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lunedì 10 marzo 2014

L'Egemonia

Da Gramsci passando per il Sessantotto



Ma cos'è poi questa famigerata egemonia culturale? Quando è nata, come è cresciuta, come si manifesta oggi? Dopo la denuncia del filosofo cattolico Giovanni Reale sulla dittatura culturale marxista in Italia poi mutata in laicismo illuministico.

In che consiste questa becera egemonia? Per cominciare, il modello ideologico dell'egemonia culturale viene tracciato da Gramsci con la sua idea del Partito come Intellettuale Collettivo che conquista la società tramite la conquista della cultura. Il modello pratico si nutre invece di due esperienze: quella sovietica, da Lenin a Trotzskj, da Zdanov a Lukács, vale a dire il ministro della cultura di Stalin e il filosofo ministro nell'Ungheria comunista. E quella fascista, con l'organizzazione della cultura e degli intellettuali di Gentile e di Bottai, che è l'unico precedente italiano, anzi occidentale di egemonia culturale (ma fu ricca di eresie, varietà e dissonanze).
La storia dell'egemonia culturale marxista e laicista in Italia va divisa in due fasi. La prima risale a Togliatti che nell'immediato dopoguerra nel nome del gramscismo va alla conquista della cultura, avvalendosi degli intellettuali organici militanti e di case editrici vicine: da Alicata a Einaudi, per intenderci, per non parlare della stampa. È un'egemonia non ancora pervasiva, punta alla cultura medio-alta e regge sulla riconversione di molti «redenti» dal fascismo. Contro questa egemonia si abbatterà la definizione, altrettanto nefasta, di «culturame» da parte del ministro democristiano Scelba. La seconda egemonia nasce sull'onda del Sessantotto e il Pci diventa poi il principale referente ma anche in parte il bersaglio dell'estremismo rosso. Il distacco dall'Unione Sovietica viene motivato, pure all'interno del Pci, col tentativo d'intercettare quell'area radicale, giovanile e marxista che non contestava l'Urss nel nome della libertà, ma nel nome della Cina di Mao, di Che Guevara, di Ho Chi Minh, e altri miti esotici e rivoluzionari. Perfino Berlinguer, quando accenna a dissentire dal Patto di Varsavia, parte da lì. Dopo il '68 vanno in cattedra nugoli di giovani fino a ieri contestatori, poi assistenti e presto neobaroni. La saldatura tra le due sinistre avviene con la nascita, da una costola de l'Espresso, de La Repubblica che raccoglie le sinistre sparse e concorre alla «secolarizzazione» del Pci nel progetto di un partito radicale di massa. Con La Repubblica e i suoi affluenti ha un ruolo decisivo nella nuova egemonia la sinistra televisiva, cresciuta in Raitre. Sul piano culturale Gramsci viene fuso con Gobetti e Bobbio diventa il nuovo papa laico dell'egemonia. Negli anni di piombo convivono l'egemonia gramsciana con l'egemonia radical che ne prende il posto, a cui contribuiscono i reduci del '68, dal manifesto a Lotta Continua. Se prima era il Partito a guidare le danze, ora è l'Intellettuale Collettivo a dare la linea alla sinistra e a guidarla sul piano dell'egemonia culturale. L'egemonia, sia gramsciana che radical, ha due caratteristiche da sottolineare. Non tocca, se non di riflesso, gli apici della cultura italiana, ma si salda nei ceti medi della cultura, nel personale docente, fino a conquistare buona parte dell'Università e della scuola, dei premi letterari, della stampa e dell'editoria, oltre che del cinema e del teatro, dell'arte e della musica. Nulla di paragonabile, per intenderci, con l'egemonia nel segno di Gentile e d'Annunzio, Pirandello e Marinetti, Marconi e Piacentini, per restare agli italiani. In secondo luogo tocca di striscio la cultura di massa, che è più plasmata dai nuovi mezzi di ricreazione popolare, a partire dalla Rai democristiana, Bernabei e l'intrattenimento nazionalpopolare, lo sport e la musica leggera, e poi la tv commerciale e berlusconiana. Dunque un'egemonia dell'organizzazione culturale, dei poteri culturali, dei quadri intermedi, senza vertici d'eccellenza e senza adesione popolare. Ma i riflessi della sua influenza s'infiltrano a macchia d'olio su temi civili e di costume fino a creare un nuovo canone di remore e tabù. L'egemonia culturale fagocita la cultura affine, asserve quella opportunista e terzista, demonizza o delegittima le culture avverse, di tipo cattolico, conservatore, tradizionale o nazionale. Innalza cordoni sanitari per isolare i non allineati, squalifica le culture di destra, bollate ieri come aristocratiche e antidemocratiche, oggi come populiste e razziste-sessiste; da alcuni anni preferisce fingere che non esistano, decretando la morte civile dei suoi autori. Qui converrà distinguere nel trattamento tra gli imperdonabili e i tollerati. Sono imperdonabili coloro che sono considerati legati a principi tradizionali e a una visione spirituale della vita, chi nutre un giudizio diverso sul fascismo, sul comunismo o sul berlusconismo, sulla religione e sulla famiglia, o chi non condivide il nuovo catechismo fondato sull'omolatria e sul permissivismo intollerante con chi non si allinea. Sono invece tollerati i neognostici che coltivano spiritualismi esoterici, fuori dal mondo e dal tempo, tipo Adelphi; si può arrivare a Guénon ma non a Evola, a Quinzio ma non a Sciacca, a Zolla ma non a Del Noce. Poi i dandy, che lasciano figurare i loro estremismi come stravaganze individuali o pose letterarie o puro vintage, che non contestano i valori dominanti e gli stili di vita; o infine, i fautori della destra impossibile che detestano ogni destra vivente e reale nel nome di quella che non c'è (genere montanelliani dell'ultim'ora). Sopravvive all'egemonia chi intrattiene buone relazioni coi suoi funzionari o si affilia ai clan ammessi o sottomessi. Particolare è il trattamento per i fuorusciti dalla Casa Madre dell'egemonia, gli ex-compagni migrati sulle sponde avverse: sono prima trattati con particolare disprezzo come traditori, cinici e venduti, ma alla fine sono accettati come interlocutori per via del pédigrée, di antichi rapporti e comuni circuiti di provenienza o pulsioni sinistre talvolta riaffioranti in loro. L'egemonia culturale fa male alla cultura, è inutile dirlo, ne danneggia non solo la libertà ma anche la qualità, la dignità e la varietà. Ma alla cultura nuoce pure la noncuranza, il disprezzo, la sottovalutazione, assai diffusi nell'alveo sociale e politico cattolico, moderato, liberale o di destra. Alla fine chi non è allineato all'egemonia si trova tra due fuochi, anzi tra il fuoco degli intolleranti e il gelo degli indifferenti. E si destreggia per non finire bruciato o ibernato.

ROMPIAMO IL SILENZIO SUI MARO'!

I  PONZIO  PILATO  MODERNI


Cari Amici,
Riprendendo una lettera di Elisabetta Salvatori e le sue considerazioni dopo le dichiarazioni apparse  sul profilo Facebook del Ministro degli Esteri Bonino e quelle rese in precedenza dal Vice-Ministro Pistelli (rispettivamente sull'"innocenza non ancora dimostrata" e sulle scelte "condivise" da Italia ed India negli ultimi mesi), in relazione al caso dei Fucilieri di Marina, Latorre e Girone, sento il dovere di manifestare, da cittadina Italiana, la mia incredulita' e profonda indignazione.
Lettera che non ha avuto alcun riscontro e quindi opportuno riproporla con piccole modifiche e/o aggiunte.

1. Le parole hanno un peso enorme, soprattutto in materia giuridica, con cosi' complessi risvolti costituzionali ed internazionali.
I processi non servono a dimostrare l'innocenza perché quella è SEMPRE presunta. (COSTITUZIONE: parte I, Diritti e doveri dei cittadini; art 27) servono semmai a PROVARE la EVENTUALE colpevolezza ( in sede dibattimentale, che a distanza di oltre 13 mesi dalla sentenza della Corte Suprema Indiana del 18 gennaio, ancora non si è aperta....in barba allo slogan " processo giusto e rapido").
2. Cosa più importante, e' che il processo in questione puo' essere celebrato solo in Italia che è STATO SOVRANO e unico a poter giudicare i propri militari. Le misure attuate dallo Stato indiano sono state sempre UNILATERALI e IMPOSTE e MAI CONCORDATE. ( La citata sentenza della Corte Suprema ha infatti sconfessato la giurisdizione del Kerala, demandando la trattazione del caso ad un Tribunale speciale, di fatto rigettando il ricorso dello Stato Italiano in argomento).
Abbiamo forse, senza spiegarlo ai cittadini Italiani ed alla comunita' internazionale, accettato la giurisdizione Indiana, da noi sempre contestata con solide argomentazioni giuridiche, sin dal febbraio 2012?
3. Ulteriore prova indiscutibile di questo atteggiamento arrogante ed unilaterale e' stata anche la decisione presa dalla stessa Suprema Corte di Delhi, nel mese di marzo, di applicare lo STATO DI FERMO all'Ambasciatore d'Italia ( con tanto di avviso a tutti gli aeroporti indiani di bloccarlo qualora si fosse presentato alle partenze. Domanda: se il Governo lo avesse richiamato? Se la sua presenza fosse stata richiesta a Roma per semplici e direi opportune consultazioni? Se si fosse dovuto presentare in Nepal essendo accreditato anche in questo Paese?).
4. In questo modo la più "grande democrazia del mondo" e' venuta meno (dopo avere consentito al Kerala, di cui pure e' stata ex-post sconfessata la giurisdizione, di violare quella delle Nazioni Unite sul diritto del mare, nonche' le norme consuetudinarie che regolano l'immunita' funzionale per I rappresentanti degli Stati nell'esercizio delle loro funzioni) anche al rispetto della CONVENZIONE DI VIENNA sulle relazioni diplomatiche, caposaldo che codifica un principio universale mai violato, nemmeno dalle piu' nefande dittature, se non nel tristemente noto caso dei diplomatici americani presi in ostaggio a Teheran dopo la Rivoluzione di Khomeini (anche questa decisione e' stata concordata?).
5. Noi italiani abbiamo dovuto accettare passivamente (in quanto ricattati da una situazione di fatto che vedeva i nostri uomini illegittimamente trattenuti in un Paese straniero) che i nostri Militari venissero processati in un ordinamento che prevede, per i capi d'imputazione ad essi contestati, anche la pena di morte.
Ci siamo in seguito accontentati, al momento di rimandarli indietro lo scorso 21 marzo, di vederci sventolare un inutile e direi offensivo (per l'intelligenza e cultura giuridica di chi vi ha dato credito) pezzo di carta dove il Governo indiano si impegnava (non avendone il potere, essendo solo il potere giudiziario legittimato a decidere in merito) a non applicare questa pena ai nostri militari.
Alla luce di questi precedenti, svoltisi sotto la gestione del Governo Monti, sono oggi profondamente delusa per il comportamento della Ministro Bonino, che ho sempre ammirato per le sue battaglie in prima linea contro i carnefici di Caino, e che appare pero' oggi svogliata, disinformata e disinteressata alle sorti di Abele. Siccome ho certezza delle sue comprovate competenze, debbo pensare al fatto che lei dimostri pregiudizio nei confronti dei militari.Legittimo e', a questo punto, il sospetto che, se al posto dei due Fucilieri, ci fossero state altre due persone si sarebbe comportata in modo molto diverso (evitando quanto meno certe dichiarazioni cosi' inopportune).
In caso contrario, sarebbero doverose sue precisazioni, essendo comunque ancora demandata a lei la gestione dei nostri rapporti con l'India, cui abbiamo dato con le sue improvvide dichiarazioni un ulteriore argomento per ritenerci passivi e consenzienti, a fronte della loro imperturbabile e stentorea inflessibilita'.
O vogliamo ancora parlare di scelte condivise? Dal dramma, stiamo scadendo nella farsa.... 
Cara Ministro, a tutti piacerebbe vivere in un mondo demilitarizzato, pacifico e giusto per tutti. Anche chi ha parlato di " grilletto facile", equiparando i militari italiani alle cosche mafiose, ha dimenticato che e' lo stesso Stato ad "armare" i nostri ragazzi, a istruirli per difendere gli interessi nazionali e internazionali e a chiedergli fedeltà alla Nazione fino al sacrificio estremo, non molto diversamente da quei funzionari diplomatici che ci rappresentano in zone calde del mondo, disponendo, nell'esercizio delle loro funzioni, dell'unico"scudo" della Convenzione di Vienna.
Anche voi Ministri giurate questa fedeltà, ma abbandonando i figli PROPRI nelle braccia ALTRUI (ovvero, in termini giuridici, accettandone il giudizio in un'altro Paese) avete rotto questo giuramento. Nessuno può scaricare la responsabilità delle proprie azioni o omissioni. Questa e' una verità alla quale può accedere qualsiasi cittadino senza bisogno di far parte di nessuno dei nostri ministeri.
Se poi il cittadino viene tenuto all'oscuro di eventuali informazioni " importanti" allora si pretende TRASPARENZA, CORAGGIO e ONESTA'.
E' infatti vero che Lei, Ministro Bonino, ha ereditato una situazione drammatica e in parte gia' compromessa, ma almeno la si smetta di farci credere che con l'India stiamo condividendo alcunche' ed è per noi una vera fortuna che il nuovo governo non le habbia rinnovato il mandato. Si dica con chiarezza e dignita' che, anche a causa dell'imperdonabile tradimento dei nostri valori costituzionali perpetrato da chi li ha rimandati indietro a marzo, senza neanche il coraggio di protestare per la reclusione del nostro Ambasciatore, stiamo subendo, da una posizione di oggettiva debolezza, un'azione unilaterale, che rasenta in molti casi l'ostilita', per meri motivi di politica interna Indiana noti a tutti quanti abbiano seguito questa vicenda. 
Anche volendo insinuare la "colpevolezza" dei due militari rimane comunque chiaro a tutti che: 
1) la loro IMMUNITÀ FUNZIONALE e' stata volutamente ignorata;
2) il principio dell'internazionalità delle acque INTERNAZIONALI dove E'  avvenuto il fatto contestato a Latorre e Girone, completamente disatteso;
3) la CONVENZIONE DI VIENNA nei punti chiari e non opinabili che riguardano l'immunità diplomatica dei nostri ambasciatori ( che se firmano gli affidavit, non lo fanno MOTU PROPRIO ma sempre in esecuzione di decisioni governative) e' stata impunemente calpestata.
Non mi sembrano osservazioni di poco conto, perche' ad essere in discussione sono, insieme alle sorti dei due militari, anche la dignita' sovrana della Repubblica Italiana ed il rispetto del diritto internazionale.
Credo che avremmo diritto una volta e per tutte a quei chiarimenti che chiese anche il Presidente Napolitano all'allora Presidente del Consiglio Monti,all'indomani della riconsegna dei militari ITALIANI alla giurisdizione di un Paese STRANIERO (che vuole entrare nel Consiglio di Sicurezza ONU e nel "club" nucleare con queste credenziali!). 
Gradirei anche avere spiegazioni riguardo il silenzio e l'inattivita' della magistratura italiana, visto che anche in Italia la magistratura e' organo indipendente e legittimato ad intervenire ( vieppiù che quando il fatto e' accaduto si è' aperto un procedimento a carico dei due fucilieri della Marina). Gradirei avere spiegazioni anche dallo stesso Presidente della Repubblica, in qualità di capo Supremo delle Forze Armate. 
Inoltre, poiché risulta che il rientro dei Fucilieri in India a marzo e' stato preceduto da un parere di costituzionalita' dell'allora Ministro della Giustizia Severino (pronta ad accettare che due cittadini/militari italiani fossero riconsegnati ad un Tribunale speciale straniero, in un ambito di applicabilita' della pena capitale), mi domando se Latorre e Girone abbiano ricevuto un ordine scritto (ma chi mai se ne sarebbe preso la responsabilita'?), ovvero se non si sia in malafede fatto appello unicamente al loro esemplare senso del dovere e dello Stato.
In omaggio alla millenaria saggezza Indiana, vorrei anche ricordare alla Ministro Bonino una massima del Mahatma Gandhi, quando ebbe a dire che "PRIMO PRINCIPIO DELL'AZIONE NON-VIOLENTA E' LA NON COOPERAZIONE VERSO TUTTO CIO' CHE CI UMILIA". Temo proprio che da Paese sovrano e democratico abbiamo perso un'occasione per dimostrare la nostra non-violenza, accettando negli ultimi mesi un'umiliazione destinata a protrarsi fin quando l'ordinamento indiano non decidera' autonomamente, e con proprio comodo, la sorte dei nostri concittadini e militari. 
La si smetta almeno di offendere ancor piu' la nostra intelligenza, rivendicando "binari condivisi" che sono solo nella fantasia di persone oggettivamente disinformate sui fatti. 
Per ultimo, saluto affettuosamente e rispettosamente Massimiliano e Salvatore, con le loro famiglie e tutti I nostri Militari impegnati, all'estero e in Italia, nel nome dei principi delle Nazioni Unite e della nostra Costituzione.
Da cittadina Italiana vi devo gratitudine, perche' tutelate anche la mia sicurezza, e mi inchino rispetto alla vostra dignita'.
Mi dispiace molto che i vostri diritti di difesa in patria siano stati calpestati. Che il senso del dovere che sentite nei confronti delle istituzioni vi abbia indotto con dignità ad accettare tutte le tappe di questo doloroso percorso, essendo ripagati con "presunzioni di colpevolezza" proprio da chi ci rappresenta nel mondo. 
Ringrazio per l'attenzione e voglio ancora confidare in eventuali spiegazioni, non certo a mio beneficio, ma nel semplice nome della dignita' nazionale e del Diritto. 
In certe situazioni il silenzio vale assenso: non aver portato alla luce le nostre legittime ragioni nelle sedi internazionali delle mancate osservanze da parte dell'India delle più elementari norme del diritto internazionale, ha reso tutti noi complici silenziosi di queste pericolosissime manifestazioni.
Grazie a chi vorra' condividere questi miei pensieri
Elisabetta Salvatori