lunedì 27 ottobre 2014

Verba volant

La locuzione latina Verba volant, scripta manent, tradotta letteralmente, significa le parole volano, gli scritti rimangono.





Questo antico proverbio, che trae origine da un discorso di Caio Tito al senato romano, insinua la prudenza nello scrivere, perché, se le parole facilmente si dimenticano, gli scritti possono sempre formare documenti incontrovertibili.
Gli "internauti" non tengono in nessuna considerazione questa massima e, probabilmente, pensano di usare il web come veicolo di discussione del quale non rimarrà traccia e, molto spesso, si lasciano andare in commenti offensivi e scurrili con diatribe e litigi che sfociano in veri e propri assalti verbali.
C'è da dire che il mondo virtuale si presta a simili comportamenti, quando non si ha di fronte il proprio interlocutore ci si lascia andare a comportamenti diversi che non avendolo di fronte ma questo non toglie che quello che si scrive sulle pagine del web possa, per chi dispone di ampi archivi,  rimanere quale testimonianza di comportamenti discutibili.
Quante volte abbiamo pensato: quanto è narcisista qualcuno dei nostri amici su Facebook che continua a postare e ad aggiornare il proprio status o a taggarsi su nuove foto? Facebook, cosi come altri social networks, permette all'utente più o meno narcisista una buona dose di controllo su come il proprio sé viene presentato e percepito dagli altri: uno studio di Carpenter pubblicato su Personality and Individual Differences approfondisce la questione di come i narcisisti stanno su Facebook.
Nessuno vuole criticare l'autostima che ciascuno a di se ma considerando che, sui socialnetwork, sono presenti diversi livelli di cultura ecco che prevale chi appare più intraprendente, acculturato o che ricopra, o abbia ricoperto, livelli di prestigio.
Ma coloro che sono sempre pronti alla critica, al denigrare le iniziative e su queste scatenare inevitabili reazioni col culminare in offese e turpiloquio non si rendono conto che non è letto solo dal suo interlocutore e può subire conseguenze spiacevoli.
Premetto che ogni persona potrebbe essere unica. Mi chiedo il motivo per cui copiano da altri. Ogni persona potrebbe rendere il proprio blog, il proprio profilo, la propria pagina speciale, invece copiano quasi tutto, cambiando al massimo la foto. Il risultato di questo modo di essere fa sì che quando hai letto cinque pagine, puoi evitare di andare a leggere le altre, perché sono tutte uguali. Abbiate il coraggio di manifestare quello che siete a chi legge quello che scrivete: avrà una vera motivazione per tornare nella vostra pagina, perché gli date emozioni.
Di cosa ha paura le gente che si nasconde? Di essere giudicata? Forse se si nasconde ne ha motivo, forse se si maschera ha qualcosa di cui pentirsi, forse è solo così stupida da avere paura anche di se stessa, chi ha la coscienza pulita non ha bisogno di nascondersi.Spesso ci lamentiamo per motivi futili non pensando che di motivi validi ce ne sono fin troppi. Se ci guardassimo un po' intorno quando ci lagniamo per i nostri presunti problemi forse capiremo che non stiamo vivendo degnamente le nostre giornate perché pretendiamo troppo.  
Sono molti coloro che, pur non sapendo con chi stanno dialogando, si ergono a conoscitori della materia in discussione, si imbarcano in considerazioni giuridiche, Militari, filosofiche, maestri di vita che espongono le loro considerazioni,su qualsiasi argomento,  con la convinzione di esperti conoscitori della tematica; insomma c'è chi vorrebbe discutere di musica con Verdi e di fisica con Einstein.
 Il più forte non è chi sbraita, esulta e si auto incorona, aggredisce verbalmente o insulta credendosi migliore del mondo. Il più forte, è chi silenziosamente non molla, combatte, affronta e non critica la vita, ma trae da essa insegnamento. Trae insegnamento da tutto ciò che lo circonda e non perde la calma e non offende, anzi, ironizza. 

A.Adamo

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/social-network/frase-234900?f=t:371>


da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/comportamento/frase-236413?f=t:23>

lunedì 20 ottobre 2014

RICORDANDO

GLI  INIZI   


Mi piace, ogni tanto, tornare con la memoria agli inizi delle cose che intraprendo per poter analizzare quanto fatto o quanto tralasciato ma anche per valutare le conoscenze avuta durante tutto il periodo di attività e mi piace farlo in poche righe sintetizzando il più possibile.
Il fatto comincio  verso la fine di febbraio del 2011 con  il sequestro, da parte delle autorità del Kerala, di due nostri Fucilieri di marina comandati in servizio antipirateria su una petroliera Italiana la Enrica Lexie, inutile ripetere la Storia conosciuta da tutti specialmente da chi, da subito, creò un gruppo di sostegno ai nostri Fucilieri non credendo alle assurde accuse della polizia del Kerala.
Come dicevo, in quel periodo, scorrendo le pagine di Facebook mi imbattei in un Gruppo denominato "Ridateci i nostri Leoni", fondato dall'ottimo Andrea  Lenoci,  rimanendo perplesso vedendo che aveva 65.000 iscritti e comunque mi permisi di postare una mia opinione in merito alla vicenda e, da quel momento, mi feci coinvolgere in quella che ritenevo un ottima iniziativa.
La mia esperienza giuridica e la conoscenza della Nazione Indiana mi aiutò a fornire spiegazioni e consigli sulle varie situazioni che, man mano, si venivano a creare valutando gli sviluppi, anche con i miei contatti Indiani, per smentire o correggere alcuni articoli di stampa scritti con pressapochismo e, spesso, non corrispondenti alla reale situazione.
Devo ringraziare Tiziana Pilego la Rocca  che è colei che mi ha coinvolto nel gruppo che era particolarmente attivo e formato da persone con fondati valori e che si riconoscevano nella causa comune; mi tornava alla mente l'immagine degli antichi Legionari Romani, determinati, compatti, ove l'ordine, la disciplina, la fermezza e la capacità tattica li rendevano vittoriosi in tante battaglie e li portarono alla conquista del mondo.
Innumerevoli considerazioni postate sulla pagina davano addito a discussioni e contrapposizioni, a volte anche forti, ma sempre volte a chiarire concetti personali o critiche rivolte al politico di turno e, più in generale, a tutto l'esecutivo ma sempre nella correttezza di un linguaggio accettabile.
Quando cominciarono ad apparire i colpevolisti le discussioni divennero più accese e cominciarono a degenerare dando molto lavoro alle amministratrici e causando qualche estromissione dal Gruppo.
Ma arriviamo a novembre 2013 quando un post provocatorio scateno una ferma reazione da parte mia e del Gen. Termentini  (non sapendo che l'autore era Andrea Lenoci con un'altro profilo) con la conseguente uscita, da parte nostra, dal gruppo dopo aver appreso la reale identità dell'autore.
Già da prima si erano formati altri gruppi, creati dai fuoriusciti, di sostenitori dei nostri due Fucilieri
e si cominciarono a creare personalismi, competizioni e ricerca di visibilità in nome della causa non pensando che frazionando l'esercito le guerre si perdono.
Più di una volta ho rimarcato la necessità di unire tutte le forze in un unica compagine in grado di dialogare con le istituzioni al fine di avere un peso negli sviluppi della vicenda ma si è preferito dar credito a chi proponeva petizioni, interventi sulle pagine dei vari ministri, Manifestazioni ininfluenti,
fino ad arrivare ad esposti e denunce che non hanno avuto alcun seguito e non considerando che i comuni cittadini non possono dialogare con chi li governa se non con una rappresentanza parlamentare in grado di imporre le proprie richieste e questo risulta impossibile dal 2011 e cioè dall'ultimo governo legittimamente eletto dagli Italiani e fatto cadere con un abile colpo di stato.
A dicembre 2013 proponevo la costituzione di un Associazione per la Tutela dei Militari Italiani denominata A.T.M.I. e a tal scopo creavo una pagina ed un sito Internet trovando l'appoggio del Gen. Termentini e altri irriducibili entusiasti dell'iniziativa ma quasi da subito si delinearono le difficoltà che, comunque, sarebbero state superate.
Premesso che lo scopo dell'Associazione era prevalentemente legale e cioè perseguire chi causava danni, soprusi, vessazioni, prepotenze o reati contro i Militari e, nel caso specifico, perseguire legalmente TUTTI coloro che avevano causato la vicenda di Giorone e Latorre e, quindi, con costi di gestione non da tutti sopportabili e in effetti il gruppo contava 65 iscritti ma di aderenti all'Associazione ne risultavano solo 15.
Forse il lungo periodo della vicenda ha esacerbato gli animi e ha reso tutti un po più nervosi fatto sta che sono cominciate le divisioni, le contrapposizioni, i malumori per un post o una frase il tutto a scapito dell'unità di intenti.
Ma davvero si pensa che raggiungendo "5.000 mi piace" si possa ottenere la liberazione dei nostri due Militari?
Ma è concepibile pensare che una petizione con 500.000 firme di internauti e non legalizzate possano influenzare il segretario generale dell'ONU?
E' possibile credere che il boicottaggio dei prodotti Indiani possa dare disturbo alla Suprema Corte di quel Paese?
Per non parlare della Magistratura subissata da esposti e denunce che, per ora, giacciono in un cassetto in attesa di essere dimenticate.
Senza dubbio lodevoli iniziative ma che non hanno dato nessun risultato apprezzabile.

Strano popolo gli Italiani (e lo ripeto) Pronti a fare la rivoluzione se gli si tocca il calcio ma disposti a subire subdoli colpi di stato con la parvenza legale, aumenti di tasse, disoccupazione, suicidi di imprenditori, invasione di clandestini in nome della solidarietà,sopportare con rassegnazione aumenti di generi di prima necessità nella convinzione che "tanto prima o poi qualcuno farà qualcosa" per non parlare del comportamento dei parlamentari abusivi che tutto fanno fuori che gli interessi  degli Italiani i quali, evidentemente la maggior parte pensa  "la cosa non mi riguarda. Perché devo farlo io?".
Bene in questi 31 mesi di battaglie a colpi di tastiera e con tre governi succedutisi al fatto possiamo trarre la conclusione che il WEB si è dimostrato un ottimo passatempo per incontri, dibattiti, disquisizioni, proclami, diatribe e quant'altro ma, decisamente, totalmente ininfluente per ottenere risultati concreti al fine di far rientrare in patria Girone e Latorre, e solo quest'ultimo è potuto rientrare (con la magnanimità della  Suprema Corte Indiana) dopo aver subito un'ischemia ma col preciso impegno del Governo a rientrare in India a gennaio trattenendo il primo quale ulteriore garanzia.
Tutto questo, però, non toglie che anche le battaglie virtuali possano ottenere risultati concreti che determinano sviluppi positivi e mi riferisco al lavoro svolto dall'ottimo Ing. Luigi di Stefano che con determinazione e assidue analisi della vicenda stabiliva, con prove certe, l'assoluta estraneità dei nostri Militari alle assurde accuse mosse dalle autorità Indiane.
Qui, però, voglio ringraziare doverosamente tutti coloro che sono stati attivi giornalmente e hanno creduto in quello che facevano perdonatemi se non ricordo tutti i nomi ; molti non li ho più letti da tanto tempo, altri sono andati in altri gruppi ma gli inizi non si possono dimenticare.
Tutte le amministratrici del gruppo "Ridateci i nostri Leoni" e Andrea Lenoci, F. Termentini, Luigi Di Stefano, Antonio Milella, Alfredo Declesia, Bruno Serino, Nicola Marenzi, Nicola Evoli, Alessandro Matiocci, Monica Giuseppina Marini, Ciro Lancetto, Graziella Sozzi, Maurizio Tentor, Marcello Morelli, Gianfranco Pellicciari, Paolo Job, Cecilia Anitta Bertolini, Beatrice Speranza, Vittorio Guillot, Ulderico Ciullini, Edoardo Medini, Giada Jennyfer Camisasca, Pietro Camardi, Roberto Galland Stocchetti, Andy Holyred e tutti quelli che hanno dimostrato sincero interesse riconoscendosi nei valori fondamentali che consentirono ai nostri Nonni e Padri di far grande questo paese.

Concedetemi un'ultima considerazione che è questa:






















domenica 14 settembre 2014

MENO UNO

Il rientro "temporaneo" di Massimiliano


"Qualunque impressione faccia su di noi, egli è servo della Legge e come tale sfugge al giudizio umano". 
Con questa citazione kafkiana si  riassume l'assurdità della vicenda che si fa ancora più intricata.
Massimiliano è tornato in Italia, seppure temporaneamente per curarsi, ora vediamo come potrà svilupparsi questa vicenda facendo alcune considerazioni che analizzano la situazione.
Si sono già creati molti malumori e conflitti tra coloro che sostengono la tesi che "Tutti insieme nessuno indietro" è un motto che obbligava Massimiliano a non lasciare solo Salvatore e quelli che, al contrario, vedono il rientro di Massimiliano come fatto positivo.
Ora bisogna precisare che il motto ha pieno valore in situazioni belliche o in azioni che possono generare un pericolo individuale ma non certamente se, in situazioni di pace ancorché scabrose e inusuali, si richiede il rimpatrio per cure mediche.
Credo che Girone sia stato il primo a rincuorare l'amico esortandolo a partire per curarsi, lo dimostrano le dichiarazioni dei familiari di Salvatore che hanno espresso la loro felicità per il rientro di Massimiliano.
Dal punto di vista legale la vicenda assume un aspetto sempre più intricato e surreale:
La linea adottata dal nostro esecutivo tende a disconoscere la giustizia Indiana e, a questo punto, non si capisce come si possa mantenere questa linea per poi avvalersi delle sentenze della Corte per non parlare delle dichiarazioni del Primo Ministro Renzi che, di fatto, sconfessa le dichiarazioni del Ministro degli Esteri e dalla Difesa.
La Suprema Corte Indiana ha preteso garanzie dal Governo Italiano il quale si è subito inchinato al disposto dei giudici e ne a elogiato la decisione accettando, di fatto, l'autorità.
Viene il sospetto che, questo Governo presagisca di non durare quattro mesi e voglia passare la patata bollente a chi verrà dopo.
Anche il tanto sbandierato "Arbitrato", da noi chiesto inutilmente sin dai primi momenti, rischia di rimanere in "pausa diplomatica" per favorire ultimi recenti interessi economici che si stanno concretizzando.
L'incidente di Max, d'altronde, impone che il tutto venga aggiornato al momento del suo rientro in India e se questo non dovesse succedere per Salvatore si aprirebbe un periodo di attesa difficilmente sopportabile complicato ulteriormente dai continui cambiamenti delle strategie governative.
In questi 120 giorni il governo ha un unica strada e deve percorrerla velocemente:
Deve affermare l'innocenza dei nostri soldati, rimarcare l'immunità funzionale e  avviare  la procedura di nomina del Tribunale Arbitrale – composto da 5 arbitri scelti in seno ad un elenco depositato presso le Nazioni Unite – di fatto investendo le Nazioni unite di un problema che sino ad ora loro stessi avevano glissato. Lo Stato Italiano, o meglio il Governo, ora dovrà dimostrare all’intera assemblea plenaria delle Nazioni Unite di avere quella giusta credibilità internazionale poiché, in difetto, è inutile dirlo che l’esito della decisione del Tribunale Arbitrale oltre ad avere ripercussioni sulla sorte dei nostri connazionali, porrà in evidenza quanto sia la pochezza dell’Italia a livello di politica estera, così come previsto dall’art. 3 di cui all’allegato VII della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (United Nations Convention on the Law of the Sea – UNCLOS, in combinato disposto con gli articoli 287 e 298 citata convenzione, formale richiesta di istituzione di un Tribunale arbitrale costituito ai sensi e per gli effetti dell’art. 3 della tabella VII di cui alla detta UNCLOS,  in difetto di ciò sospendere e ritirare tutte le missioni all'estero dei nostri contingenti compreso il tanto discusso "mare Nostrum" coinvogendo, di fatto la NATO e la Comunità Europea.
Non facendo questo si corre il rischio che  Girone debba sopportare l'onere del capro espiatorio di una vicenda che è chiaramente una montatura politica di due paesi avvinghiati in enormi interessi economici che determinano acrobazie giuridiche e diplomatiche irrise da tutto il mondo.
L'opinione de  La Del Vecchio rilasciata a Fausto Bioslavo
Per assurdo basterebbe che si muovesse la magistratura italiana per trattenerlo in patria. «Il problema è che l'altro marò (Salvatore Girone) è rimasto in India, di fatto in ostaggio - sottolinea la docente -. Se cittadini italiani sono indagati per degli illeciti ed il procedimento è aperto non possono venire rimandati all'estero per essere sottoposti ad altri giudizi», spiega Del Vecchio. «La giurisprudenza costituzionale stabilisce che nessuno può venir privato del suo giudice naturale - osserva - che in questo caso è quello italiano, dello Stato di appartenenza». E per di più l'articolo 26 della Costituzione vieta l'estradizione salvo che non sia previsto da convenzioni internazionali, che non ci sono fra Italia e India. «Con la misura cautelare possono ritirare a Latorre il passaporto» fa notare l'esperta. E potrebbero bastare i domiciliari oppure l'obbligo di firma e il divieto di espatrio per i procedimenti in corso.
«Tutto questo in teoria, ma in realtà, ripercorrendo la strada delle licenze natalizie ed elettorali con tanto di garanzia scritta di rientro e lasciando uno dei marò a Delhi ci siamo infilati in un cul de sac » sostiene Del Vecchio. «La strada migliore è quella dell'arbitrato internazionale, che si può attivare subito - conferma la docente -. E magari pure l'India ne ha abbastanza del caso marò. Dietro questa spinta potrebbe decidere di risolvere la faccenda diplomaticamente, una volta per tutte».
Latorre a casa della sorella (a Taranto) con alcuni familiari








Neanche nello stato indiano del Kerala, da dove erano partiti i due pescatori, che secondo l'accusa sarebbero stati scambiati per pirati ed uccisi dai marò, si sono levate proteste per il permesso sanitario concesso a Latorre. In occasione delle precedenti licenze, invece, c'erano sempre state forti levate di scudi.    Ieri il sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi, ha interpretato il rientro di Latorre come l'ultima spiaggia. «Siamo tecnicamente pronti ad un arbitrato internazionale se questi accordi non andassero in porto - sostiene Rossi -. Però ci sembra doveroso provare un ultimo tentativo anche per abbreviare i tempi». Per un arbitrato ci vogliono 2-3 anni, ma i marò potrebbero venir consegnati ad uno Stato terzo in pochi mesi.   La licenza per convalescenza fino al 13 gennaio, dettata dall'ischemia di Latorre, rischia, invece, di trasformarsi in un'arma a doppio taglio piuttosto che in una soluzione. «Uno dei punti fermi doveva essere quello di non riconoscere la giurisdizione indiana, ma con il rientro del marò e la firma delle garanzie la posizione italiana ne esce molto indebolita», sottolinea Natalino Ronzitti, docente di diritto internazionale, che conosce il caso.  Antonio Colombo del Cocer, la rappresentanza della Marina militare, ammette che sarà impossibile non far rientrare Latorre in India «con Girone rimasto praticamente in ostaggio a Delhi». Pur parlando a titolo personale rivela che tanti marinai la pensano come lui: «Il premier Renzi poteva evitare di twittare le congratulazioni agli indiani». Se la magistratura italiana trattenesse Latorre in Italia «cosa succederà all'altro marò? - si chiede Colombo - Siamo in grado di gestire un braccio di ferro con gli indiani? In passato quando erano rientrati tutti e due in patria abbiamo visto come è andata a finire».
In sintesi possiamo dire che i tre governi (Incompetenti) avuti in questo periodo hanno azzerato la Diplomazia Italiana, Disonorato le  FF.AA. Tradito la Costituzione, Ingannato, vilipeso e mentito ai cittadini  e continuano imperterriti a gettare la Nostra Bandiera nel fango della stupidità e dell'ignoranza.
A. Adamo












venerdì 1 agosto 2014

Tutte le contraddizioni dell’inchiesta indiana

Da "IL TEMPO"
Dalla traiettoria al calibro dei proiettili usati Fino a Renzi che incontra il re dell’acciaio indiano



La beffa che umilia l’Italia. Ormai è stato superato qualsiasi record, la giustizia indiana ha rinviato di nuovo il processo ai nostri due fucilieri di Marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. L’India è uno dei Paesi delle economie emergenti che vanno sotto l’acronimo di Brics ma il suo sistema giudiziario è quantomeno ridicolo. E a farne le spese sono due militari italiani che, sono trascorsi due anni, erano comandati in servizio di protezione a una nave mercantile italiana in navigazione in acque a rischio di atti di pirateria. Così Massimiliano e Salvatore sono ancora in regime «ristretto» a New Delhi senza possibilità di contestare le accuse. Accuse che sono state formulate dalla polizia indiana dopo la morte di due pescatori indiani del Kerala durante una battuta in mare. Le prove addotte sono palesemente bufale ma i governi italiani che si sono succeduti in questi due anni non sono risuciti a contestarle e l’Italia tutta deve continuare a subire l’umiliazione e i toni sprezzanti delle autorità indiane. Un atteggiamento, quello degli inquilini di Palazzo Chigi, dimesso o meglio sottomesso alla logica degli affari. Logica alla quale sembra non essere immune anche Matteo Renzi. Infatti a giugno, appena un mese fa, ha incontrato Sajjan Jindal, presidente della Jindal South West, colosso dell’acciaio interessato all’acquisto del 69 per cento dei laminatori delle acciaierie Lucchini di Piombino. Emissari della azienda di Mumbai hanno anche contatto il presidente della Regione Toscana Rossi e i notai che stanno gestendo l’affare Lucchini.
Ma ripercorriamo le tappe dell’inchiesta che ancora oggi vede pendere su Massimiliano Latorre e Salvatore Girone l’accusa di omicidio e una non troppo velata minaccia di pena di morte. Su tutta la vicenda pesa quell’accordo fatto dalla Difesa italiana e le società d’armatori che presenta ancora oggi lacune sulle linee di comando che, nella vicenda dei due marò, sono emerse in tutta la loro gravità. Ancora oggi resta nell’ombra colui che diede l’ordine alla nave Enrica Lexie di rientrare al porto di Kochi e mettere a disposizione della polizia indiana le armi e gli stessi fucilieri del San Marco. Ma questa richiesta della polizia indiana era già frutto di un inganno. Infatti non c’era nessuna e evidenza che il peschereccio Saint Antony fosse stato colpito da proiettili esplosi dalla Lexie. Infatti la nave italiana, quel 15 febbraio 2012 aveva denunciato un tentativo di abbordaggio di pirati, alle 16, 30. Il proprietario della barca indiana racconta davanti alle telecamere di aver subito l’attacco alle 21,30 e infatti il peschereccio rientra in porto a tarda sera. Freddy Bosco, questo il nome del titolare del pescherecio fornirà ben quattro versioni diverse arrivando anche a dichiarare che il nome della Enrica Lexie gli è stato dato dalla polizia di Kochi. Ma le vere bufale sono quelle della perizia balistica e delle traiettorie. Agli esperti italiani del Ros dei carabinieri non è stato permesso di presenziare alle prove tecniche. I corpi delle vittime sono stati cremati e il peschereccio bruciato perché, secondo la loro tradizione marinara, essendoci stati due morti a bordo la barca portava sfortuna. Il commissario capo di Kochi, Shajadan Firoz, il timoniere Valentine Jalestine è stato colpito alla testa da un proiettile di 0,54 pollici circa 13,9 millimetri. Altro dato fornito invece dall’anatomopatologo Sisikala che parla di misure compatibili con un calibro 7,62. I marò italiani hanno in dotazioni Beretta Sc70/90 e Fn Minimi che montano munizioni calibro 5,46. Il calibro rilevato dalle perizie indiane è usato nelle mitragliatri russe Pk che sono montate sui guardiacoste dello Sri Lanka che spesso respingono a colpi di mitra l‘invasione dei pescatori indiani nelle acque di Colombo. Altra incongruenza è la traiettoria dei colpi rispetto alle ferite: l’Enrica Lexie è alta 35 metri e i marò sparando da lassù non avrebbero mai potuto centrare in via orizzontale né il peschereccio né i pescatori. Anche il verbale dell’autopsia risulta manipolato con aggiunte scritte con altri caratteri. Nel passaggio che cita la vittima di nome Pinki si vedono addirittura due residui dello scritto precedente. L'indicazione del mese e il nome sono sulla destra, mentre il resto del documento è ordinatamente allineato a sinistra. La stessa anomalia si ripete quando viene citato il reperto estratto dal cervello di Jalastine. L'ingrandimento documenta le sbavature di una macchina da scrivere diversa e imprecisa. Perfino il modo di indicare il mese si trasforma. Nell'originale è Cr No.02/12 nella manipolazione è Cr. No: 02/12.
Maurizio Piccirilli

venerdì 18 luglio 2014

LA SORDITÀ DELLA U.E.


CHI  URLA E CHI TACE




Con il governo italiano assurdamente bloccato nella sua “consegna del silenzio” nonostante il rapido approssimarsi dell’udienza del tribunale speciale indiano – il 31 luglio – chiamato a pronunciarsi (se così sarà, dopo due anni e mezzo dai fatti) sulla sorte dei due fucilieri della Marina Militare italiana Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, l’unica iniziativa politica nazionale che si levi a favore di una pronta soluzione dell’umiliante caso della prigionia in India dei nostri due marò è quella della Lega.
Già in sede ci assemblea inagurale della legislatura dell’europarlamento, lo stesso segretario leghista Matteo  Salvini aveva richiesto alla comunità europea un’iniziativa politica comune dell’Ue per risolvere il conflitto di giurisdizione con Nuova Delhi e per la tutela delle forze armate messe a disposizione della sicurezza dei trasporti marittimi europei.
E, sempre presso il parlamento europeo, è stata rivolta in queste ore, dal deputato leghista Mario Borghezio, una interrogazione urgente al presidente del Consiglio europeo Jean.Claude Juncker, perché si faccia rapida ed esaustiva chiarezza sulla situazione dei nostri marò e sulle cosiddette “regole d’ingaggio” e le dovute tutele europee e nazionali ai militari impegnati in missioni internazionali.
Purtroppo, come è vergognosa routine, in queste ore il vero “impegno” delle cosiddette “istituzioni Ue” e del governo Renzi è esclusivamente quello di incidere nella spartizione delle poltrone di comando dell’inutile e mostruosa macchina Ue: in particolare per promuovere l’attuale ministro degli Esteri Federica Mogherini all’incarico di “alto rappresentante” dell’Ue alla politica estera. Incarico unicamente utile ad accelerare una sottomissione dell’Ue nel suo complesso al Trattato Transatlantico di libero commercio (Ttip) che gli angloamericani desiderano firmato entro il prossimo autunno o comunque entro il semestre di presidenza italiana dell’Unione europea.  Trattato che eliminerà altri brandelli di sovranità nazionale, economica e finanziaria, agli Stati nazionali europei.
Sul fronte delle tutele ai militari in missione, Mario Borghezio ha comunque richiesto – e Juncker non potrà fare a meno di rispondere, anche se preferirebbe delegare alla Mogherini (che potrebbe essere nominata alla politica estera in agosto) una dichiarazione di impotenza – esatte informazioni sulle regole internazionali in vigore per il contrasto alla pirateria marittima.
“Con riferimento alle delle norme disposte dall’ONU attraverso l’Agenzia Marittima Internazionale (IMO) di Londra e, segnatamente, alle Best Management Practises - BMP 4-  e alle Rules for Use of Force –RUF  - per il contrasto alla pirateria marittima”, si sollevano specificatamente, nell’interrogazione urgente, le seguenti tre questioni:
- Sono stati approvati atti dispositivi comunitari che definiscano le regole di ingaggio per l’attuazione della sicurezza delle navi e dei porti contro atti illeciti e, in particolare, per il contrasto della pirateria?
- Sono stati approvati atti dispositivi comunitari o sono state emanate le direttive per l’applicazione dei mezzi cinetici nelle misure di contrasto alla pirateria onde definire appropriate misure cogenti che tengano conto del rischio di danni collaterali e allo scopo di evitare vittime totalmente estranee al fenomeno della pirateria?
- Con riferimento al noto incidente che ha visto coinvolta la nave italiana “Enrica Lexie” e che ha visto coinvolto uno stato Membro dell’UE e nel quale il perseguimento della  sicurezza marittima ha determinato vittime civili, esistono atti derivanti da investigazioni da parte dell’Ente europeo preposto che abbiano appurato o meno la conformità delle regole di ingaggio siano esse dettate dall’IMO o dalla  Unione Europea?”.
E’ evidente che le risposte a tali quesiti indicheranno di per sé l’assoluta incapacità politica e diplomatica dell’Ue (e dell’Italia) a far valere proprie ragioni normative e di sovranità.
Sicuramente i due militari del San Marco – e con essi le loro famiglie e i loro commilitoni, di tutte le armi, stanno pagando sulla loro pelle sia il dilettantismo e la sudditanza della politica estera nazionale e sia, purtroppo, un sospetto-certezza che esistano interessi e business considerati più preziosi della vita dei due marò.
Ma almeno la Lega ha gettato un bel sasso nello stagno, promettendo di non abbassare mai la sua offensiva per restituire un futuro ai due fucilieri di marina ancora ostaggi, dal 15 febbraio 2012, dell’inanità di ben tre governi italiani: Monti, Letta, Renzi.

sabato 28 giugno 2014

QUALI PROSPETTIVE

Caso marò:   contenzioso internazionale?


La vicenda dei due fucilieri del Battaglione San Marco Salvatore Girone e Massimiliano Latorre è rimasta per mesi ferma in un vicolo cieco della politica estera italiana. Dopo la seria accelerazione che la vicenda aveva subito a inizio anno per il timore della potenziale applicazione della normativa antiterrorismo ai nostri militari  (successivamente ritirata), tanto l’interesse dell’opinione pubblica quanto quello della politica pareva essersi arrestato e ultimamente non è ben chiara la politica che vuole mettere in atto in nostro Governo.

Apparentemente, nemmeno l’ulteriore rinvio della decisione della Corte suprema al 31 luglio prossimo aveva contrastato questo torpore. A questo riguardo, in parte, l’errore “tattico-processuale” di aver consentito ai due militari di presentare individualmente e separatamente dallo stato italiano dei ricorsi per contestare la giurisdizione indiana ha consentito ai supremi giudici indiani, sottoposti all'ovvia pressione politica delle elezioni, di prendere ancora tempo per risolvere la questione.

Queste valutazioni sono state superate dalle dichiarazioni rese dalla ministro degli Affari Esteri durante l’audizione a Palazzo Madama del 24 aprile scorso relativamente all'apertura di una “nuova fase” che vedrebbe come unica strada percorribile quella dell’arbitrato internazionale. Ma cosa significano in concreto queste parole?

Dopo mesi che, dopo l'evento da più voci  compresa quella di chi scrive, si chiedeva di ricorrere all'arbitrato unilaterale considerando inutili Petizioni, boicottaggi, suppliche, esposti e quant'altro si possa aver fatto in nome della solidarietà verso due Militari colpevoli solo di aver eseguito gli ordini di un mandato che coinvolge l'ONU e tutti gli stati aderenti e quindi INCOLPEVOLI da qualsiasi accusa ora si ipotizza il ricorso al coinvolgimento internazionale.

La strada internazionale
Da tempo, sulle colonne di taluni quotidiani e nelle pubblicazioni scientifiche si legge che la strada più utilmente percorribile per l’Italia sarebbe quella “dell’internazionalizzazione” della vicenda al fine di vedere riconosciuto il valore della norma di diritto internazionale generale sulla giurisdizione esclusiva dello stato di bandiera sui propri agenti all'estero e su incidenti di navigazione avvenuti fuori dalla acque territoriali. Per fare ciò, al di là delle condizioni sostanziali già potenzialmente soddisfatte mediante quattro note verbali inviate all'India nei mesi scorsi, l’Italia dovrà però compiere una serie di passi formali che adempiano alle condizioni procedurali per l’avvio di un contenzioso.

In primo luogo, sarebbe auspicabile l’assunzione di una posizione di più forte rifiuto della giurisdizione indiana di fronte ai giudici interni: tale posizione potrebbe concretizzarsi nella contumacia tanto dei militari quanto dello stato italiano e, auspicabilmente, nel ritiro delle istanze presentate alla Corte suprema per privare i giudici indiani di argomenti ulteriori a giustificazione di rinvii. In tal senso paiono muoversi le menzionate dichiarazioni rese durante l’audizione al Senato del 24 aprile scorso.

Contestualmente, lo stato italiano dovrebbe riaffermare in nuove note verbali i diritti sovrani riconosciutigli dal diritto internazionale, specificatamente la giurisdizione penale esclusiva per incidenti di navigazione avvenuti in alto mare o zone marittime cui tale disciplina si applica, e la giurisdizione esclusiva sui propri agenti all’estero per fatti compiuti nell'esercizio delle loro attribuzioni pubblicistiche. Inoltre, l’Italia dovrebbe, da un lato chiedere che i due militari venissero rinviati in patria o trasferiti presso un paese terzo rispetto alla vertenza, dall'altro prevedendo una reazione negativa a questa prima richiesta, proporre termini specifici per una Exchange of views, ossia un incontro atto a tentare una soluzione concordata della controversia richiesto dalle norme sul diritto del mare come codificate dalla Convenzione di Montego Bay del 1982.

Il tribunale arbitrale
L’adempimento da ultimo citato servirebbe per legittimare l’Italia ad adire, successivamente e unilateralmente, un Tribunale arbitrale costituito ai sensi dell’Allegato VII della Convenzione di Montego Bay. Va infatti tenuto conto che, sebbene la Corte internazionale di giustizia potrebbe risultare il foro più “favorevole” alla posizione italiana in quanto più sensibile ad argomenti legati alla conservazione delle norme sull'immunità degli organi all'estero e alla tutela dell’ordine e della pace internazionale, l’esperibilità di tale strumento pare poco verosimile. Infatti, tanto la mancata accettazione unilaterale della sua giurisdizione ai sensi dell’art. 36 dello Statuto da parte italiana, quanto le riserve apposte alla medesima dichiarazione da parte dell’India, renderebbero necessario un accordo ad hoc per adire la Corte dell’Aja.

Risulta più probabile, quindi, l’utilizzo del sistema contenzioso previsto ex Allegato VII della Convenzione di Montego Bay, che fornirebbe garanzie, da un lato, di una certa celerità (la causa potrebbe concludersi in 2-3 anni, nella peggiore delle ipotesi), dall'altro, relative alla tutela dei diritti degli stati sulle proprie navi. Tenuto conto delle pressioni a salvaguardare la “santità” della Convenzione di Montego Bay esplicitate anche in sede ONU, infatti, pare improbabile che il Tribunale arbitrale possa approvare e “convalidare” la tendenza espansiva dei diritti dello stato costiero sulla propria zona contigua e zona economica esclusiva perseguita finora dall'India. Inoltre, sebbene il Tribunale arbitrale ex Allegato VII possa essere chiamato a giudicare primariamente sulla base della Convenzione di Montego Bay, potrebbe considerare anche altre norme di diritto internazionale, nello specifico quelle attinenti all'immunità funzionale, in virtù dell’art. 293 della Convenzione stessa, nonché l’interesse generale della Comunità internazionale al corretto svolgimento di operazioni di contrasto alla pirateria marittima.

Ulteriormente, nelle more della costituzione del Tribunale arbitrale, l’Italia potrebbe chiedere misure cautelari al Tribunale internazionale del mare in base all'art. 290 della Convenzione di Montego Bay. Sebbene paia improbabile che il Tribunale possa riconoscere la necessità e urgenza del rinvio dei militari in Italia, un riconoscimento prima facie dell’ammissibilità e della fondatezza della pretesa italiana costituirebbe, da un lato, un ottimo argomento da spendere nel successivo giudizio di merito; dall'altro, un utile strumento di pressione nei confronti dell’India.

Infatti, sebbene la nota “internazionalizzazione della vertenza” sia allo stato la strada migliore, non è da escludere una soluzione negoziata. L’avvio di un procedimento internazionale costringerebbe infatti l’India ad assumere pubblicamente posizioni contrarie al proprio interesse nazionale con riguardo alla tutela dei militari all'estero – si ricordi che l’India è il terzo stato per personale militare e di polizia impiegato in operazioni della Nazioni Unite. Lo stesso procedimento potrebbe quindi essere un valido strumento di pressione per spingere l’India ad assumere una posizione negoziale più collaborativa, portando al raggiungimento di un accordo che il giudice internazionale si limiterebbe poi a fare proprio.

Il nuovo corso annunciato dal governo italiano è quindi sicuramente da salutare con favore, sempre che la burocrazia venga snellita e non si giustifichi con tempi lunghi usuali. Rimane solo da vedere, dopo due anni di “sospensione”, se la vicenda troverà la sua logica conclusione nel ritorno dei due militari in Italia per essere processati, ma non per mancanze o colpe ma solo perché, essendo accusati dei fatti a loro ascritti, come atto dovuto.

A. Adamo




mercoledì 7 maggio 2014

CHI E' PIÙ' BRAVO

LA GARA DEI GRUPPI

Dopo il fatidico 15 febbraio 2012, che coinvolse due Fucilieri di Marina  Massimiliano Latorre e Salvatore Girone arrestati dalla polizia del Kerala con l'accusa dell'uccisione di due pescatori, prese vita su facebook un gruppo creato dalle famiglie dei due sottufficiali e a breve, in successione stranamente, si formò un altro gruppo denominato " Ridateci i nostri Leoni" creato da un caro amico di Massimiliano Latorre : Andrea Lenoci.
Dico stranamente perché, allora, non vedevo lo scopo di sdoppiare un'attività volta alla solidarietà verso i due Fucilieri e le loro Famiglie ma, evidentemente, non consideravo che potessero insorgere personalismi, competizioni volte a primeggiare sul postare notizie (veritiere o meno non importava), condizionamenti, da parte delle istituzioni, alle Famiglie che venivano consigliate che era saggio seguire la linea soft del governo con la conseguente fuoruscita di molti di coloro che invece avrebbero perseguito una linea più dura e decisa.
Fino ad allora nulla di male se non ché nel prosieguo dell'attività cominciavano le varie discussioni, non sempre corrette, sorgevano come funghi i vari esperti, i conoscitori del Diritto si sprecavano e le teorie più folli coinvolgevano molti lettori con discussioni volte a degenerare.
Siamo uno strano Popolo, o meglio, abbiamo uno strano modo di ragionare, in tutte le situazioni che richiedono, coraggio, determinazione, consapevolezza e conoscenza partiamo lancia in resta senza fare alcuna valutazione delle conseguenze per poi lamentarci per le situazioni che si vengono a creare.
Diciamocelo chiaramente, i più sono quelli che dicono: " Basta, andiamoli a prendere noi, istituzioni incapaci, ministri incompetenti, governo da burletta, vergogna a destra e a manca ma poi il tutto si esaurisce nello sfogo della tastiera; poi ci sono i patiti delle petizioni (assolutamente inutili e non considerate) che i destinatari, forti dello stuolo di impiegati da noi pagati, cestinano bellamente, non ultime le denunce fatte a termini di legge seguendo i dettami della costituzione ma che, inspiegabilmente, hanno un iter tortuoso e scompaiono nei meandri degli archivi giudiziari.
Qui arriviamo ai mas media, TV e Giornali quando ci sono dichiarazioni di politici o diplomatici si scatenano
in articoli, il più delle volte, di dubbia interpretazione scatenando comprensibili reazioni sulle varie pagine di FB per poi giungere ad un lamento corale quando le notizie non vengono più date e quindi quale migliore pensata se non quella di bombardare le varie redazioni con e-mail di protesta senza considerare che la tecnologia di oggi permette di filtrare qualsiasi tipo di messaggio e della quale sono dotate tutte le redazioni.
Strano Popolo davvero, e lo dico forte dell'età e della mia esperienza, pensiamo sempre di essere i migliori
Succede in tutti i campi:
Si forma un partito- non si va d'accordo? bene...esco e ne fondo un'altro.
Si crea un complesso musicale- non si va d'accordo? bene...me ne vado e creo un altro complesso.
Si fonda un associazione- vi sono idee contrastanti?  Ok.....do le dimissioni e ne creo un'altra.
Uguale in una società, in un azienda etc. etc.
Bene questo si chiama voglia di primeggiare e di protagonismo; aver aderito accettando i principi fondanti di un organismo per poi cambiare idea o criticarli denota una condotta incoerente che logora anche altri appartenenti a tali organismi.
Considero chiusa l'era degli Eroi, persone che davano la vita per i propri ideali, oggi è l'era delle banderuole sempre pronte a cambiare direzione, a prendersi meriti, ad avocare iniziative e sempre pronte a criticare e poi tirarsi indietro quanto si deve agire
Questo è quello che sta avvenendo su FB all'insegna del:- "il merito è......", "Grazie al tale Gruppo", "Noi siamo più attivi" insomma sembra che si stia copiando dalla Politica

Antonio Adamo


















martedì 6 maggio 2014

Marò, i retroscena dell'arbitrato

Bluff o ennesimo fallimento annunciato?

La strada dell'arbitrato è lunga e poco credibile, e Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono in India da più di due anni. Chi li ha abbandonati?

  • 06-05-20144:15

Marò, i retroscena dell'arbitrato, bluff o ennesimo fallimento annunciato?
Salvatore Girone e Massimiliano Latorre
Riprendo l'articolo di Panorama (che ringrazio) per alcune considerazioni
I Ministri Pinotti e Mogherini(titolari, rispettivamente, della Difesa e degli Esteri) annunciano "l'apertura di una nuova fase nel caso marò", che mira ainternazionalizzare il più possibile la vicenda e a risolverla con un arbitrato o, qualora quest'ultimo si rivelasse impraticabile, "con altri strumenti preposti alla risoluzione delle controversie internazionali".
1 (E qui mi sento di dire che sono dichiarazioni puramente politiche in quanto la nuova fase dovrà attendere le decisioni della Suprema Corte Indiana alla quale l'Italia si è inchinata dal primo momento senza contestarla).
Ora, non ha senso tornare sulla famosa telefonata che indusse il Comandante dell'Enrica Lexie, la petroliera su cui erano imbarcati i marò, a "collaborare con la giustizia indiana a fare luce sull'incidente avvenuto in alto mare"; all'incapacità di chi ha supervisionato le indagini in India di evitare che prove utilissimecome il peschereccio su cui erano imbarcate le vittime o i proiettili sparissero misteriosamente nel nulla. Lasciamo perdere le dichiarazioni con cui tanti politici e funzionari di primissimo livello hanno cercato di spiegare che "prima delle elezioni, regionali e nazionali che fossero, sarebbe stato difficile raggiungere un compromesso con le autorità indiane" (forse tutte queste persone non erano state informare, a febbraio 2012, che la macchina elettorale indiana avrebbe finalmente prodotto una nuova maggioranza solo a maggio 2014, quindi più di due anni dopo, e che le probabilità di vittoria per il leader iper-nazionalista Narendra Modi erano già parecchie?). Ma facciamo finta anche di non aver avuto gli assist dei congedi premio che New Delhi ha concesso ai due Fanti. Vediamo quale è la situazione oggi: il governo Renzi ha annunciato di voler procedere lungo la strada dell'arbitrato internazionale. Benissimo. Cosa vuol dire? Che verranno coinvolte Nazioni Unite, Unione Europea e Nato nella vicenda, nella speranza che i membri di queste Organizzazioni Internazionali si convincano di quanto possa essere pericoloso lasciare campo libero all'India, perché qualora capitasse loro un problema simile potrebbe essere utile contare su un precedente "positivo"? Ma quale altra nazione rischia davvero di ripetere uno dopo l'altro tutti gli errori commessi dall'Italia ritrovandosi, ripetiamolo, a due anni e due mesi e mezzo dall'arresto a dover ricorrere a un arbitrato o, in caso di fallimento, ad altri strumenti per risolvere le controversie internazionali ammettendo, più o meno direttamente, che i poveri marò rischiano di rimanere nel Subcontinente per un periodo equivalente se non addirittura più lungo rispetto a quello che vi hanno già trascorso?
2 (Ho sempre sostenuto che, l'allora presidente della Suprema Corte Althamas Kabir, aveva agevolato una possibile soluzione del caso facendo rientrare in patria i nostri Militari sperando che fossero trattenuti dalla Magistratura Italiana, anche se avessero comportato naturali ripercussioni diplomatiche, lo dimostra il fatto che in nessun caso è previsto concedere permessi o licenze a persone indagate per omicidio e, nel nostro caso, inizialmente, in  base alla SUA Act, di terrorismo). 
Attenzione, la scelta dell'arbitrato è certamente saggia, tant'è che il Ministero degli Esteri l'aveva già proposta, sostenuta e preparata moltissimi mesi fa, quando, effettivamente, l'internazionalizzazione della vicenda poteva avere un senso e sembrava avere le potenzialità per arrivare in maniera più rapida a un compromesso condiviso sulla vicenda. Ovvero prima della conclusione delle elezioni generali previste per aprile 2014. Purtroppo, però, a un certo punto le carte dell'arbitrato sono finite in fondo ad un cassetto perché una serie di politici, di rango o tecnici non importa, convinti di avere le capacità di gestire un negoziato così complicato hanno deciso di offrirsi come paladini della libertà e della diplomazia facendo però precipitare la situazione in un baratro da cui difficilmente riuscirà a uscire, e paradossalmente l'annuncio del'arbitrato lo conferma.
Cosa può essere successo? La vecchia guardia politica (Staffan De Mistura incluso), quella che ha gestito fin dal primo momento la vicande marò, è stata definitivamente esautorata da ogni incarico. La nuova, invece, vuole riparire da zero. Tuttavia, con due anni e due mesi di reclusione già scontati e senza prove ripartire da zero è impossibile. Non solo, se la comunità internazional avesse davvero voluto fare qualcosa lo avrebbe già fatto. Infine, alle elezioni indiane ci siamo finalmente arrivati,possibile che ora la strada del compromesso bilaterale non sia più percorribile?
3 (Mi sento di affermare che la carta dell'arbitrato sia più una forma di pressione per stimolare la prossima decisione della Suprema Corte verso una soluzione salomoinica, dichiarandosi incompetente o riconoscendo l'immunità funzionale)
La speranza che l'opzione dell'arbitrato internazionale sia stata annunciata per ridurre il livello di polemiche e tensioni legato a questa vicenda e permettere quindi alle autorità politiche e diplomatiche che da qualche settimana sono state chiamate a gestire questo caso così spinoso di farlo con maggiore serenità rispetto al passato esiste. Ma se davvero il governo ritiene che l'arbitrato sia ormai il solo strumento nelle sue mani per "salvare" i marò, sarebbe forse ora che chi ha messo i due Fanti e il resto dell'Italia con loro in questo pasticcio ammettese quanto meno i suoi errori.Perché peggio di così questa triste e umiliante vicenda non poteva essere gestita. 
4) E qui è il nodo cruciale della vicenda, coloro che percepiscono compensi esorbitanti per avere incarichi di responsabilità, a partire dal Presidente della Repubblica non ché capo delle FF.AA. e a scendere sino ai "cosiddetti Tecnici burocrati o esperti", in qualsiasi caso sono abilissimi ad eluderle col politichese e scaricandole sempre su altri.  Oltre 16.000 persone hanno sporto denuncia contro il capo dello stato e i ministri, a partire dal governo Monti, per istigazione al suicidio  ma, sembra, che la magistratura non sia più a conoscenza dei dettami del Diritto o della Costituzione e che svolga il proprio ruolo sentendosi al di sopra di tutti anche del Popolo Sovrano del quale usa a sproposito il termine :- "IN NOME DEL POPOLO ITALIANO".
Antonio Adamo

lunedì 14 aprile 2014

PRIMEGGIARE

SIAMO CONCORRENTI ALLA POLITICA


Paragonarci ai politici penso che sia offensivo ma è un dato di fatto.
Ad un osservatore attento non può sfuggire lo strano comportamento di molti.
Non essendoci notizie dall'India, causa il periodo elettorale e i continui rinvii della giustizia Indiana,
e il disinteresse dei Media, sono tantissimi che hanno messo in secondo piano la causa dei nostri Fucilieri del S.Marco vuoi per mancanza di argomenti o per insofferenza verso i tanti "post ripetitivi"
che circolano sul web.
Ma quello che da da pensare è vedere "pagine" con migliaia di iscritti mentre chi argomenta e scrive sono sempre la solita decina di persone; quando poi succede che vi siano divergenze di opinioni ecco che chi abbandona la pagina o il gruppo ne forma subito un'altra creando, così, quella disgregazione tanto cara ai nostri politicanti.
Intendiamoci; l'iniziativa e le intenzioni sono meritevoli ma il risultato è di indebolire la compattezza e  l'unità iniziale a scapito della causa comune.
Ora è notorio che nella politica siamo pieni di banderuole, ma li vi sono interessi personali prevalenti su tutte le cause, non importa se hanno fatto giuramenti o firmato impegni quello che conta è salvare il posticino che sono riusciti ad acquisire grazie alla nostra ingenuità e alle pessime leggi elettorali che abbiamo; ma noi non siamo politici anzi la maggioranza di noi (leggendo la maggioranza dei post) aborrisce  i politici, li odia, li vorrebbe mandare tutti a casa, li detesta e non se ne salva uno e allora mi chiedo: Perché dobbiamo fare come loro ?
I vari Miavaldi, Accame, Abbo etc. non possono che gioire e trarne vantaggio e imporre la loro linea,  da questa frammentazione, infatti, trovano  sempre più spazio le loro fantasiose teorie che  insinuano il tarlo del dubbio o dell'insofferenza per non parlare della nullità della considerazione che otteniamo a livello istituzionale.
Vero è che in Italia il "popolo sovrano" ha perso il controllo dei politici, che ora fanno come vogliono, ma, ripeto, noi non siamo politici e la nostra battaglia finale,oltre che per il rientro dei nostri Militari, e quella di perseguire tutti coloro che con le loro falsità, omissioni, abusi di potere, incapacità, favoritismi e quant'altro hanno permesso il crearsi di questa situazione che non ha precedenti in tutta la storia della giurisprudenza internazionale.
Per questo mi sento in dovere di chiedere a tutti: mettete da parte personalismi, create un fronte comune e ricordate il vecchio detto:- L'UNIONE FA LA FORZA.

mercoledì 19 marzo 2014

RICORDANDO I FATTI


CAOS  GIURIDICO  ISTITUZIONALE




Supreme Court of India, sentenza del 18 gennaio 2013 (la “sentenza della Corte Suprema”), nei casi
riuniti Writ Petition (C) n. 135/2012 (Repubblica italiana e altri v Unione Indiana e altri) e Special Leave
Petition (C) n. 20370/2012 (Massimilano Latorre e altri v Unione Indiana e altri), paragrafo 29.

Antefatto.

I fatti  ebbero luogo il 15 febbraio 2012, nelle acque del
mare arabico, a largo della costa dello stato indiano di Kerala. A bordo della petroliera
italiana Enrica Lexie si trovavano Marco Massimiliano Latorre e Salvatore Girone,
fucilieri di marina del 2º Reggimento San Marco. Il loro compito, e degli altri quattro
membri del nucleo imbarcato, era quello di proteggere la dall’attacco di pirati,
un’eventualità non improbabile, vista la recrudescenza della pirateria che si è registrata
negli ultimi 15 anni, in particolare nel tratto di mare compreso tra il Corno d’Africa e la
Malesia1.
La missione dei fucilieri era disciplinata dall’art. 5 della legge 2 agosto 2011 n.
1302. L’intervento del legislatore italiano, iscritto nell’àmbito di un tentativo globale di
contrastare la pirateria intrapreso anche a livello internazionale3 e dall’Unione
Europea, permette la stipula di convenzioni tra operatori privati e la Marina italiana,
al fine di garantire la presenza di personale militare armato (i cc.dd. nuclei militari di
protezione, “NMP”) a bordo delle imbarcazioni.
Questa soluzione, caldeggiata da Confitarma, la confederazione italiana degli
armatori, consente di garantire una protezione sufficiente senza dover ricorrere alla
pratica di affiancare navi della Marina a scorta delle imbarcazioni private. Le regole di
ingaggio sono contenute in una convenzione stipulata tra il Ministero della Difesa e il
singolo armatore, basata su un documento-modello allegato al protocollo concluso tra
lo stesso Ministero e Confitarma. In estrema sintesi, si prevede una divisione netta dei
poteri tra il comandate della nave e il capo del nucleo militare: al primo spettano tutte
le decisioni relative al governo dell’imbarcazione, al secondo tutte le azioni volte a
fronteggiare possibili attacchi portati alla nave. L’imbarco dei NMP è permesso solo in
determinati spazi marittimi in cui il rischio è più elevato, identificati con decreto
ministeriale.
È controversa la ricostruzione dei fatti incriminati, culminati nella sparatoria
che ha causato la morte dei pescatori indiani. In particolare esistono due versioni
discordanti circa le fasi immediatamente precedenti la sparatoria – di cruciale
importanza per l’applicazione delle scriminanti eventualmente applicabili, anche in via
putativa – e le fasi a essa immediatamente successive, relative al rientro della
petroliera. Secondo la ricostruzione dei fucilieri, il 15 febbraio, la nave (presunta pirata)
si avvicinò all’Enrica Lexie oltre i limiti di sicurezza, suscitando nel NMP la convinzione
che si apprestasse a attaccare la petroliera. Dopo l’esperimento di azioni dissuasive
(sparo di colpi di avvertimento in acqua, utilizzo di segnali luminosi) la barca dei
sospetti pirati si allontanò, quando ormai solo 50 metri separavano le due
imbarcazioni. Secondo la versione fornita dai marinai indiani, invece, dalla Petroliera, senza
preavviso, è partita una raffica continua di spari. È appurato che, quando le navi si
trovavano a una distanza di circa 500 metri i fucilieri italiani aprirono il fuoco contro un'imbarcazione
che non sembrava un peschereccio e che non batteva bandiera indiana. La sparatoria avvenne a
circa 22,5 miglia marittime di distanza dalla costa indiana. Dopo qualche ora di
navigazione in direzione di Gibuti, quando la petroliera si trovava già a 39 miglia dal
luogo dell’incidente, il comandante della Enrica Lexie ricevette dalla Guardia costiera
indiana la richiesta di invertire la rotta e tornare al porto di Kochi. La richiesta aveva
fatto seguito alla denuncia sporta presso le autorità locali dall’armatore della Saint
Anthony, tramite cellulare, che dichiarava di aver subito colpi d'arma da fuoco che avevano
causato la morte di due componenti l'equipaggio, era nel frattempo tornata a terra con i
pescatori superstiti.
Divergono le versioni italiana e indiana circa il contenuto della comunicazione e
la dinamica del ritorno. Secondo la ricostruzione italiana, la richiesta indiana era
deliberatamente atta a trarre in inganno il comandante della petroliera. Le autorità
indiane, infatti, avrebbero nascosto le loro reali intenzioni per non allarmarlo e
convincerlo a invertire la rotta, adducendo la necessità di consultare l’equipaggio della
Enrica Lexie per consentire l’identificazione di alcuni pirati che erano stati arrestati su
due battelli. Secondo la versione indiana, invece, la nave fu intercettata da
imbarcazioni dell’autorità indiana e quindi riaccompagnata a terra. È comunque certo
che il comandante della Enrica Lexie acconsentì all’ordine (immediatamente o meno,
tratto in inganno o spinto dalla pressione delle autorità indiane): la petroliera tornò a
Kochi e i due fucilieri furono arrestati dalle autorità dello Stato di Kerala.
I fatti successivi sono scanditi dalle vicende processuali. A tre giorni dal loro
arresto, i due fucilieri hanno presentato istanza davanti alla High Court of Kerala
contestando le accuse di omicidio mosse nei loro confronti ai sensi dell’art. 302 del
codice penale indiano. Il 18 maggio, dopo vari mesi passati in un centro di detenzione,
la polizia locale ha formalizzato i capi d’accusa contestati ai fucilieri e, segnatamente:
omicidio di primo grado (art. 302 del codice penale indiano), tentato omicidio (art.
307), danneggiamento (art. 427); reati secondo l’accusa tutti commessi in modalità
concorsuale, a norma dell’art. 34 del codice penale indiano. Oltre a tali disposizioni
interne, la polizia ha richiamato anche l’articolo 3 del Suppression of Unlawful Act of
International Maritime Navigation, (questo spiega il perché il governo affido le indagini 
alla NIA successivamente)qualificando le azioni di Latorre e Girone come atti di
terrorismo internazionale. Dopo 105 giorni di custodia in carcere, il Governo italiano
ha ottenuto il rilascio dei due fucilieri su cauzione a condizione che questi restassero
entro 10 Km dal commissariato di polizia di Kohci, dove dovevano presentarsi per
adempiere agli obblighi di firma ogni mattina fra le 10 e le 11. Il 4 Settembre la Corte
Suprema si è riservata la decisione in ordine alla richiesta di annullamento del processo
in corso in Kerala a seguito dell’invocazione del principio dell’immunità funzionale
per Latorre e Girone.
Il 18 gennaio 2013,  dopo il rientro dei marò in India alla scadenza di un
permesso speciale concesso per le festività natalizie, la Corte Suprema di Delhi
(Althamas Kabir Presidente) a rigettato le obiezioni italiane circa il difetto della giurisdizione
 indiana, riconoscendo peròl’assenza della giurisdizione dello Stato del Kerala. Con la
 medesima sentenzainterlocutoria del 18 gennaio i giudici del collegio hanno anche
 ordinato la costituzionedi un Tribunale Speciale al quale verrà trasferito il caso e trasferiva
le indagini alla NIA, su richiesta del Ministero dell'Interno.
Le questioni dirimenti nella controversia originariamente sottoposta alla Corte
Suprema indiana restano attuali anche oggi. In primo luogo, si deve accertare
l’esistenza della giurisdizione delle corti penali dell’India sui fatti del febbraio 2012,
nonché la sua prevalenza su un’eventuale giurisdizione concorrente delle corti italiane.
In subordine (solo cioè se la giurisdizione indiana esiste) si deve valutare l’invocazione
dell’immunità funzionale da parte dei fucilieri di marina. In virtù di tale privilegio, i
fucilieri sarebbero esenti dalla responsabilità per le condotte compiute nell’ambito del
servizio. Nei confronti delle autorità indiane, infatti, dovrebbe rispondere
esclusivamente la Repubblica Italiana.
Questo ordine, intuitivo ma non sempre rispettato nelle analisi della vicenda, è
dettato da un’ovvia metodologia giuridica. Nelle parole del giudice della Corte
Internazionale di Giustizia Guillaume: “ court’s jurisdiction is a question which it
must decide before considering the immunity of those before it. In other words, there
can only be immunity from jurisdiction where there is jurisdiction”.
Quattro sono le cause che hanno concorso a rendere questo caso assurdo e intricato.
1) L'ingenuità e la faciloneria con cui la diplomazia Italiana fece rientrare a Kochi la 
    nave e il far   sbarcare i  nostri Fucilieri   (responsabilità da accertare)                                         2) Il periodo elettorale che ha spinto le autorità del Kerala a monopolizzare i fatti per mettere in         difficoltà il partito di Governo                                                        

3) Le indagini approssimative con perizie unilaterali, falsificazioni di risultanze, omissioni di prove       testimoniali, cremazione frettolose dei corpi e mancata custodia dei corpi di reato.
4) Nel non ricusare la legittimità del Tribunale Indiano e richiedere immediatamente l'arbitrato           internazionale.   
Ora  le cose si sono notevolmente complicate, per l'India,  la Suprema Corte aveva predisposto l'istituzione del Tribunale Speciale ma con la rinuncia alla SUA Act.  tale decisione è da rivedere.
La NIA non è abilitata, per legge,  a svolgere indagini per i reati da codice penale; incorrerebbe nella violazione della sua stessa legge.
La Procura Generale non ha in mano elementi sufficienti per sostenere un'accusa credibile.
Vi è il rischio di anticostituzionalità di tutto il procedimento d'indagine.
La Suprema Corte dovrà rivedere la sua stessa sentenza del   18 gennaio 2013 n. 135/2012 (Repubblica italiana e altri v Unione Indiana e altri) e Special Leave Petition (C) n. 20370/2012 (Massimilano Latorre e altri v Unione Indiana e altri), paragrafo 29,
oppure  giungere ad altre conclusioni   con una nuova sentenza di proscioglimento degli imputati per manifesta incapacità dell'accusa di addurre elementi  concreti e accogliere di fatto le istanze del collegio difensivo Italiano.                                       
Comunque andrà, questa vicenda, segnerà profondamente la giustizia Indiana agli occhi del Mondo per incapacità e ineficenza.