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domenica 15 dicembre 2013

FATTI E MISFATTI

Quando la verità sconfigge la menzogna



lL’ultima doccia era stata gelata, agghiacciante, e l’abbiamo fatta all’inizio di dicembre quando un autorevole quotidiano di Mumbai, The Hindustan Times, attingendo a fonti della NIA e del MHA (Ministero degli Interni indiano) solitamente attendibili e molto bene informate, fece trapelare alcune delle principali conclusioni cui erano giunti gli inquirenti della NIA a chiusura dell’istruttoria condotta a carico dei nostri fucilieri. Quelle indiscrezioni finirono poi in un articoletto pubblicato lo scorso 4 dicembre sul quotidiano di quella sterminata città con 20 milioni di abitanti che prima si chiamava Bombay, con un titolo inequivocabile : “NIA will ask death for the Italian marines”, cioè la Nia chiederà la pena di morte per i Marò italiani. In quell’articoletto che abbiamo letto terrorizati più e più volte si riportavano le esternazioni di un anonimo funzionario della NIA dalle quali si apprendeva che l’istruttoria era chiusa e che sulla base di una cinquantina di testimonianze, delle indagini di polizia e delle perizie, si poteva concludere che i Marò avevano sparato deliberatamente e con premeditazione, che le prove a loro carico erano schiaccianti, per cui la NIA avrebbe chiesto al tribunale di rinviarli a giudizio con l’imputazione di omicidio volontario con applicazione della pena di morte.
Ma qui arriva la notizia clamorosa che non è una notizia, ma un fatto nuovo, scoperto per caso :da un paio di giorni quell’articoletto sul sito dell’Hindustan Times è scomparso, cancellato. Al suo posto, sotto lo stesso titolo, adesso c’è un laconico comunicato che dice testualmente : “La NIA, che indaga sul conto dei due marines italiani per l’uccisione di due pescatori del Kerala, ha raccomandato che essi siano imputati nell’ambito di una legge che preveda la pena capitale”. Con questo scarno comunicato sono stati di molto ammorbiditi i toni furenti con cui erano state tranciate delle accuse pesantissime ed infamanti, trasformando le richieste in raccomandazioni, cioè in pareri non vincolanti, e facendo in particolare scomparire il riferimento diretto al SUA Act 2002 che prevede esclusivamente la pena capitale, nonchè ogni dettaglio in merito alle convinzioni degli investigatori espresse nell’atto istruttorio. Cosa può essere successo?
Scomparso il più truce degli articoli, ne sono rimasti in circolazione molti altri per niente teneri con i nostri Marò, pubblicati sulla stampa indiana tra il 27 ed il 28 di novembre, dal contenuto assai simile, in linea con il contenuto dell’articolo cancellato, ma con toni più soft e meno aggressivi di quello. Tutti però confermavano le intenzioni della NIA con titoli monocordi nella loro esplicitazione, tipo : “NIA seeks death penalty for Italian marines who killed two Indian fishermen” (La NIA vuole la pena di morte per i marines italiani che uccisero due pescatori indiani), notizia che poi è esplosa il 29 novembre su tutti i più importanti quotidiani indiani, come il Times of India ed il Deccan Chronicle. Però già allora apparve una voce fuori dal coro, il quotidiano The Hindu edito nel Tamil Nadu, che segnalava per la prima volta contrasti tra il NIA, che insisteva per chiedere la pena di morte, ed il Ministero degli Interni che aveva avuto lunghe discussioni con quello degli Esteri, che alla fine parrebbe averlo convinto, il condizionale è d’obbligo, sull’inopportunità di proporre la pena capitale per i Marò. Ma perchè è inopportuno? In giustizia gli unici aggettivi usati dovrebbero essere innocente o colpevole per un imputato, giusta od ingiusta, equa od iniqua per una sentenza. E chi decide alla fine il capo di imputazione, il gip o il Ministero degli Interni? Come è possibile un dilemma del genere?
Per quello che stiamo vedendo in queste ultimissime ore c’è da pensare che il vento per i nostri valorosi ed orgogliosi militari stia cambiando e che sia partita la corsa a prendere le distanze dalla NIA, la loro più spietata accusatrice. Sinora, l’agenzia di investigazione federale aveva giocato con le parole, aveva detto e non detto, aveva fatto intendere chissà quali retroscena e l’arrivo di imminenti, clamorosi sviluppi, lasciando intendere di essere in possesso di elementi probatori inoppugnabili ed inequivocabili che davano loro la piena certezza della colpevolezza dei Marò. Sinora si era trattato di chiacchiere e di illazioni raccontate con una tale sicurezza da fare concedere alla NIA credibilità, stima e considerazione da parte del governo, delle istituzioni e la neutralità dei più autorevoli organi di stampa, che in India non è poco. Se c’era stata qualche divergenza con gli Esteri e la Giustizia, il MHA aveva sempre difeso a spada tratta la propria agenzia antiterrorismo. Del resto in quale Paese un ministro degli interni non ritiene di dover concedere piena fiducia alle proprie forze dell’ordine, alla propria polizia, ai propri inquirenti? Però ora la NIA non ha potuto continuare a nascondersi dietro le parole, ha devuto dimostrare fatti e di avere argomenti concreti ora che ha finalmente concluso le sue indagini ed ha prodotto il Rapporto finale che costituisce l’input per la formulazione del capo d’accusa e la costruzione dell’impianto accusatorio nel processo. Rapporto che ha già preso a circolare e che è arrivato a tutti i dicasteri, sui tavoli del governo e, come sembra ovvio, pure all’attenzione della Corte Suprema dell’India.
Reazioni ufficiali ancora non ce ne sono, ma si sa che la lettura di quel Rapporto sta creando sconcerto e delusione negli indiani, il cui atteggiamento è quello di chi si chiede : “Ma è tutto qui?”. Si ha netta l’impressione che la ricostruzione dei fatti appaia, anche al meno attento dei lettori, lacunosa, contradditoria, illogica ed inconsistente. Da chi per mesi ha lanciato accuse infamanti e di inaudita gravità ci si aspettava che avesse argomenti più solidi e consistenti di quelli portati a sostegno di tesi che fanno invece acqua da tutte le parti. Uno dei punti che aveva suscitato le maggiori aspettative era quello di conoscere le motivazioni che hanno convinto la NIA, unica voce fuori dal coro, a ritenere di potere accusare i Marò di omicidio volontario. Per mesi tutti in India, persino la polizia del Kerala e la Corte Suprema avevano definito l’uccisione dei due pescatori accidentale, solo un tragico errore, perchè derivante dalla convinzione di essere alle prese con pericolosi e spietati pirati. Nel fascicolo che la Corte di New Delhi ha consegnato alla NIA c’era scritto chiaro di condurre indagini su “due marines italiani responsabili di avere ucciso due pescatori scambiati per pirati”. Le motivazioni della NIA a tale proposito sono risibili. Premettono di considerare i Marò alla stregua di terroristi, di qui la richiesta di pena capitale, perchè hanno ucciso in mare creando una situazione di enorme pericolosità per la navigazione. Peccato, facciamo notare noi, che siano stati proprio i Marò ad avvertire il SAR di Mumbai, come testimonia lo scambio di fax con la Lexie, del pericolo costituito da barchini di pirati in libera uscita nello specchio di mare antistante la costa del Kerala, cosa della quale in quel lontano 15 febbraio del 2012 nessuno era a conoscenza. Ma andiamo avanti.
La motivazione per sostenere la volontarietà risiede nel fatto che i Marò non avvertirono i pescatori prima di sparare loro addosso. La prova di questo fatto, secondo la NIA, l’avrebbero fornita gli stessi Marò, ammettendo di avere azionato le segnalazioni radio e quelle luminose, ma NON quelle sonore. Questa spiegazione non è sbagliata, ma stupida. E’ vero che i Marò hanno ammesso di non aver azionato le sirene, ma solo perchè all’incombenza aveva provveduto il comandante della nave Umberto Vitelli, che si era spaventato per la piega che stavano prendendo gli eventi, con il barchino con uomini armati che si avvicinava, e aveva dato sfogo a tutte le sirene di cui disponeva la nave sperando di dissuadere i pirati dall’attuare quello che anche lui riteneva un attacco imminente. La prova della premeditazione, secondo la NIA sarebbe costituita dal fatto che furono solo due Marò su sei a sparare, segno evidente che non si trattava di una operazione militare, ma di una specie di ignobile e disumano tiro al bersaglio. Sarebbe facile replicare che questa versione dei fatti è smentita da tutti, persino dai marinai indiani imbarcati sulla Lexie, che escludono che comunque i Marò abbiano sparato addosso a qualcuno, ma solo pochi colpi di avvertimento in acqua. Del resto, non ci vuole una grande intelligenza per comprendere che il fatto di avere sparato in due è la prova evidente della veridicità di quanto affermato dai nostri fucilieri:per sparare una ventina di colpi d’avvertimento in acqua non occorre che siano in sei ad imbracciare i fucili mitragliatori. Due Marò bastano ed avanzano. E persino se si fosse trattato di una gara di tiro a bersaglio avrebbero sparato tutti, non solo in due. Quindi, non era neanche un tiro a bersaglio, quello.
Per quanto ci risulta, sono molti i punti che suscitano grandi perplessità nel governo e nelle autorità indiane nel Rapporto della NIA. Uno dei più critici è questo di cui abbiamo appena parlato, cioè quello della volontarietà dell’omicidio, una accusa peraltro ancora tutta da dimostrare quella che ad uccidere furono i nostri Marò e non altri, e che non convince nessuno fuori della NIA, tanto che persino il MHA adesso comincia a definire esagerata la richiesta della pena di morte. Poi c’è un elemento che può risultare decisivo per scagionare i Marò. Nel rapporto inviato alla Marina Militare italiana sulle perizie balistiche delle armi sequestrate ai Marò sulla Lexie sotto sequestro nel porto di Kochi, la polizia del Kerala segnala che a sparare non furono le armi di Latorre e Girone, ma quelle di altri due Marò. Allora anche in India qualcuno comincia a chiedersi come mai si accusino, si trattengano in arresto e si intenda processare Latorre e Girone nel momento in cui gli stessi inquirenti ammettono che non furono loro a sparare. E’ quello che vorremmo sapere tutti, i Marò per primi, ma anche noi, che aspettiamo da troppo tempo questa risposta. Poi va segnalato che le ricostruzioni obbiettive dei fatti, basate sui documenti ufficiali e riscontri oggettivi, attività nelle quali Qelsi si impegna da 22 mesi, ma che hanno visto l’impegno di molti importanti personaggi come il perito balistico di fama internazionale Luigi Di Stefano ed il vicedirettore di TGcom 24 Tony Capuozzo, hanno cominciato a circolare anche in India, e gli effetti si cominciano a vedere anche per merito di persone che dalle pagine di facebook si sono battute, e lo fannho tuttora per far emergere la verità.
Le dimostrate incongruenze sull’orario dell’uccisione dei pescatori che differisce di 5 ore da quello dello sparo di colpi dal bordo della Lexie, la assoluta inattendibilità delle perizie balistiche sulle armi e la loro conseguente inutilizzabilità, le accuse rivolte a Latorre e Girone nonostante il dichiarato convincimento che a sparare siano stati altri, non loro, l’impossibilità di effetture perizie e sopralluoghi sulla scena del delitto, cioè il peschereccio St Antony che è stato rottamato senza poter effettuare rilievi sui colpi cui fu fatto oggetto, tanto per citare alcune evidenti debolezze del castello accusatorio, stanno creando enorme imbarazzo nel governo indiano, che si era esposto arrivando a sequestrare due militari in missione, dell’esercito di un Paese amico ed alleato nella battaglia contro la pirateria sollecitata dall’ONU, militari di un Paese che è uno dei suoi principali partners intrnazionali, convinto dalla polizia del Kerala prima e dalla NIA poi di poter dimostrare la fondatezza delle accuse, per arrivare a condannare per poi magari dar vita ad un atto di clemenza. Voleva assumere atteggiamenti da grande potenza, che non guarda in faccia nessuno dall’alto della sua forza e della sua autorevolezza, ma che rischia di fare una figuraccia da repubblichetta delle banane, ora che e lo scenario reale si sta dimostrando ben diverso da quello inizialmente prefigurato. Un tormento si sta impadronendo di molti personaggi della politica indiana, che questi elementi portati in un Tribunale della Libertà bastino ed avanzino a far scagionare i nostri Marò mandando a gambe all’aria il processo-farsa che la polizia del Kerala e la NIA hanno cercato di imbastire contrastati da un bombardamento continuo, da parte di alcune persone  dei gruppi pro marò, che hanno subissato di valutazioni e analisi dell'accaduto a tutte le agenzie di stampa Indiane. E allora qualcuno ha già ritenuto conveniente defilarsi o correre ai ripari, mentre qualcun altro ha fatto molto di più.
E’ infatti appena stato rivelato da fonte insospettabile, celata all’interno proprio di quel Ministero degli Esteri che sinora era stato l’egida sotto la quale trovava riparo la NIA, che l’agenzia ha fatto una gravissima omissione nel rapporto, un vero falso in atto pubblico ed un abuso di potere, omettendo di menzionare una precisa disposizione della Corte Suprema a favore dei Marò, cioè la verifica da parte del Tribunale della Libertà della sussistenza di chiari elementi probatori a loro carico e che tutte le garanzie di legge nei loro confronti fossero state rispettate. Con questa uscita delatoria si è voluto smascherare l’infame imbroglio diabolicamente messo in piedi dalla NIA, che si è ritrovata spiazzata e senza armi di difesa del proprio operato, che può essere definito negligente, nella migliore delle ipotesi. Ora noi ancora non sappiamo se questa rivelazione-bomba del tentativo della NIA di indirizzare il processo su binari precostituiti sia frutto di faide e di regolamenti di conti all’interno della compagine governativa nella quale le fazioni stanno già affilando le armi in vista delle elezioni, piuttosto che di un intervento garantista a tutela del rispetto della giustizia e dei Marò, facendo trionfare la verità. Certo che le parole usate dall’anonimo informatore sono sassi lanciati con violenza contro l’agenzia : “Tutto nell’istruttoria della NIA è funzionale alla conduzione del processo penale. L’indicazione relativa al ricorso al Tribunale della Libertà è stato volutamente ignorata dalla NIA che non vi fa alcun accenno. Adesso che si vedono scoperti loro si difendono affermando che lo hanno fatto per accelerare l’iter del procedimento giudiziario. Però nel caso dei Marò italiani, le disposizioni della Corte Suprema erano chiare ed investivano sia il tribunale giudiziario che quello della libertà”. Più chiari così. Investita da spifferi di vento che minacciano di tramutarsi in bufera, anche se ancora tenuta all’interno dei palazzi del potere, la NIA ha tentato di discolparsi un po’ infantilmente come un bambino sorpreso alle prese con la marmellata, cercando di trovare qualche connivente sostegno. In particolare, ma solo adesso che si sono visti scoperti, assicurano che si atterranno a tutte le disposioni della Corte Suprema, anche se paventano che così facendo “la difesa degli italiani potrà trarne dei vantaggi in fase dibattimentale”. Quali vantaggi lo diciamo noi: che nel Tribunale della Libertà si dia finalmente attenzione a tutte le prove della innocenza dei Marò che la NIA ha volutamente ignorato, esame obbiettivo che potrebbe condurre alla decisione del loro rilascio in conseguenza del proscioglimento per essere assolutamente estranei ai fatti loro contestati, facendo finire la NIA, non i Marò, sul banco degli imputati. Staremo a vedere come gira il vento.