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martedì 11 novembre 2014

Dopo 53 anni

LE MENZOGNE DELL'ONU

Forse molti non sanno che:
I responsabili della strage, avvenuta nel novembre del ’61, furono individuati ed arrestati dalla gendarmeria katanghese di Thsombè, ma successivamente liberati dalle truppe delle Nazioni Unite di stanza in Congo.

Le critiche che giunsero da più parti alle Nazioni Unite per la gestione di alcune questioni internazionali, come ad esempio quella della Somalia, trovano un’ eco profonda nelle caligini della secessione del Katanga dal Congo ex Belga, avvenuta oltre cinquant’anni fa.
Il dramma katanghese è ancora vivamente impresso nella memoria occidentale e africana, e più particolarmente in quella italiana a causa dell’orrendo eccidio di Kindu, l’11 novembre del 1961, quando 13 avieri italiani trovarono una morte orrenda per mano della soldataglia comunista congolese.


 quella di Kindu è una “pentola” che nessuno ha piacere di scoperchiare anche a causa delle troppe ombre che sono rimaste sull’intera vicenda, che pesano sulle Nazioni Unite, sui governi congolese, americano e soprattutto italiano, che non si dette mai troppo da fare per chiarire i contorni di quella tragedia.
Ma oggi un elemento nuovo si aggiunge alla serie di inettitudini, imprudenze, falsità che circondarono l’episodio di Kindu:
il leader katanghese Moisè Thsombè individuò e fece arrestare dalla sua “gendarmerie” i responsabili di quel massacro, che furono però liberati dai caschi blu dell’Onu, prima che potesse aver luogo il processo, in occasione degli avvenimenti successivi che portarono alla capitolazione del grande statista africano.
Durante tutti quegli anni nei quali il Congo fu al centro dell’attenzione internazionale il tormentato Stato africano, come si ricorderà, fu infatti al centro, degli “appetiti” delle multinazionali dei metalli, delle grandi lobbies americane e non solo, che spesso erano legate a doppio filo con governanti e capi di Stato, africani e occidentali. In quegli anni persino il segretario generale delle Nazioni Unite, lo svedese Dag Hammarskjoeld, perse la vita in un incidente aereo in Rhodesia, mentre si recava a incontrate lo stesso Thsombè, incidente la cui dinamica non è stata a tutt’oggi mai chiarita.
L’episodio più noto di questo fosco periodo fu il massacro di 13 aviatori che formavano parte del contingente messo a disposizione delle Nazioni Unite dal governo italiano. Gli aviatori avevano trasportato a Kindu, nella provincia del Kivu, alcuni carri malesi e altro materiale (…). Alcuni soldati ubriachi (congolesi del generale Lundula) accusarono gli italiani (che si trovavano alla mensa in compagnia di alcuni caschi blu malesi, ndr) di essere mercenari belgi al servizio di Thsombè; tutto si svolse molto rapidamente: l’uccisione, lo smembramento dei corpi e il macabro banchetto che ne seguì. L’inchiesta dell’Onu fu altrettanto superficiale di quella del governo congolese (che in quei giorni aveva mosso guerra al Katanga secessionista di Thsombè con l’appoggio proprio dell’Onu, ndr) Solo le indagini delle autorità katanghesi, dopo la cattura in combattimento dei veri fomentatori ed esecutori della strage, avrebbero permesso la punizione dei colpevoli.
Poco si è detto anche sulle atrocità commesse dai caschi blu delle Nazioni Unite, in prevalenza indiani, nepalesi, malesi,etiopi e altri. Tra queste atrocità ci furono bombardamenti di ospedali, zone residenziali, cannonate sulle autoambulanze: quest’ultimo particolare, poi, fu ufficializzato dallo stesso comandante generale delle truppe delle Nazioni Unite in Congo, Mc Keown, che in un comunicato annunziò che “tutte le autoambulanze katanghesi sarebbero state mitragliate, perché era possibile che trasportassero mercenari europei”.

Mc Keown e Sturo Linner, quest’ultimo capo delle operazioni Onu in Congo, conoscevano già dall’11 novembre la sorte degli italiani.
E un altro incredibile particolare ci sbigottisce, rileggendo le cronache di Kindu: a quanto pare, i soldati congolesi, a centinaia, avendo scambiato gli italiani per mercenari al servizio di Thsombè, circondarono la base dell’Onu tenuta dai caschi blu malesi e, dopo averli percossi selvaggiamente, imprigionarono per alcune ore i malcapitati aviatori, senza che le truppe dell’Onu facessero assolutamente nulla per opporsi. Non un solo colpo di fucile venne sparato dagli oltre duecento soldati malesi. Il resto è storia di ieri: dopo la fucilazione, i corpi subirono quella sorte atroce.
La verità, per quanto scomoda e brutta, va sempre portata a galla, soprattutto quando essa può contribuire ad evitare che in futuro le forze sovranazionali di pace siano inviate nuovamente in difesa di interessi politici ed economici e non a protezione dei popoli oppressi da dittature quanto mai feroci e determinate solo ad arricchirsi. La prova di ciò è che da quelle lontane vicende sorse “l’astro” di Mobutu Sese Seko, sergente ai tempi di Thsombè, che approfittò del cataclisma congolese per mettersi in luce e conquistare il potere a forza di massa­cri e di pulizie etniche, per poi tenere il Congo sotto un giogo durissimo per quasi qua­rant’anni: il tutto sotto gli occhi benevoli dell’Occidente, i cui “cartelli” potevano ora liberamente rifornirsi di tantalite, uranio, oro, diamanti e quant’altro, col solo inco­modo di dover riempire le tasche di Mobu­tu e della sua cricca; ciò che permise al dit­tatore africano, quando vi fu la rivolta, gui­data da Laurent Desirée Kabila, di fuggire nella sua reggia in Costa Azzurra dove poi morì nel lusso più sfrenato.