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giovedì 31 marzo 2016

RIFLESSIONI


C'ERANO UNA VOLTA




Oggi mi sono alzato con la voglia di esternare quello che penso da un po di tempo:
Una ridda di pensieri sui vari aspetti del web e sulle sue componenti
mi riferisco a quello splendido passatempo che è Facebook dove tutto è permesso e tutto è lecito e la tastiera  consente di esprimere emozioni e pensieri che, diversamente, dovremmo tenerci dentro .
Opinionisti giornalieri ci deliziano con post di politica interna che nulla hanno di  politico ma sembrano più gossip.
Esperti di diritto che pontificano su sentenze e disposizioni giuridiche fini assertori della legalità secondo Ponzio Pilato.
Goliardici burloni che postano di tutto facendo facile presa su creduloni che non si sognano minimamente di verificare le notizie ma le riportano solo leggendo il titolo.
Fake che riportano notizie e foto di anni passati facendole passare per attuali.
Troll che si inseriscono in conversazioni e chat esclusivamente per creare dissensi e contrapposizioni.
Insomma la consapevolezza di scrivere seriamente e per poche persone, ormai, dovrebbe essere una regola accettata da chi prende Facebook per quello che è e non per quello che sembra essere.
In questi quattro anni, dall'inizio della vicenda di Max e Salvo, ritengo che le persone veramente interessate a sostenere la loro causa si riducono a non piu di una trentina considerando tutti gli altri (diverse centinaia) sostenitori occasionali che, dopo poco, si sono lasciati prendere dallo sconforto e dalla noia dello stesso argomento.
Non apprezzo minimamente chi ha dato il nome "Maro'" ai nostri due sottufficiali.
Non apprezzo minimamente chi sbandiera il motto "Tutti insieme nessuno indietro" valido per certi reparti ma che, in questo caso, si è rivelato
inappropriato in quanto gli altri componenti della squadra dovevano condividere le sorti di Max e Salvo e rimanere al loro fianco a tutti i costi.
Ho fatto una seria analisi di tutte le iniziative intraprese in questi quattro anni e, devo dire con molto rammarico, che si
sono rivelate tutte molto deludenti, certo alcune hanno portato una discreta visibilità a chi le ha organizzate, ma, alla resa
dei conti, non una ha ottenuto una qualche rilevanza ai fini della causa.
Quello che mi ha fatto decidere di estraniarmi e essere solo un osservatore sono state le varie diatribe
che hanno portato alla formazione di gruppi e pagine sfaldando quella che, all'inizio, era un'unità d'intenti e di informazioni generali che miravano al sostegno dei nostri fucilieri.
Non prive di colpe, a mio avviso, sono le famiglie di Max e Salvo che, ad un certo punto, andarono in conflitto e determinarono la "tifoseria" da ambo le parti, ma questo è comprensibile visto il clima che si era creato attorno alla vicenda.
E veniamo, in sintesi,  alle responsabilità della vicenda:
1) Comando marina (regola non scritta) mai consentire il dirottamento di qualsiasi naviglio.
2) Diplomatici: ( De Mistura) Troppa fretta di fare dichiarazioni di casualità dell'evento.
3) Capo delle FF.AA. disinteresse per la vicenda e non presa di posizione chiara e decisa.
4) AISE scarsa informativa su tutta la vicenda
5) Ministri e diplomatici che credevano chiusa la questione con scuse e risarcimento danni
6) Faciloneria e pressapochismo del governo in carica e dei suoi esperti.
Tutto ciò ha dato addito a varie interpretazioni dell'accaduto, per non parlare delle manipolazioni politiche dei governanti del momento.
Se a questo aggiungiamo le prove costruite e manipolate dalle autorità locali e l'esclusione dei nostri esperti dalle perizie
si può tranquillamente affermare che, tutta la vicenda, ha i contorni del ricatto economico-politico che, al momento, era una ghiotta
occasione da prendere al volo.
Ovviamente vi sono moltissime altre cose, ma dovrei fare un romanzo a puntate (sai che noia) e molti fatti che emergeranno
quando vedremo quei boriosi politicanti traditori della patria sul banco degli imputati di un tribunale internazionale a rispondere e
giustificarsi del loro comportamento (ed è in questi casi che io preferirei un tribunale popolare fatto di persone comuni).

A. Adamo

mercoledì 16 marzo 2016

VERITÀ NASCOSTE

APPRENDISTI  DIPLOMATICI
Li hanno rispediti in Italia, quel 3 gennaio 2013, perché ce li tenessimo: mai gli Indiani si sarebbero aspettati che li avremmo rimandati indietro”.
Deciso e sicuro nell’affermarlo, con l’immancabile piglio del giornalista d’inchiesta che fa di Toni Capuozzo, firma storica di Mediaset, uno degli inviati più seguiti del panorama nazionale.
Lo abbiamo incontrato il 12 marzo u.s. al Circolo Ufficiali dell’Esercito di Bologna, dove ha presentato il suo ultimo libro scritto per Mursia: “Il segreto dei Marò” .
Un libro che il giornalista e volto noto dell’informazione televisiva ha scritto di getto, per amore di verità, e per quel particolare sentimento di amicizia che lo lega - da molto prima del tragico evento - proprio a Massimiliano Latorre, uno dei due fucilieri di Marina conosciuto durante i tanti reportage fatti in Afghanistan.
Come stanno i nostri due militari? Sentono di essere stati abbandonati?
Di Salvatore Girone so quello che mi racconta Massimiliano; so che si sta laureando on line, è cosa lunga far passare il tempo laggiù, tra le quattro mura dell’Ambasciata.
Massimiliano invece continua a non star bene, e se potesse, tornerebbe in India anche domani.
(A differenza di chi ce l’ ha mandato lì) non si perdona il fatto di aver lasciato lì un suo commilitone.
Un libro che vuole fare chiarezza e richiamare l’attenzione su tutta la vicenda.
Questo non è un libro come gli altri; è fatto con tanta rabbia, con il solo intento di non far passare sotto silenzio quello che è realmente successo quel 15 febbraio 2012.
E’ triste il silenzio generale dei media su tutta la vicenda. Sappiamo tutto su Meredith, o su Nadia Gambirasio, ma a nessuno importa di spiegare, ad esempio, se l’ictus che ha colpito a 46 anni Massimiliano Latorre possa essere imputato all’intera vicenda: se sia una conseguenza psicosomatica di quanto patito.
Mi viene quasi il sospetto che in Italia vi siano cittadini di serie A e cittadini di serie B.
E non se ne parla perché la politica e le Istituzioni hanno fatto in tutta la vicenda una pessima figura, mettendo in mostra la fotografia di un paese che non è in grado di portare a casa due suoi servitori in uniforme.
Indicativo che il libro sia prima stato proposto a Mondadori e Rizzoli (prima che si alleassero), e che nessuno dei due colossi editoriali abbia manifestato interesse a pubblicarlo.
Una vicenda, però, che una fetta importante di Italiani stenta a mandare giù.
Ed è molto strano, perché ovunque vada, trovo sempre sale gremite di gente indignata, che vuole conoscere i fatti.
La verità è che questi due ragazzi, con il loro silenzioso ubbidire, ed anche nel modo con cui portano la loro uniforme, sollecitano un forte sentimento di orgoglio. Anzi, a pensarci bene, la divisa hanno dimostrato di portarla con più onore loro dei superiori che li hanno mandati laggiù.
Vero è che una certa Italia, anche istituzionale, non ha mai creduto alla loro innocenza.
Fosse solo per il diritto di avere un giusto processo…
Già, mi viene in mente la domanda di Bertold Brecht “C’è un giudice a Berlino?”
Quel diritto sacrosanto di avere un giudice.
Quattro anni sono ormai passati da quel 15 febbraio 2012, ed almeno altri due ne passeranno prima che il Tribunale Internazionale del Mare di Amburgo decida la competente giurisdizione: solo allora inizierà il processo vero e proprio.
Dove è il sempre invocato garantismo, la cultura del diritto?
Perché la prima volta che sono rientrati in Italia non un solo magistrato, per ragioni di giustizia, abbia ritirato loro il passaporto?
Tempo fa stavo a Roma, a casa di un alto ufficiale delle Forze Armate, presente anche un rappresentante della Procura il quale, alla domanda fattagli dalla padrona di casa sul perché ai due militari non fosse stato - per motivo d’indagine - impedito di espatriare, ebbe a rispondere che fu suggerito di astenersi dal farlo... per il bene dei ragazzi (con buona pace della tanto invocata indipendenza della nostra magistratura, che - si sa - funziona ad intermittenza).
In più, gli Indiani in tre anni non hanno formulato un solo capo di accusa...
E questo fa capire perché li abbiano mandati in permesso in Italia: solo perché ce li tenessimo.
In tal caso, certamente, avrebbero fatto un po’ di caciara a livello diplomatico, ma sarebbe finita lì, e si sarebbero levati dall’imbarazzo dell’intera vicenda.
D’altronde, fatti oscuri la vicenda ne presenta non pochi.
Alle 16.15 la Enrica Lexie comunica un tentativo di attacco da parte di una imprecisata barca di pirati. Tentativo respinto per aver mostrato di avere a bordo personale armato (i militari, sportisi dal ponte, hanno fatto cenno alle armi in dotazione).
Subito dopo, la piccola imbarcazione (dei pirati) cambia rotta e si allontana.
Alle 21.15 dello stesso giorno, poco distante, una petroliera greca lancia un allarme per la presenza di due imbarcazioni con intenzioni ostili (una è proprio quella che aveva cercato di attaccare in precedenza il cargo italiano?).
La Guardia costiera indiana raccoglie il segnale e si precipita sul posto - è notte fonda -; ne scaturisce un intervento a fuoco che colpisce però la barca dei pescatori.
Da questo momento in poi, gli indiani tenteranno di riportare indietro la lancetta per far cadere l’incidente nell’ambito del primo allarme dato dalla nave italiana.
A dimostrazione di questa tesi vi è anche il fatto che la prima autopsia ai cadaveri dei due pescatori eseguita da un medico indiano segnala fori di entrata compatibili con un calibro 7.60mm, proprio quello in uso alla guardia costiera indiana.
Solo dopo che la ricognizione a bordo della nave rivelò la tipologia di armi dei nostri fucilieri (5.56mm), una seconda perizia balistica cambia la compatibilità con quella di dei nostri fucili mitragliatori Beretta.
L’India sta quindi esercitando la sua autorità su due individui scagionati dalle sue stesse prove raccolte sul campo?
Certo, e l’Italia lo sa. Sbaglio, o i marò sono stati ricevuti al Quirinale, anche individualmente, da ben due Presidenti, Napolitano e Mattarella? La prova che sono stati sacrificati alla ragione di Stato.
L’Italia ha però risarcito le famiglie dei due pescatori indiani (€ 150.000 a testa, ndr).
Scelta suicida, soprattutto davanti all’opinione pubblica indiana. Come quella del comandante Vitielli (concordata con l’armatore) di far ingresso in porto, o quella di far salire a bordo la polizia del Kerala; fatto, quest’ultimo, quantomeno insolito – la nave è territorio italiano – verificatosi addirittura alla presenza del nostro Console.
Cosa rimane di questa vicenda?
Pensi solo al messaggio che la storia lascia a tutto il nostro personale in uniforme: qualunque cosa ti accada, nessuno, men che mai il tuo Stato, ti tutelerà.
E’ fiducioso per il futuro?
No, no non lo sono affatto. Soprattutto non ho fiducia nella nostra classe politica, una parte della quale cerca di utilizzare la vicenda a proprio appannaggio.
Quella legge, ricordo, fu l’ultima del governo Berlusconi (su proposta del Ministro della Difesa on. La Russa, ndr) e la votarono tutti.

martedì 12 gennaio 2016

E COSI' SARA'....

LA RESA DI COLONIA: L’OCCIDENTE SENZA DIFESE





di Giampiero Venturi
12/01/16 























































































Interessante analisi di quello che ci capiterà.

Nel settembre del 2006 l’allora Pontefice Benedetto XVI parlando all’Università di Ratisbona, citò Dialoghi con un Persiano dell’imperatore bizantino Manuele II. Il Papa si riferiva al passaggio in cui si deprecava l’uso della forza per la conversione ad una fede o ad un’idea e nello specifico l’imperatore indicava Maometto e la spada dell’islam.

NEL SETTEMBRE DEL 2006
Le frasi di Papa Benedetto citavano parole di pace frutto di un ragionamento basato sull’osservazione di modi e costumi. Nei dialoghi di Manuele c’è un serrato confronto tra sistemi legislativi e culture diverse, fra musulmani, ebrei e cristiani in particolare. Basta leggere per capire che non c’è nulla di aggressivo, né nel libro, né nella citazione del Papa.
Le reazioni alle parole di Benedetto XVI furono feroci. Prima ancora che nel mondo islamico, furono violentissime proprio in Occidente. Il mondo liberal progressista, sempre attento al fascino della ragione, attendeva al varco il papa tedesco dal giorno della sua elezione a Pontefice e l’occasione fu ghiotta. Eugenio Scalfari su Repubblica e soprattutto le coscienze radical di autorevoli officine di pensiero progressista come il New York Times erano lì, pronte al fuoco incrociato. Al Papa che portava il nome di Benedetto patrono d’Europa non si poteva concedere nemmeno l’arbitrio della libertà di parola. Il principio sacro per cui molte teste “senza padrone” erano disposte ad immolarsi, per il Papa non valeva. Nemmeno se le parole erano state estrapolate dal discorso completo e citavano uno scritto di 600 anni prima: no, Papa Benedetto andava bruciato al rogo estremo della libertà (degli altri).
Niente di più utile di quell’episodio per capire il corto circuito ideologico in cui si sta fulminando l’Occidente benpensante: la libertà degli altri di distruggerci è così importante che a chiunque ci rifletta va impedito di essere libero.
Le violenze di capodanno a Colonia e nelle altre città tedesche ci portano sullo stesso piano di analisi. Soprattutto le reazioni delle ultime ore che ripropongono il carosello dei distinguo e dei “però” più preoccupati ad evitare di associare l’islam alla violenza che a indignarsi per la violazione delle libertà più elementari.
Fossero stati i simboli della tradizione europea, bianca e cristiana ad essere profanati, non avremmo avuto problemi. Avremmo trovato perfino accoliti del fanatismo tollerante pronti a condividere. Stavolta il corto circuito invece è totale perché le violenze psico-fisiche di capodanno hanno avuto come oggetto le donne, importunate nel loro diritto di muoversi e soprattutto di essere tali. A Colonia, con una prassi ben radicata nelle culture islamiche, si è violato non tanto il diritto di fare o di agire, ma addirittura di essere.
L’imbarazzo ideologico è evidente. Costretti a scegliere fra i principi basilari del pensiero femminista e l’immigrazionismo integralista, i pensatori chic & choc nicchiano e si appellano all’ultimo nascondiglio ancora possibile: la parola d’ordine diventa “non fare di tutta l’erba un fascio”. Poco importa dei numeri, la statistica a volte non conta.
Basterebbe invece un briciolo di buon senso e soprattutto di umiltà ideologica per capire dove si sbaglia, prima che sia tardi: il rischio di identificare l’islam con violenza e ritardo civile non è più grave di quello di sottovalutarne la diffusione tout court in una società occidentale secolarizzata, fragile, in balia della prepotenza e delle impunità scambiate per diritto.
Basterebbe contare i Paesi a maggioranza islamica con tradizioni democratiche o buttare un occhio ai sistemi penali pakistani, sauditi, malesi, marocchini. Basterebbe riflettere sui principi di reciprocità o sulla condizione sociale della donna in Senegal, in Sudan, nel Brunei, in Qatar, in Mali, in Turkmenistan. Basterebbe viaggiare un po’ e rendersi conto di quanto sia pericolosa l’idea di un progresso unilaterale e a tutti i costi.
Le menti radical così pronte a dichiarare oscurantista una virgola del cardinale Ratzinger o omofobico uno starnuto di Putin chinano gli occhi davanti a un fenomeno macroscopico imbarazzante perfino per un’intelligenza mediocre. Nessuna traccia nemmeno delle battagliere figlie dell’emancipazione femminile sempre pronte ad evirare quel che resta del maschio occidentale. Ma questo è il vento ormai e la libertà vale a seconda di chi la chiede: chi sparava a zero contro Papa Benedetto è lo stesso che un anno fa scriveva Je suis Charlie del resto…
Se il pregiudizio ideologico riuscirà ad andare oltre il buon senso è difficile a dirsi. La furia della ragione è capace di accecare anche se stessa. Il nemico dell’Occidente non è l’islam, ma il suo autolesionismo. Proprio Benedetto XVI citando Pascal diceva che la ragione non sottomessa a principi assoluti rende ciechi. Gli dava ragione perfino la sua ammiratrice atea Oriana Fallaci, quando sosteneva che l’Occidente è senza difese perché ha smesso da un pezzo di volersi bene. Un bizzarro senso della libertà e un’idea strumentale della tolleranza significano proprio questo.
Poveri noi, povera Europa, povero mondo.
(foto: miniatura del XV secolo della battaglia di Nicopoli)