non vi è alcuna informazione e dibattito. Tutti zitti, vuoi per ignoranza, vuoi per condivisione ideologica nessuno ne parla (…)>.

Per fortuna posso confutare il bravo Gianfredo Ruggiero. Infatti il 22 maggio di quest’anno (2013), alla Camera dei deputati il deputato del Movimento Cinque Stelle, Carlo Sibilia, dal suo scranno ha denunciato la truffa del Signoraggio. Vedremo come andrà a finire. Non vorrei che domani si leggesse che il coraggioso e onesto giovane deputato, è stato trovato ucciso per indecifrabili motivi!

Conclusione: alla domanda: “Siamo tutti imbecilli?”. La mia risposta è: <Per quanto è mia idea, gli italiani sono doppiamente imbecilli, perché essi stessi hanno ucciso ed esponendolo ancora oggi al ludibrio e alla diffamazione, l’unico statista onesto che provvedeva alle reali necessità del comune cittadino, eleggendo, invece, agli allori i vari,i tanti, i troppi “ministri Sottile>.

1) Con l’avvento dei Governi democratici, sia l’Imi che l’Iri furono trasformate in Società per Azioni (quindi furono privatizzati) e dopo pochi anni chiusero i battenti. In occasione del cinquantenario dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale, l’allora presidente Romano Prodi (quello stesso che fu candidato nel 2013 a Presidente della Repubblica Italiana) rilasciò questa inquietante dichiarazione: <Se l’IRI negli anni Trenta rappresentò una soluzione, oggi rappresenta un problema>.

2) Nel 1993, in piena Era dello Stato dei Diritti e della libertà, la Banca d’Italia diventò, come vedremo, Ente privato.

3) Gianfredo Ruggiero riporta alcune definizioni, di personaggi molto noti sull’argomento, che solo per brevità ne citiamo solo due: Herry Ford, il fondatore dell’anonima casa automobilistica americana: <Ė un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario perché, se accadesse credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina>. L’altra. Di A.M. Rothschild, capostipite della nota famiglia di banchieri tedesca: <La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo conferenze di pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa avere benefici. Le guerre devono essere dirette in modo tale che entrambi gli schieramenti sprofondino sempre più nel loro debito e quindi sempre di più sotto il nostro potere>. Non è quello che sta accadendo da un secolo e mezzo?

giovedì 19 settembre 2013

Prosopopea e Storielle

NON UNA PAROLA SU MAX E SALVO

Intervento del:   18 settembre 2013

Audizione del Capo di Stato Maggiore della Difesa presso le Commissioni 3ª (Affari Esteri, Emigrazione), 4ª (Difesa) e 14ª (Politiche dell'Unione Europea) del Senato

Indagine conoscitiva sulle linee programmatiche e di indirizzo italiane in relazione al prossimo Consiglio Europeo sulla Difesa che avrà luogo nel mese di dicembre 2013


Signori Presidenti, Senatore Casini, Senatore Latorre e Senatore Chiti, Onorevoli Senatori della terza, quarta e quattordicesima Commissione del Senato,
ringrazio per questa convocazione su un tema di grande attualità, che ritengo rivesta particolare importanza, non solo e non tanto per le Forze Armate, ma per il futuro della nostra Nazione e della stessa Europa.
Pur prendendo le mosse da diverse prospettive le numerose audizioni intervenute sullo specifico tema, da parte di eminenti personalità delle Istituzioni – nazionali e comunitarie – del mondo accademico e dell’Industria, hanno posto in evidenza un comune obiettivo: un’Europa più forte, più solidale e più coesa, anche nel settore della Difesa.
Questo obiettivo non è stato indicato come una delle possibili opzioni, bensì come un’esigenza prioritaria alla luce dell’attuale congiuntura economica e dell’evoluzione dello scenario geo-strategico.
Proprio da questo ultimo aspetto vorrei partire per illustrare le linee programmatiche nazionali in relazione al Consiglio di dicembre.
Cercherò inoltre di essere sintetico, sia per non ripetere quanto è stato già illustrato, sia per riservare più spazio ad eventuali quesiti ed approfondimenti da parte Loro.
L’Alleanza Atlantica ha garantito all’Europa oltre mezzo secolo di sicurezza e stabilità soprattutto, occorre riconoscerlo, grazie alla deterrenza esercitata dal potere militare USA, ma anche grazie alla compattezza dell’Alleanza ed ai suoi efficaci meccanismi decisionali.
Il legame transatlantico è dunque fondamentale, ma la NATO poggia su due pilastri, quello nordamericano (Stati Uniti e Canada) e quello Europeo che, dopo la caduta del “muro”, ha registrato un rapido allargamento verso est (fino a 28 Nazioni), politicamente vincente, ma in un certo senso penalizzante per il processo decisionale, senza contare la Turchia che, nel cosiddetto “pilastro europeo”, rappresenta una discontinuità non irrilevante.
Un legame dunque che poggia su due pilastri di diversa consistenza politico-militare: uno solido, compatto, relativamente snello e dotato di piena autonomia operativa – quello Americano – ed uno più pesante, ma più fragile e frammentato – quello costituito dai Paesi Europei – che in più dispone di capacità militari pregiate molto limitate a fronte di un ridondante complesso logistico e di forze tradizionali, quindi con un’autonomia operativa molto più limitata dalla carenza dei cosiddetti “assetti abilitanti”: quelle capacità pregiate che rendono possibile l’impiego efficace dello strumento militare in ogni condizione.
Gli stessi Americani vengono oggi a chiedere all’Europa, o meglio agli alleati europei, un contributo maggiore e più qualificato al comune sforzo di stabilizzazione internazionale della NATO. Dunque “More Europe for a better NATO”, perché un’Europa più forte è un “valore
aggiunto” anche per l’Alleanza Atlantica.
Lo scenario geo-strategico sul quale ci affacciamo, per quello che possiamo prevedere, è inoltre sensibilmente diverso da quello che si era delineato dopo la caduta del muro e dopo l’11 settembre 2001, ovvero quello caratterizzato dalla cosiddetta “guerra asimmetrica”.
La crisi libica, il risveglio arabo, soprattutto la crisi siriana e quella egiziana mostrano questa evoluzione verso forme di confronto tra grandi potenze e tra potenze emergenti (mi riferisco in particolare all'area dell’Oceano Indiano e del Pacifico - strategica anche per l’Italia e l’Europa - vista la comune dipendenza dall'importazione di materie prime e dall'esportazione di prodotti di trasformazione).
Un confronto non più basato su dinamiche asimmetriche che richiama piuttosto all'attualità, in forme certamente diverse dal passato, il cosiddetto “Grande Gioco” politico-militare-diplomatico dell’era precedente al confronto bipolare e riporta alla ribalta un ruolo dello strumento militare spesso trascurato in questi ultimi anni, ovvero la deterrenza.
In sintesi è giunto il momento di cominciare a pensare a come “prevenire” piuttosto che “gestire” le ricadute delle crisi internazionali.
La deterrenza politico-militare non funziona nella guerra al terrorismo o asimmetrica perché le tattiche e le strategie in uso non sono tra loro comparabili, ma mi domando se la luce che oggi intravediamo alla fine del tunnel siriano si sarebbe potuta ottenere soltanto con lo strumento della diplomazia, ovvero se la deterrenza esercitata da alcune potenze non abbia invece portato a più miti consigli tutte le forze in gioco.
E la deterrenza per essere credibile deve poggiare su tre fattori, due di ordine militare ed uno politico: CAPABILITY (ovvero le capacità militari utili a conseguire l’obiettivo) e CAPACITY(ovvero la quantità disponibile ed usabile di tali capacità) – le ho dette in inglese perché in italiano queste due caratteristiche sono genericamente comprese nel termine CAPACITÀ.
Il terzo fattore, quello politico, è però quello fondamentale e condizionante i primi due, perché indicativo della determinazione e della volontà di usare lo strumento militare per il raggiungimento di determinati obiettivi.
L’indirizzo politico nell'impiego dello strumento militare è dunque un prerequisito che caratterizza oggi la difficoltà di realizzare una comune difesa europea.
Mi auguro di sbagliare, ma oggi si guarda con eccessiva fiducia alla prospettiva che il Paese, grazie appunto alla “difesa europea”, possa destinare minori risorse finanziarie per l’operatività delle Forze Armate (risorse di esercizio e funzionamento) e per il loro ammodernamento inteso ad assicurarne l’interoperabilità con gli alleati (risorse di investimento).
Una comune difesa europea potrà infatti ottimizzare la spesa, ma il nostro contributo dovrà necessariamente essere all'altezza del ruolo che l’Italia intende giocare nel contesto europeo anche in relazione alle nostre capacità tecnologiche e operative.
Una seconda riflessione, eminentemente politica, riguarda il respiro strategico dell’Europa.
Se si immagina un respiro politico-strategico di livello globale si deve presupporre uno strumento militare in grado di operare in tutti quegli scenari dove l’Europa politica ed economica già opera, superando quindi la dimensione regionale del “vecchio continente”.
Un onere questo che può essere ripartito tra le Nazioni, ma che implica due tipologie di “costi”: un costo “finanziario” (indubbiamente rilevante, soprattutto per i 5-6 paesi maggiormente industrializzati) ed un costo “politico” legato alla perdita di parte della sovranità nazionale, nel momento in cui le capacità operative vengono condivise a livello comunitario.
Certamente, nel medio-lungo periodo, sussistono margini di miglioramento nell'impiego delle risorse finanziarie (ed aggiungerei anche umane), legati però non tanto alle capacità ed alla qualità dell’ipotetico strumento militare europeo, quanto alla riduzione delle ridondanze di alcuni assetti e soprattutto all'integrazione delle attuali sovrastrutture tecnico-logistiche e burocratico-amministrative comunitarie.
Ma è soprattutto sulle capacità militari europee “esprimibili” che bisogna incentrare la discussione.
Proprio in questa ottica il nostro Ministro della Difesa, nel corso della audizione dello scorso 31 luglio, ha evidenziato la necessità di un “Libro Bianco” della Difesa europea, un “riferimento” comune che indirizzi anche le scelte nazionali.
Un quadro di riferimento che possa orientare non solo le scelte in ambito comunitario ma anche quelle nazionali, al fine di non erodere alcune rilevanti capacità del nostro strumento militare che sono disponibili in Europa in misura assai limitata.
L’Europa infatti non dispone delle capacità che le assicurano una più ampia autonomia di azione ed una pari dignità strategica rispetto all'alleato trans-atlantico.
Ma per invertire questa tendenza è necessario superare le logiche esclusivamente nazionali per indirizzare in modo più coordinato ed in termini di complementarietà le risorse e le conseguenti capacità.
Questo è lo scenario di riferimento del prossimo Consiglio Europeo sulla Difesa.
Il Consiglio di Dicembre è dunque un’opportunità unica per un concreto rafforzamento della Politica di Sicurezza e Difesa Comunitaria (PSDC), un argomento sul quale molto si è dibattuto ma poco si è realizzato, soprattutto in relazione al rapido ed imprevedibile evolvere dello scenario strategico di quest’ultimo lustro.
Per la verità qualche piccolo passo in avanti è stato compiuto, tanto sul piano normativo, attraverso la costituzione del EEAS (Servizio Europeo di Azione Esterna), che su quello operativo, con l’avvio di numerose operazioni civili o militari e con risultati nel complesso soddisfacenti, ma con ampi margini di miglioramento, sia in termini di flessibilità e reattività del meccanismo decisionale, sia di maggiore sinergia nell’impiego coordinato - se non integrato - delle capacità militari e di quelle civili.
Un approccio interdisciplinare (“comprensive” secondo la dottrina NATO) che proprio l’Unione Europea, per sensibilità politica e retaggio storico-culturale può - meglio di ogni altro - mettere al servizio della Comunità Internazionale.
È sintomatico infatti che mentre le operazioni a guida NATO o di coalizioni ad hoc (le cosiddette “Coalition of the Willing”), vengono avviate sin dalle fasi iniziali della crisi, le operazioni a guida UE si sono limitate a svolgere un ruolo di gestione “post crisi”, con un atteggiamento defilato sullo scenario internazionale.
Occorre cioè “più Europa”, intendendo che dobbiamo chiedere che le istituzioni europee si muovano “verso politiche realmente comuni o quantomeno coordinate”, (come affermato dal Ministro MAURO) quindi cooperare con maggior determinazione per un disegno comune.
Ben consapevole dell’impervietà di questo percorso, con grande concretezza e senso di responsabilità, l’Italia ha proposto numerose iniziative, mirate a ciò che si ritiene tecnicamente fattibile e concretizzabile nel breve/medio periodo e per una crescita delle capacità di difesa europee in assonanza con i requisiti dell’Alleanza Atlantica.
La collaborazione fra Ministero Affari Esteri e Ministero della Difesa ha dato quindi il via a un proficuo processo di condivisione di idee e di iniziative, intese a fornire ai Partners europei proposte concrete per lo svolgimento del Consiglio di dicembre.
La prima tappa di questa collaborazione ha visto l’elaborazione del documento programmatico “More Europe. Spending and arranging better to shoulder increased responsabilities for International peace and security”, che ha riscosso una generalizzata condivisione anche da Paesi, come il Regno Unito, notoriamente poco inclini a cambiamenti dello status quo.
Il documento evidenzia alcuni requisiti fondamentali, sintetizzabili nelle «cinque C»: impegno politico (commitment) per un ruolo internazionale coerente con la dimensione socio-economica, inclusione di strumenti civili e militari nelle strategie di intervento (comprehensiveness) quale vantaggio comparativo del “sistema Europa”, capacità militari coerenti agli scenari di prevedibile impiego, connettività, per non duplicare quanto già esiste in ambito NATO e cooperazione, per acquisire nuovi partners, concordi nel perseguire un modello “condiviso” di sicurezza internazionale.
In relazione poi al successo riscosso del seminario internazionale “More Europe on Defense”, organizzato a Roma il 14 e 15 marzo 2013, è stato elaborato, sempre in forma congiunta Esteri-Difesa, il documento “Possible deliverables for the European Council on Defence”, che ripercorre le tematiche di “More Europe” affrontandole in maniera più concreta ed “operativa”.
Le azioni proposte afferiscono alle tre aree delineate nelle conclusioni del Consiglio Europeo del 2012 e propedeutiche al Summit di dicembre (“Aumento dell'efficacia, visibilità e impatto della PSDC”; “Potenziamento e sviluppo delle capacità civili e militari” e ”Rafforzamento dell'industria europea della Difesa”).
Il documento prevede, in particolare, una revisione collettiva delle Priorità di Sicurezza Europea, ricercando il giusto equilibrio tra i legittimi interessi strategici nazionali, alla luce dei rischi, delle minacce e delle vulnerabilità di ciascuna nazione.
Tale processo dovrebbe portare alla realizzazione del già citato “Libro bianco per la Difesa Europea”, quale riferimento di base e indirizzo strategico-operativo per lo sviluppo delle capacità comuni e per una “convergenza” verso criteri di complementarietà.
Sul piano operativo oltre a proposte per rafforzare il livello di integrazione tra componenti militari e civili delle strutture deputate alla gestione delle crisi è anche ipotizzata la revisione del concetto dell’European Battle Group, finalizzato ad un suo più efficace e flessibile dispiegamento.
Vi è poi un approccio integrato per la formazione e l’addestramento nell'ambito della Sicurezza e Difesa Europea, ipotizzando una maggiore cooperazione tra le diverse istituzioni degli Stati membri che si occupano di formazione militare, attraverso una rete di collegamenti (European Security and Defence College – una sorta di “Erasmus” militare).
Un’enfasi particolare viene data all’evoluzione delle capacità militari europee attraverso il Capability Development Plan (CDP), uno strumento che va armonizzato con il NATO Defence Planning Process, ma che ha il pregio di individuare i settori capacitivi da sviluppare per colmare i gap comuni, ottimizzando le risorse disponibili e massimizzando la cooperazione fra gli Stati membri.
Ciò in diretta connessione con le iniziative Pooling & Sharing (UE) e Smart Defence (NATO), per stimolare ulteriormente la cooperazione tra i Paesi EU e la NATO (in un contesto caratterizzato dalla ridotta disponibilità di risorse finanziarie) ed in ossequio al sano principio di un unico pacchetto di forze disponibile per impegni internazionali (single set of Forces).
Infine, uno sguardo al comparto industriale della difesa.
Una base industriale europea più coesa e meno virulenta nella competizione interna è un obiettivo importante anche per il rilancio della nostra economia.
È evidente che la competizione focalizzata sul “prodotto”, ovvero sui mezzi militari che vengono immessi sul mercato internazionale, senza coordinamento (nonostante gli sforzi dell’Agenzia Europea della Difesa - l’EDA), non aiuta questo processo.
In questo quadro un concreto passo in avanti è sotteso del progetto italiano denominato “matrice delle tecnologie abilitanti”, una sorta di coordinamento a livello nazionale ed europeo (EDA) per lo sviluppo coordinato di tecnologie specifiche piuttosto che di prodotti finiti.
Ciò apre il campo a maggiori prospettive ed opportunità di finanziamento a livello europeo soprattutto per quei progetti polivalenti che trovano applicazione sia in ambito civile che militare.
Infatti la “dualità” di impiego civile-militare interessa non solo i sistemi complessi (ad esempio le capacità satellitari), ma anche singole componenti tecnologiche di sistemi e mezzi terrestri, navali, aeronautici, spaziali o delle comunicazioni che, prese singolarmente, non possono certamente classificarsi come “militari”.
Su tutte queste basi è anche stato concordato un documento presentato congiuntamente dai Ministri della Difesa di Italia, Spagna e Portogallo nello scorso mese di agosto, in preparazione all'incontro ministeriale informale svoltosi a Vilnius (in Lituania), il 5 e 6 settembre.
A Vilnius, l’Italia ha in particolare ribadito l’importanza di una chiara e condivisa Strategia Marittima di Sicurezza Europea. Una priorità per l’Italia e per l’Europa, alla luce dei recenti eventi che hanno interessato la sponda sud del Mar Mediterraneo (in Tunisia, Egitto, Libia e Siria), che hanno provocato e continuano a provocare/favorire movimenti migratori ed altri traffici illeciti (droga/armi), con il rischio di pregiudicare la stabilità economico-sociale dell’intera area e con potenziali minacce alla sicurezza delle rotte commerciali.
Al riguardo la Difesa ha già elaborato un contributo di pensiero che, a seguito della necessaria condivisione in ambito interministeriale vista la multidisciplinarità della materia, verrà presto presentato a livello europeo.
Ulteriori iniziative più dettagliate si stanno sviluppando su questi temi.
Molte delle proposte sopra elencate hanno già sortito un primo effetto positivo e destato interesse nei nostri interlocutori europei tant'è che nei numerosi documenti informali circolati nell'ultimo periodo emergono (anche in maniera esplicita), le stesse tematiche, sostenute dalle nostre considerazioni.
Anche l’importante rapporto in vista del Consiglio Europeo sulla Difesa, pubblicato a fine luglio dall'Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Lady Ashton, rispecchia in buona sostanza il pensiero e gli intendimenti italiani.
Naturalmente tanto attivismo intellettuale non è fine a se stesso e non costituisce un punto di arrivo.
Di certo non possiamo ritenerci appagati per aver fornito idee e proposte che, seppur valide, a nulla servono se non vengono effettivamente supportate dagli altri Stati membri e sostenute da azioni concrete.
Per questo è stato definito un percorso che ci accompagnerà fino all'importante appuntamento di dicembre per proseguire con le iniziative del semestre di presidenza italiana dell’UE.
Avviandomi alla conclusione consentitemi una notazione personale.
Poche settimane fa ricorrevano i 50 anni dal discorso di Martin Luther KING dinanzi al Lincoln Memorial di Washinghton: la celebre frase “I have a dream”.
Mi auguro che anche il “sogno europeo”, quel grande progetto politico avviato negli anni 50 da statisti illuminati quali Adenauer, De Gasperi e Schuman, quali Giorgio La Pira e Altiero Spinelli, possa un giorno realizzarsi pienamente, con la nascita degli “Stati Uniti
d’Europa”.
Un giorno che auspico non lontano perché la storia ci incalza sempre più pressantemente.
Non un percorso facile (e al momento forse utopistico), perché la rinuncia ad una parte della sovranità nazionale in un settore fondante della stessa identità nazionale e statuale, quale la Difesa, richiede coraggio, fiducia e lungimiranza.
Ma furono proprio queste le qualità umane che guidarono le scelte dei “padri” ispiratori e fondatori di quella che oggi è l’Unione Europea. Quelle stesse doti dovranno guidare anche le scelte dei futuri Parlamenti europei. Perché, come ha sottolineato il Ministro Mauro: “…un’Europa che non sia un attore della difesa, che non sia un attore della pace e della guerra è marginale e destinata all'insuccesso”. Il Premio Nobel per la pace assegnato all'Unione lo scorso anno non è solo un riconoscimento “formale”, ma rappresenta anche una precisa responsabilità ed uno stimolo ad andare oltre, a superare il concetto di sicurezza legato alla “assenza di conflitti”, verso nuove forme di condivisione delle responsabilità. Una difesa “europea” veramente integrata passa è vero attraverso la complementarietà e l’integrazione degli strumenti militari disponibili, ma non può prescindere dalla condivisione delle politiche di difesa nazionali. Condividere la sovranità tra le Nazioni significa, in prospettiva, più sovranità in un mondo globalizzato, perché una difesa europea davvero integrata vale molto di più della sommatoria delle difese di 28 paesi!
Con ciò concludo il mio intervento, ringrazio per l’attenzione e rimango a disposizione per ulteriori approfondimenti.

lunedì 16 settembre 2013

Per ricordare

Oriana Fallaci

SOS1307264Oriana Fallaci (Firenze, 29 giugno 1929 – Firenze, 15 settembre 2006) è stata una scrittrice, giornalista e attivista italiana. Fu la prima donna in Italia ad andare al fronte in qualità di inviata speciale. Come scrittrice, con i suoi dodici libri ha venduto venti milioni di copie in tutto il mondo.
La Fallaci è deceduta a Firenze il 15 settembre 2006 a 77 anni, dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute dovuto al cancro che da anni l’aveva colpita. Era suo preciso desiderio morire nella città in cui era nata: «Voglio morire nella torre dei Mannelli guardando l’Arno dal Ponte Vecchio. Era il quartier generale dei partigiani che comandava mio padre, il gruppo di Giustizia e Libertà. Azionisti, liberali e socialisti. Ci andavo da bambina, con il nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata». Per permetterle di ritornare in Italia in modo riservato Silvio Berlusconi le mise a disposizione un aereo privato. Non fu possibile però, data l’inadeguatezza del luogo ad ospitare una persona in precario stato di salute, far alloggiare la Fallaci nella torre del Mannelli. La scrittrice è stata ricoverata nella clinica Santa Chiara, dove poi morì.
Oriana Fallaci è sepolta nel cimitero degli Allori, di rito evangelico, ma che ospita anche tombe di atei, musulmani e ebrei, a Firenze nel quartiere del Galluzzo, nella tomba di famiglia accanto ad un cippo commemorativo di Alekos Panagulis, suo compagno di vita. Con la bara sono stati sepolti una copia del Corriere della Sera, tre rose gialle e un Fiorino d’Oro (premio che la città di Firenze, con grandi polemiche, non aveva voluto conferirle), donatole da Franco Zeffirelli.
Per sua espressa volontà, larga parte del suo grande patrimonio librario è stato donato, insieme ad altri cimeli come lo zaino usato dalla scrittrice in Vietnam, alla Pontificia Università Lateranense di Roma, il cui rettore era allora monsignor Rino Fisichella, amico personale della scrittrice, che stette vicino in punto di morte alla giornalista fiorentina. Nell’annunciare la donazione Fisichella ha definito questo come l’ultimo regalo a papa Benedetto XVI per il quale la scrittrice nutriva «una autentica venerazione».
Il romanzo che la Fallaci aveva smesso di scrivere dopo gli attentati dell’11 settembre è stato pubblicato il 30 luglio 2008. Il libro, intitolato Un cappello pieno di ciliege, è una saga familiare che attraversa la storia italiana dal 1773 al 1889.

domenica 15 settembre 2013

I GRUPPI

Gli "altruisti" invisibili.




Riassumendo per sommi capi:-
Diciannove mesi fa, a seguito della nota vicenda che coinvolse due Militari del Battaglione S. Marco, alcuni pensarono bene di creare dei gruppi di sostegno su facebook con lo scopo di tenere informati, creare discussioni e aggiornamenti sulla vicenda.
Credo che uno dei primi fra tutti, uno in particolare, essendo vicino alle Famiglie, sia geograficamente che per conoscenza, ottiene un successo significativo registrando, in poco tempo, oltre 65.000 iscritti.
Questo gruppo venne fondato da Andrea Lenoci che nominò amministratrici della pagina alcune donne che tutt'ora ricoprono tale incarico con grande capacità di moderatrici e gestione.
Al gruppo venne dato il nome di "Ridateci i nostri Leoni" il quale portò sul web discussioni, appelli, petizioni, considerazioni più o meno valide interessando una vasta gamma di persone non che molti alti ufficiali, graduati e militari delle varie armi in congedo o ancora in servizio.
Va detto che vi erano anche contrasti e opinioni divergenti ma sempre all'insegna del dialogo e della correttezza (non senza qualche infiltrato che usava linguaggio scurrile che veniva gentilmente allontanato).
Andrea, per quel che ricordo, non partecipava molto ma era sempre presente quando il tema trattato riscuoteva l'interesse generale o quando si cercava di organizzare manifestazioni pubbliche (e ne sono state organizzate tante) a favore della causa dei nostri Fucilieri.
Ma noi Italiani abbiamo una strana mentalità; sempre pronti a schierarci con chi dimostra coraggio, abnegazione, determinazione, rettitudine e alti valori morali per poi, lentamente, perdere interesse quando vi sono difficoltà o quando il tutto contrasta con i nostri interessi usuali.
Non conosco le ragioni che hanno spinto Andrea ad abbandonare il  gruppo da lui stesso creato, in uno sfogo, un giorno, mi scrisse che per la causa aveva perso  alcune persone che considerava Amiche e una serie di altri motivi personali ma, indubbiamente, ha lasciato la sua impronta di rettitudine, onestà e alti valori di moralità.
Forse molti dovrebbero considerare dogmatico l'esempio di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone;
Non tutti sono portati ad accettare le regole, le leggi, le imposizioni e cercano i modi per aggirare questi ostacoli finendo, inevitabilmente, nella categoria dei "furbetti" mentre coloro che si attengono agli insegnamenti ricevuti dai loro padri e nonni subiscono inevitabilmente rassegnati.
Un solo benevolo appunto devo muovere a tutti gli iscritti del gruppo "Ridateci i nostri Leoni":
Nessuno, e dico NESSUNO, ha più menzionato o ricordato o rivolto un pensiero ad ANDREA  LENOCI esempio di altruismo disinteressato che ha permesso, con la sua iniziativa, l'incontro di tante persone che fanno propri i principi di  amor di patria che tutti dovrebbero avere.
Grazie Andrea




mercoledì 11 settembre 2013

IL PD E L'ISLAM

Siria: Islamico con frequentazioni nel Pd partecipa a esecuzione sommaria


Parliamo di Haisam detto Abu Omar, legato alla famiglia di Nour Dachan presidente emerito dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, la famigerata UCOII che è dietro alla costruzione di tutte le moschee italiane. La stessa associazione alla quale, solo qualche giorno fa, Kyenge ha promesso l’8 per 1000.  E Nour Dachan ha interessanti frequentazioni con il Pd, nel quale con altri, sponsorizza lo Ius Soli e la cosiddetta rete G2, quella delle ‘seconde generazioni’ alla Balotelli.



E’ lo stesso Dachan immortalato in compagnia di Bersani ad una manifestazione romana insieme ad altri 10 “attivisti” legati al “Coordinamento dei siriani liberi di Milano”  che avevano attaccato l’ambasciata siriana nella capitale -  video; qui il terrorista rilascia dichiarazioni dopo la sua scarcerazione; qui l’attacco all’ambasciata ripreso dagli stessi e caricato sui canali degli oppositori siriani in Italia.
Siamo sinceramente stupefatti. Non tanto che il Pd frequenti certi ambienti, visto che alcuni di questi personaggi li hanno perfino spediti in Parlamento – o al governo – ma del fatto che assassini a sangue freddo che quello immortalato nel video del NYT possano girare liberamente in Italia.
Quanti dei ‘migranti’ che i nostri crocerossini della GC accolgono a braccia – e gambe – aperte sono della stessa stoffa di Haisam detto Abu Omar, arrestato a Roma e poi rilasciato e ora in Siria a sparare alla nuca di soldati inginocchiati?

Il terrorismo in Siria dei ‘nuovi italiani’


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Haisam detto Abu Omar arrestato e subito dopo rilasciato a Roma il 10 febbraio 2012 dopo che insieme ad Ammar Bacha , legato alla famiglia di Nour Dachan presidente emerito dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, immortalato in compagnia di Bersani ad una manifestazione romana e altri 10 “attivisti” legati al “Coordinamento dei siriani liberi di Milano” avevano attaccato l’ambasciata siriana nella capitale come si puo vedere in questo video; qui il terrorista rilascia dichiarazioni dopo la sua scarcerazione; qui l’attacco all’ambasciata ripreso dagli stessi e caricato sui canali degli oppositori siriani in Italia.
Dopo quei fatti, i militanti “pro democrazia” furono identificati, interrogati e infine ascoltati dal giudice monocratico Marina Finiti che li ha rinviati a giudizio per direttissima il 15 marzo 2012 imponendo loro l’obbligo di firma, essendo infatti indagati per danneggiamento aggravato, violazione di domicilio e violenza privata aggravata. Quest’ultima imputazione si riferiva all’aggressione dei due vigilanti in servizio all’interno dell’ambasciata.
Intanto a Roma il ginecologo Feisal al Mohammed dissidente siriano capitolino a capo dell’Unione dei coordinamenti per il sostegno della rivoluzione in Siria, dopo essere stato avvertito da una telefonata alle sei del mattino dei “fratelli milanesi”, si occupo’ anche della loro difesa, rintracciando gli avvocati Simonetta Crisi e Amedeo Boscaino.
Qui in seguito i commenti della giornalista anconetana e figlia del presidente emerito dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia: “Il prossimo 15 marzo a Roma verrà giudicato il gruppo di attivisti per i diritti umani in Siria che il 10 febbraio scorso ha assalito l’ambasciata di Damasco nella capitale italiana. Il gesto, dall’alto valore simbolico, è stato fatto in nome del diritto alla vita del popolo siriano ed è stato dedicato alle donne, ai bambini, ai giovani, all’intero popolo, che sta pagando con la vita la scelta della libertà e della democrazia. L’ambasciata siriana rappresenta il governo siriano, quindi coloro che stanno massacrando il nostro popolo e, di conseguenza, non rappresenta chi crede nel diritto alla sacralità della vita umana. La bandiera dell’indipendenza, invece, ci rappresenta, mi rappresenta, rappresenta il futuro di pace e libertà della Siria. Asmae Dachan”.
Dopo il 15 marzo non si hanno notizie certe sull’esito della sentenza delle autorità italiane ma poco dopo come si puo’ notare in questo video alcuni dei 12 attivisti si recarono in Siria per imbracciare le armi al fianco dei terroristi che la insanguinano con i loro massacrando la popolazione civile.
Nel video ottenuto dal “The New York Time” girato vicino Idlib in Siria nell’aprire 2013  dove si vedono sette uomini a torso nudo, inginocchiati e con la faccia rivolta verso il suolo. Dietro di loro, altri nove uomini tra i quali si può notare sulla sinistra Haisam “Abu Omar”, vestiti e armati di ak-47 che rivolgono contro i corpi dei sette. Inizia così il video che un ex ribelle siriano ha fatto recapitare al New York Timesalcuni giorni fa. Le immagini mostrano in diretta l’esecuzione di sette soldati dell’esercito di Assad. Nelle immagini si vede il leader di questo commando, il trentasettenne Abdul Samad Issa, ordinare ai suoi compagni l’uccisione dei sette ufficiali.
Ci chiediamo come le autorità italiane abbiano permesso la fuga di questo terrorista dal proprio territorio nazionale permettendoli di continuare a commettere crimini.

sabato 7 settembre 2013

PER MEGLIO CAPIRE

I RETROSCENA POLITICI DELL'INDIA



Come efficacemente spiegato dall’ex diplomatico indiano M.K. Bhadrakumar (Church and the State in Kerala) la Chiesa cattolica stava svolgendo un ruolo fondamentale nel tentare di risolvere l’intricata questione, dal momento che esistono importanti risvolti politici e sociali. L’Italia stava affrontando la problematica con il supporto diplomatico della Santa Sede, mediante il cardinale di Kochi Mar George Alencherry, capo della Chiesa siro-malabarese, nominato porporato a Roma proprio il 18 febbraio scorso da Papa Benedetto XVI. 
E’ curioso il fatto che il cardinale, malgrado sostenesse la versione indiana dell’avvenuta uccisione dei due pescatori, definita come un tragico errore, ha ammonito il capo di governo del Kerala a non agire precipitosamente. A poche ore dall’accaduto, infatti, Chandy sosteneva la necessità di giudicare i due soldati italiani nel Kerala mediante la legge indiana anche nel caso in cui lo scontro fosse avvenuto in acque internazionali. 
Atteggiamento aggressivo pochi giorni dopo mutato in una politica più accorta.

Malgrado le strumentalizzazioni politiche interne all'India e il fermo della polizia locale dei due marò, non sono certo da biasimare gli indiani irritati per l’uccisione di due loro connazionali, per ora l’unica certezza dell’intera vicenda. Da una parte e dall'altra c’è una forte emotività per l’accaduto e i sentimenti anti-indiani in Italia, così come anti-italiani in India sono ingiustificabili. Inoltre, la comunità cristiana cattolica del Kerala potrebbe vedere acuirsi le divisioni socio-politiche al suo interno. Ad ogni modo, prima di stabilire delle sentenze, date per certe da una parte e dall'altra, sarebbe necessario favorire in primo luogo una chiara indagine dell’accaduto per fugare qualsiasi dubbio. Gli eccessi di nazionalismo rappresentano in questo frangente il pericolo maggiore, mentre i canali diplomatici attivati sembrano andare nella giusta direzione, con tempi comunque certamente lunghi. Pare, inoltre, che la consegna dei due marò sia avvenuta mediante l’accondiscendenza del console italiano a Mumbai, Giampaolo Cutillo, in modo tale da evitare ulteriori screzi e problematiche maggiori di fronte all'opinione pubblica indiana e alle comunità dei villaggi lungo la costa.

LA GIURISPRUDENZA INTERNAZIONALE 


Perché l’India contesta la giurisdizione italiana sull'accaduto e per quale motivo Nuova Delhi non riconosce l’immunità di Latorre e Girone?

Come detto, la posizione indiana è contraria al diritto internazionale. Dal punto di vista giuridico, l’India esercita giurisdizione in ragione del presunto verificarsi dei fatti all'interno delle proprie acque territoriali. Premesso che la circostanza è probabilmente non veritiera, in ogni caso nulla sarebbe cambiato per il diritto internazionale: il regime di immunità dello Stato straniero (e dei suoi organi) dalla giurisdizione dello Stato del foro, infatti, si applica anche per i fatti commessi nel territorio dello Stato del foro. Credo che Nuova Delhi conosca il diritto internazionale e sia cosciente di essere dalla parte del torto ai sensi del diritto internazionale; temo anche, però, che la situazione politica interna e la forte risonanza mediatica della vicenda in India impediscano, perlomeno al momento, al governo centrale di Nuova Delhi di esercitare le dovute e forti pressioni sulle Autorità dello Stato del Kerala affinchè liberino e riconsegnino i due marò all’Italia.

Alcuni media, a proposito dell’immunità dei due soldati italiani, hanno riferito del mancato riconoscimento dell’India del Vessel Protection Detachement. Ci potrebbe spiegare in che cosa consiste l’accordo sul VDP?

In risposta al dilagante fenomeno della pirateria (in particolare, proprio nell’Oceano Indiano), gli Stati, sia unilateralmente che multilateralmente, forniscono scorte armate (composte di militari, come nel caso dei marò, o di private contractors) a protezione delle navi mercantili. Si tratta evidentemente di attività dello Stato esercitate iure imperii (e non iure privatorum) in risposta ad un fenomeno (quello della pirateria) considerato anche dal Consiglio di Sicurezza come minaccioso per la pace e la sicurezza internazionale. Dinanzi ad un simile contesto politico-giuridico internazionale, il riconoscimento o meno da parte dell’India degli accordi multilaterali VDP (che servono, tra le altre cose, ad organizzare, a livello multilaterale, le scorte armate sulle navi mercantili) non ha alcuna rilevanza giuridica. Conta e prevale il regime giuridico internazionale di immunità che si applica senza alcun dubbio all’attività di contrasto della pirateria.Come giudica l’operato delle autorità italiane? Vi sono stati errori da parte dell’equipaggio della “Enrica Lexie”?

La ricostruzione della vicenda è ancora non del tutto certa. Secondo le dichiarazioni rese in Senato dal nostro Ministro degli Affari Esteri il 13 marzo, la nave italiane sarebbe stata indotta dalle Autorità indiane ad entrare nelle acque territoriali con un “sotterfugio” (così il Ministro nella sua informativa). In pratica, le Autorità indiane (la polizia locale ed il centro di coordinamento della sicurezza in mare di Bombay) avrebbero comunicato alla nave di avere catturato dei sospetti pirati e avrebbero quindi chiesto alla nave di attraccare nel porto di Kochi per poter poi procedere al riconoscimento, da parte dei marò, dei sospetti. A quel punto, sia l’armatore che le Autorità italiane, per corrispondere giustamente all'esigenza di cooperazione internazionale anti pirateria, avrebbero autorizzato la deviazione dalla rotta prestabilita e, così, l’ingresso nelle acque territoriali indiane. Una volta a terra, però, le Autorità indiane procedevano a fermare i due marò italiani. Trattandosi di un inganno, credo che le responsabilità delle Autorità italiane (nel caso il Comando operativo interforze del Ministero della Difesa in Italia) e dell’armatore della nave siano minime, se non addirittura inesistenti.

A livello giuridico quale ruolo può assumere l’Unione Europea, visto che l’Italia ha recentemente chiesto il suo intervento?

L’Unione Europea può e deve esercitare le dovute pressioni politiche e diplomatiche per indurre l’India al pieno rispetto del diritto internazionale. In prospettiva, si potrebbe anche ragionare, nel caso la situazione non si sbloccasse e, addirittura, si arrivasse ad un processo nei confronti dei due marò, sull'adozione di contromisure (le c.d. “sanzioni”) di natura politica, diplomatica e commerciale.

Perché allora la U:E: non è intervenuta a favore dell'Italia.

Probabilmente l'Italia non è stata molto incisiva E’ necessario che India e Italia risolvano la questione a livello diplomatico per evitare delle possibili ripercussioni nei rapporti bilaterali, tradizionalmente molto buoni. In una fase storica in cui vi è l’emergere dell’India come potenza economica e soprattutto il consolidarsi dell’organismo rappresentato dal BRICS, sarebbe controproducente per gli interessi italiani già attivi nel Subcontinente rendere negativo il rapporto con Nuova Delhi. L’India non è più il paese di un secolo fa, è necessario prestare attenzione alle dinamiche interne per evitare conclusioni affrettate, così come non è opportuno utilizzare una politica troppo aggressiva verso la terza economia asiatica. Da un punto di vista economico l’Italia si trova in una situazione in cui non può fare a meno di aprire nuove opportunità con la controparte rappresentata dall’India.

E’ plausibile il ricorso a una sorta di arbitrato internazionale? In che modo si potrebbe risolvere la vicenda e in quanto tempo?

Certamente è plausibile e, anzi, consigliabile. L’Italia dovrà, il prima possibile, sollevare la questione dinanzi ad un tribunale internazionale perché vengano accertati i fatti e, di conseguenza, le rispettive posizioni e responsabilità giuridiche di diritto internazionale. Nel frattempo, però, la questione deve essere risolta sul piano politico-diplomatico ottenendo (mediante le opportune pressioni e contromisure ed il prima possibile) il rilascio dei due marò. Poi sarà il momento dei tribunali.


mercoledì 4 settembre 2013

TERMOPILI ITALIANE

Quello che ci insegna la Storia

Tristi considerazioni vengono in questo periodo di vacanze nel quale, nonostante la crisi e il pianto dei più, nessuno sembra voler rinunciare.
Posti alle spalle tutti i problemi, caricati bagagli, ombrelloni e lettini via di corsa in cerca di relax,  riposo e divertimento ma quando finisce la vacanza tornano più stressati di prima e poca voglia di riprendere il solito vivere quotidiano.
E in questo frangente i pochi rimasti sembrano essere come Leonida e i suoi Opliti che affrontarono Serse alle Termopili nonostante gli Efori (magistrati Supremi) non volessero la guerra.
E sconfortante vedere le pagine dei sostenitori di Max e Salvo scarne di commenti e opinioni, su qualche migliaio di persone, che compongono i vari gruppi, tra luglio e Agosto ne ho contate approssimativamente  ca. 200 e la solita decina che postava anche sui siti Indiani.
La storia si ripete;  Tanti che urlano sdegno, indignazione, improperi a governo, ministri e vertici Militari ma se viene indetta una manifestazione a favore dei nostri fucilieri pochi aderiscono.
Posso capire molti di loro, magari non militari, che altri problemi quotidiani si inseriscono durante il percorso e, forse, sono più gravi che non la causa comune  ma non coloro che, addirittura, volevano un intervento o un' azione di forza  per riportare in Italia Max e Salvo.
Tutto questo non riguarda solo un Gruppo ma ben 16 (tanti ne ho contati) per non parlare di quelli politici che, all'inizio, sembrava dovessero capovolgere l'Italia e il parlamento.
Facendo un rapido calcolo, e per difetto, sono più di 8oo.ooo persone che si sono dichiarate a favore dei nostri Fucilieri di Marina, sulle varie pagine e gruppi, e quindi mi sorge spontanea una domanda:-
Tutti in Ferie?
Perso l'interesse per una vicenda che da troppo tempo ci tiene impegnati?
Iscritti Fantasma?
Si era proposto di riunire i vari gruppi per una azione comune ma mi sorge il dubbio che nessuno voglia cedere il proprio protagonismo e la propria identità e ci stiamo avvicinando al comportamento politichese che, quando non si è d'accordo su certe linee, uno esce dal partito per fondarne un'altro.
Bene, Sparta non si arrende, continueremo a difendere le Termopili Italiane  contro il Serse Indiano confidando che altri si uniscano alla lotta.